Scegliere di costruire

Ci sono momenti in cui la vita ci chiede di fermarci e provare a capire dove siamo. Non necessariamente per trovare subito una risposta, ma per riconoscere ciò che conta davvero e distinguere ciò che ci aiuta a procedere da ciò che rischia di disperdere le nostre energie.

Dopo quattro giorni di repliche di AVAMPOSTO, mi ritrovo a riflettere sulla parola missione. Una missione non è semplicemente un obiettivo da raggiungere. Non coincide con il successo, con un riconoscimento o con il consenso degli altri. È qualcosa che si costruisce nel tempo, attraverso le scelte, lo studio, il lavoro e la capacità di mantenere viva una direzione anche quando le circostanze diventano difficili.

Forse è proprio qui che una vocazione può trasformarsi in missione: quando ciò che facciamo smette di riguardare soltanto noi stessi e comincia a produrre qualcosa anche per gli altri.

Differenza tra costruire e demolire

Penso a mio padre Nando e al Teatro Club di Catania, che per lui è stato a lungo una base operativa, un luogo di lavoro, di incontri e di idee.

Anch’io ho avuto la possibilità di vivere quel luogo, di lavorarci seriamente, di contribuire al suo rinnovamento e di partecipare a momenti che hanno alimentato la mia formazione. Lì ho trovato stimoli, ho incontrato esperienze artistiche importanti e ho capito quanto un luogo possa diventare parte della storia di una persona.

Quando un luogo del genere cambia, non cambia soltanto la sua gestione. Possono cambiare le relazioni, le prospettive, il modo di intendere il lavoro e il valore che si attribuisce a ciò che è stato costruito.

Nel tempo ho imparato a riconoscere che la demolizione non è sempre un gesto materiale. A volte si demolisce anche quando, esteriormente, sembra che tutto funzioni. Si può demolire attraverso la mancanza di collaborazione, la presunzione di non avere più nulla da imparare, l’incapacità di ascoltare o la convinzione che la propria visione debba necessariamente prevalere su quella degli altri.

Costruire, invece, richiede un’altra disposizione. Richiede attenzione, conoscenza, pazienza e la disponibilità a riconoscere che nessuno possiede da solo tutte le risposte.

Non tutto ciò che è nuovo è necessariamente migliore. Non tutto ciò che è vecchio deve essere conservato. Ma prima di trasformare, bisognerebbe comprendere. Prima di giudicare, bisognerebbe conoscere. Prima di demolire, bisognerebbe chiedersi quale valore si rischia di perdere e quale possibilità si potrebbe invece sviluppare.

Lo studio ci permette di costruire

Lo studio ci permette di non demolire. Ci permette di costruire. Studiare significa riconoscere il valore di ciò che esiste, interrogarsi su ciò che ancora non conosciamo e accettare che ci sia sempre qualcosa da imparare.

Significa non fermarsi alla prima impressione, non confondere la propria convinzione con una verità assoluta, non rinunciare alla curiosità.

Lo studio non è soltanto un’attività intellettuale. È un atteggiamento verso la vita. È la disponibilità a rimettere in discussione ciò che crediamo di sapere, a cercare nuove relazioni tra le cose, a guardare un problema da una prospettiva diversa.

Studiare ci permette di guardare lontano senza perdere il contatto con il presente. Ci aiuta a dare una direzione alle nostre energie, a scegliere dove investire il nostro tempo e a riconoscere ciò che merita di essere coltivato.

Anche la nostra economia, il lavoro e le relazioni possono essere osservati in questa prospettiva. Le risorse non sono soltanto numeri: sono tempo, attenzione, competenze, fiducia ed energie che mettiamo in circolo. Possiamo disperderle oppure trasformarle in qualcosa che produca valore.

Non sempre il risultato è immediato. Non sempre il lavoro viene riconosciuto. Il valore di un percorso non si misura esclusivamente da ciò che riusciamo a ottenere nell’immediato.

A volte consiste anche in ciò che impariamo, nelle persone che incontriamo e nelle possibilità che riusciamo ad aprire.

Un’opera continua a vivere negli altri

Il teatro mi ricorda continuamente che ciò che realizziamo non ci appartiene più nello stesso modo una volta che lo condividiamo.

Durante la preparazione di uno spettacolo, tutto sembra concentrarsi su un obiettivo preciso: arrivare al debutto, dare forma al testo, coordinare il lavoro, mettere insieme le diverse professionalità e affrontare il momento in cui il pubblico entra in relazione con ciò che abbiamo costruito.

Poi arriva la rappresentazione. E, quando sembra che tutto sia finito, comincia un’altra fase: quella che non possiamo controllare.

Una frase può restare nella memoria di qualcuno. Una musica può accompagnare una persona per giorni. Un’immagine può tornare alla mente in un momento inatteso. Un’esperienza può diventare il punto di partenza per una nuova curiosità.

