Ieri abbiamo realizzato una nuova sperimentazione di cui non ho ancora chiari i confini. È stato un atto dovuto. Il desiderio di esportare una drammaturgia in un contesto che vive una sua necessità: un emporio, un insieme di cose, di passaggi, di presenze.

Théâtre du Grand GUIGNOL, Paris
Ho trasferito il mio laboratorio sul potenziale della parola, del dialogo e della poesia in tre corridoi: tra schiuma da barba, caffettiere, carta igienica, detersivi, giocattoli, cancelleria e molto altro.
Angelo, Elena, Gabriella, Paola, Ivan, Sabrina (mamma di Paola), Valeria e Roberto, proprietari del negozio, si sono affidati alla mia conduzione, a me nell’agire.
Abbiamo messo in scena, con musica e piccoli movimenti, una drammaturgia sul tema dell’“io sono” come frutto di una costruzione che non so nemmeno descrivere tanto è infinita per metodo, frastagliata per stimoli, eterna, composta nell’integrazione di ogni esserne essenza e nell’abbraccio.

Samuel Beckett
Mia figlia ha seguito una buona parte del lavoro. Poi mi ha detto che le è piaciuto: non solo la modalità, anche il testo. Subito dopo – e ancora adesso mentre scrivo – in me si è aperta una ricerca. Una ricerca che continua. Un rituale quasi religioso nel tentativo di comprendere il senso, il potere, la bellezza di questa nuova intuizione, di questa scoperta, di questa sperimentazione.
Come accade da sempre, come accade ad altri artisti, tutto ciò che esce dai canoni porta con sé molte valenze: lo stupore, l’inseguimento della costruzione, la ragione, il teatro, l’immaginario dove proiettarlo, la scena, la pretesa. E poi la fragilità che scaturisce il clone nel suo tentativo di essere, da cui nasce ogni competizione.
Potrei chiamare in causa la filosofia nel suo accento di poesia: tentativi di elaborare pause di pensiero. Perché nel momento in cui l’opera è esposta allo sguardo esterno, diventa condizione di fruizione, raccoglie valutazioni oggettive e sensoriali, si lascia attraversare da ciò che le ruota attorno. Porta esperienza.
Resta la memoria? A me resta il sapore dell’idea.
La necessità della costruzione.
Il piacere della relazione.
Lo stupore delle vicende che la attraversano.
Il movimento, a tratti fiabesco, che genera una gara silenziosa tra deduzioni, attese e disattese. Le presenze e le assenze.
Mi esprimo in modo spicciolo, perché è così che studio e pratico il teatro. Spicciolo come la quintessenza di un salvadanaio che custodisce un tesoro: ciò che si è, ciò che si ha, la perseveranza, un’idea di qualità.
Sembra semplice. A volte lo è. Altre volte è arzigogolato. E’ amore comunque come lo guardi, comunque si guarda. Un’avventura da vivere, perché costruisce il nuovo e molto spesso il bello, assieme. Nell’amore c’è amore quando l’amore è amore che si nutre d’amore per costruire amore d’amore. Forse ieri abbiamo fatto una cosa pazzesca. O forse una cosa pazzesca è ancora in corso. Ecco!

Gérard Uféras. Nicoletta Manni,
Teatro alla Scala, Milano, 2018.
Senza riuscire a definire davvero questa nuova sperimentazione di laboratorio teatrale, scrivo questo flusso di coscienza come per fotografare il gioco dei miei pensieri di stamattina, per come li costruisce la delicatezza della semplicità.
Mi basta pensare a Roberto che dice a una persona, venuta per entrare e comprare qualcosa: «Per favore, torni fra un po’. Perché al momento, qui dentro, si sta svolgendo un’opera teatrale.»
Il teatro non è un luogo.
È una condizione.
Nasce dove qualcuno si ferma, ascolta, si espone.
Può accadere tra scaffali, merci, corridoi stretti, gesti quotidiani.
Accade mentre la vita continua.
Questa ricerca non sposta lo spettacolo:
sposta l’attenzione. La drammaturgia non viene calata dall’alto, ma attraversa ciò che già esiste. Le persone non recitano un ruolo:
si affidano.
L’“io sono” non è un personaggio,
ma una costruzione infinita:
frastagliata dagli stimoli,
ricomposta dalla relazione,
tenuta insieme dall’abbraccio.
Non cerchiamo l’eccezionale, cerchiamo lo scarto minimo che trasforma il quotidiano. Cerchiamo la presenza, il retrogusto.
Il pubblico può arrivare per caso.
Può entrare per comprare qualcosa
e uscire avendo assistito a un’opera.
Quando questo accade,
il teatro ha compiuto il suo gesto politico e poetico: abita il reale senza chiedere permesso.

Teatro Reale dell’Opera, Rome, 1930
La saggezza di questa esperienza sta nell’ampliare lo sguardo senza aggiungere definizioni: nel lasciare che resti ricerca, che rimanga incompleta, che viva nel sapore più che nel risultato.
Non tutto ciò che conta deve essere definito.
L’opera non è solo ciò che si è visto, ciò che continua a muoversi in chi c’era e in chi non è potuto entrare. Questo è il retrogusto
La memoria non è l’archivio:
è la trasformazione silenziosa.

Luca Marinelli
Quando un commerciante difende un atto poetico dicendo “qui dentro si sta svolgendo un’opera”, allora il teatro ha raggiunto
la sua forma più saggia: diventare necessario senza dichiararsi indispensabile.
Questa è una pratica di ascolto.
Una pedagogia dell’attenzione.
Un atto semplice
che contiene molto più di quanto mostri.

Giuseppe e Angela 
Laboratorio 18122025


