Fragilità

La fragilità è qualcosa che noi attribuiamo a ciò che si rompe, come un bicchiere, come una statuina.
Io la collego anche all’incontinenza: non riuscire a tenere il passo con sintomi ed emozioni, e perderne il controllo.
La fragilità è fermarsi in una strada per paura di continuare. È supporre, da quel sentimento, una geometria dei fatti diversa dal reale.
Il mio maestro Daisaku Ikeda, spiegando il Gosho Lettera a Misawa di Nichiren Daishonin, scrive che occorre sviluppare la forza interiore necessaria per affrontare le difficoltà, perché il Daishonin esorta i suoi seguaci a “non temere le circostanze esterne”.
Ecco il perno di tutto il ragionamento. Non temere le circostanze esterne significa che il problema non è mai davvero la circostanza in sé, ma il timore che le costruiamo intorno. Ed è proprio quel timore a generare la “geometria dei fatti diversa dal reale” di cui parlavo sopra: la fragilità nasce lì, nello scarto tra ciò che accade e ciò che immaginiamo che accada.
Questa capacità di attraversare, di non temere, è l’allenamento di base, le fondamenta per tenere testa alle fragilità.
Poi la fragilità si estende. Penso, per esempio, a chi la pensa all’opposto di me e usa la fragilità come esposizione pubblica della propria sofferenza politica.
La fragilità, a mio avviso, è qualcosa da attenzionare: qualunque fragilità si prenda in esame, può sempre essere accostata a un’azione che la trasformi. Trasformare è una delle grandi occasioni che un essere umano ha in questa vita.

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