Mi ha colpito sapere che una persona, proprio attraverso una ricerca personale sulla musica e sul teatro, ha trovato una connessione con AVAMPOSTO. Il suo percorso di studio le ha permesso di avvicinarsi allo spettacolo da una prospettiva che nasceva dalle sue letture e dalle sue domande.

È un passaggio semplice, significativo. La musica, il teatro, la materia, le vibrazioni: ambiti apparentemente distinti possono entrare in relazione e suggerire nuove possibilità di pensiero. Non perché tutto debba necessariamente ricondursi a un’unica spiegazione, ma perché la curiosità ci permette di cercare connessioni senza smettere di interrogarci.

È anche questo il valore della conoscenza: non accumulare risposte, ma imparare a formulare nuove domande. E allora comprendo che il lavoro artistico non si esaurisce nel tempo della rappresentazione. Continua a vivere nelle associazioni che suscita, nelle riflessioni che genera e negli stimoli che consegna a chi lo incontra.

Un’opera non deve necessariamente cambiare la vita di qualcuno per avere valore. A volte basta che accenda una curiosità, che accompagni una ricerca o che faccia nascere il desiderio di approfondire qualcosa. Costruire significa anche offrire agli altri qualcosa che possano raccogliere, trasformare e portare altrove.

La missione è una scelta quotidiana

Dopo tanti anni lontano dal palcoscenico, tornare con AVAMPOSTO ha significato rimettere in gioco una parte importante di me.

Non è soltanto una questione di teatro. È una questione di vocazione, di abnegazione, di quella componente ostinata che a volte può diventare ossessione e che, proprio per questo, ha bisogno di essere osservata e governata.

La passione, da sola, non basta. Deve trovare una forma, una disciplina, una direzione. Deve imparare a convivere con le necessità concrete, con i limiti, con le difficoltà economiche e organizzative, con il fatto che non tutte le persone coinvolte in un progetto abbiano gli stessi obiettivi o desiderino percorrere la stessa strada.

Ho imparato che non tutti devono necessariamente condividere la mia direzione. Posso desiderare che un’esperienza lasci qualcosa a chi l’ha vissuta, ma non posso decidere al posto degli altri che cosa debbano farne.

Posso, invece, scegliere il modo in cui lavoro, la qualità dell’attenzione che dedico a un progetto e la disponibilità a continuare a studiare.

Posso decidere di non trasformare una delusione in un’accusa, una differenza di vedute in una guerra o una difficoltà in una ragione per abbandonare ciò in cui credo. Questo non significa ignorare i problemi, rinunciare a difendere ciò che considero importante o accettare qualsiasi situazione. Significa provare a distinguere ciò che merita una risposta da ciò che rischia soltanto di sottrarmi energie.

Significa proteggere la propria direzione senza chiudersi al mondo.

Forse è questo l’equilibrio più difficile: vivere pienamente il presente e, nello stesso tempo, guardare lontano. Considerare ogni istante prezioso, quasi fosse l’ultimo, senza rinunciare a progettare, studiare e costruire come se davanti a noi ci fosse ancora molto da fare.

Ciò che possiamo lasciare

Non sappiamo quanto dureranno le nostre opere. Non possiamo prevedere quali persone le incontreranno, quali riconoscimenti arriveranno o quali strade prenderanno coloro che hanno condiviso un tratto di percorso con noi.

Possiamo però scegliere che cosa mettere nel mondo. Possiamo scegliere di studiare anziché presumere di sapere. Di collaborare anziché competere inutilmente. Di custodire ciò che ha valore senza impedire che si trasformi. Di riconoscere che il nostro lavoro acquista una dimensione più ampia quando diventa occasione di incontro, di esperienza e di crescita.

Una missione non consiste soltanto nel resistere a ciò che vorrebbe fermarci. Non può esaurirsi nella necessità di difendere qualcosa dalla demolizione. Consiste anche nel generare possibilità. Per questo continuo a credere nel teatro, nello studio e nel lavoro condiviso. Non perché garantiscano risultati, ma perché possono mettere in movimento idee, persone ed energie. Possono creare occasioni che prima non esistevano e lasciare tracce che non siamo in grado di misurare subito.

Forse non possiamo impedire ogni demolizione. Non possiamo convincere tutti, né possiamo costruire insieme a chi non desidera farlo. Possiamo continuare a imparare. Possiamo scegliere dove dirigere le nostre energie. Possiamo provare a consegnare a chi verrà dopo di noi qualcosa che abbia ancora la forza di generare curiosità e desiderio di ricerca. È ciò che vorrei continuare a fare attraverso il teatro.

Studiare per costruire. Costruire per condividere. Condividere per generare nuove possibilità.

Perché, alla fine, la domanda più importante non è soltanto che cosa sia stato demolito lungo il nostro cammino.

La domanda è: che cosa scegliamo ancora di costruire?

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