Stasera in televisione ho risentito Le tue parole fanno male. Mi è bastato l’attacco per tornare nel 2010, in macchina, la mattina, con il doppio album di Fiorella Mannoia appena comprato e una fatica enorme addosso. Mi ero appena separato. Ero afflitto, disperato, impotente. Quella canzone, nella versione live, con quell’inizio potente e sentito, mi teneva in piedi fino al lavoro.
Sono passati sedici anni. Le frustrazioni, le offese, gli insulti, gli sputi: li ho attraversati tutti. Ho resistito perché non mi sono mai accontentato.
Oggi, tra pochi giorni, vado in scena con un mio spettacolo. Un altro è in replica, altri due sono in preparazione. Questa è la mia rivoluzione concreta, e la racconto con meraviglia, non con rancore, perché sento la mia forza e la mia necessità.
Alla mia ex moglie auguro, davvero, di fare una rivoluzione sua. Che smetta di ostacolare e di evitare il dialogo, perché è una fatica che non dà frutti. L’amarezza per ciò che non si è riusciti a fare, l’aggrapparsi agli altri per sopravvivere: è un’altra strada, non la mia.
Le parole fanno male, sì. Ma più delle parole fanno male i pensieri e la rabbia. Seminata in un terreno di volontà, di poesia, di determinazione, però, la rabbia cambia natura: il veleno diventa funzione, medicina, bellezza.
Siamo specchi, e specchi così potenti da irradiare luce anche dopo molto tempo. Questa canzone, ascoltata oggi, mi restituisce l’uomo del 2010 e mi mostra la strada fatta. Chi si specchia nel tempo si ritrova potente, perché la prima immagine lo era già, anche quando non lo sapeva. Poi le immagini si sommano, una sull’altra, e diventano tutte potenti.
La bellezza non tradisce mai. Ci mette tempo a crescere e a dare i suoi frutti, ma arriva.
Ed eccomi qua. A dispetto del dispetto



