DJ

Essere DJ, per me Salvatore, non è un mestiere nato a un certo punto della vita: è un filo che mi accompagna da sempre. Non so esattamente quando sia iniziato, forse da quella radio che mia nonna regalò a mio padre e che finì nella mia stanza. Da quel momento ascoltare musica, cercarla, capirla e trasmetterla è diventato un modo naturale di stare al mondo.

https://youtube.com/shorts/6THEw5WVpV4

DJ Salvatore è un esploratore, libero, istintivo e allo stesso tempo profondamente consapevole. Ogni scelta musicale porta con sé un’intuizione, un’esperienza, un ascolto affinato in quasi sessant’anni di vita immersa nei suoni più diversi: generi, epoche, film, concerti, vinili, cassette, formati “meteora”, supporti digitali. Lavoro con tutto ciò che porta musica, perché ogni formato racconta una storia.

Sono un DJ “musica varia”, un jukebox umano.

Non seguo un genere: seguo le persone.

Un bravo DJ, secondo me, risveglia l’anima del pubblico. Muove ricordi, connessioni, emozioni. Apre e chiude un discorso attraverso la musica. E questo è ciò che faccio da anni con un percorso personale che ho chiamato “Parlo con la Musica”: un modo di stare in console che mette al centro la relazione, il respiro del momento, il dialogo silenzioso con chi ascolta.

Amo vedere le persone muoversi, ritrovarsi, lasciarsi andare grazie a un brano scelto nel momento giusto. È un’integrazione reciproca: io dono musica, e la loro energia mi torna indietro amplificata. Ho vissuto serate in cui un solo brano ha trasformato un addio in un’esplosione di gioia; feste private dove si è ballato per ore, dalla pista fino ai corridoi di casa.

Il mio metodo di lavoro è in continua evoluzione.

Ascolto e ricerco ogni giorno, approvvigionandomi di idee ovunque: nelle playlist casuali del telefono, nei brani scoperti con Shazam, nelle cassette degli anni ’70, nei vinili del ’72, nei CD, nel mini-disc, nei file digitali. Ho lavorato con console moderne, ma anche con setup complessi in cui file e giradischi convivono perfettamente.

Dopo la pandemia ho portato la mia musica in molti luoghi, fino a quando il mercato – come è normale – ha avuto i suoi alti e bassi. Ho sempre mantenuto qualità, coerenza e autenticità, scegliendo di non scendere a compromessi. Questo mi ha permesso di continuare a suonare con dignità, spesso anche quando l’invito nasceva da rapporti umani sinceri.

La mia storia musicale non si ferma alla console:

ho scritto libri sull’ascolto, ho condotto laboratori negli anni ’80, ho studiato il rapporto tra movimento, emozione e suono. Per me il sound non è solo ciò che si ascolta, ma l’insieme delle energie, delle memorie e delle influenze che una persona porta dentro quando incontra una canzone.

Questo percorso lo continuo a raccontare nel mio blog CuriosoTV, dove trasformo le compilation delle persone in piccole storie emotive.

Tutto questo mi porta a una convinzione: per diventare davvero un DJ devi lavorare con il pubblico, ma prima ancora devi lavorare con te stesso.

Il primo ascolto è sempre interiore. Solo così si riesce a dare agli altri ciò che la musica, da sempre, dà a noi.

Stile Musicale

La mia selezione è una combinazione equilibrata e riconoscibile di:
Musica anni ’70, ’80 e ’90
Musica italiana d’autore e pop tradizionale
Swing e balli popolari
Canti popolari italiani e stranieri
Flashback sonori e atmosfere vintage
Colonne sonore, inserite quando il contesto lo richiede
Pop contemporaneo, scelto con cura per mantenere coerenza stilistica
Questa miscela crea ambienti armoniosi, inclusivi e partecipati, adatti a pubblici molto diversi tra loro.

Cosa Offro

Propongo una guida musicale per tutte le età, adatta a:
Eventi e contesti all’aperto
Serate private, feste e ricorrenze
Discoteche e locali che cercano un DJ capace di unire generazioni diverse
Eventi culturali, presentazioni, performance
Ambienti in cui la musica deve essere libertà, sintonia e movimento emotivo
Il mio obiettivo è sempre lo stesso: creare un’esperienza sonora che faccia incontrare le persone attraverso emozioni condivise.

Servizi Disponibili

Oltre all’attività di DJ, offro servizi professionali di consulenza musicale:
Realizzazione di mashup personalizzati
Colonne sonore per sfilate di moda
Supporto musicale per spettacoli tematici
Progetti dove musica e parola si intrecciano
(grazie alla mia esperienza come autore e drammaturgo)
Ascolto, analisi e costruzione di identità sonore su misura







Salvaturi

Ritrovare se stessi è la base per affrontare il mondo, per affrontare ciò che siamo e ciò che ci aspetta. È il punto da cui ripartono i sogni, le possibilità, le nuove relazioni.

La mattina può iniziare nel silenzio, nella condivisione, con abbracci, nel caos, di fretta, con la musica o con tutto questo assieme.
La mia, oggi, comincia con un caffè tiepido e un panino caldo, in un contesto che profuma di quotidianità, in una casa condivisa, mentre la memoria e l’ adesso si riempiono lentamente di pensieri.

La priorità che sento addosso è la mia posizione professionale: una condizione fragile, a tratti solitaria, in cui la parte creativa e quella amministrativa cercano un punto d’incontro. Da una parte la creatività che scorre, dall’altra l’amministrazione della vita, del lavoro, dell’associazione, della compagnia teatrale, del laboratorio.
Tutto richiede ordine, rigore, pazienza, rispetto, capacità.

Da sempre provo a stare in entrambi i mondi senza perdere la rotta. Una rotta che ho imboccato negli anni Settanta quasi per istinto, senza sapere cosa avrei trovato, ma sapendo che quel percorso era “buono”, che aveva un’energia giusta.

Continuo a sognare scene simboliche, a volte bizzarre, che mi ricordano una cosa semplice: il desiderio è vivo. Bussa sempre, anche quando la vita chiede disciplina e ricostruzione.
E io amo la ricostruzione: è un processo che riconosco come evoluzione, come crescita.

Forse per questo ho sempre lavorato con lo sguardo allargato, non solo per ciò che mi sta vicino ma per ciò che circonda la mia vita e la mia comunità. Ogni mattina, ogni giorno, raccolgo spunti, solletico, sensazioni, frammenti immateriali, suoni, perseveranza che poi indirizzo alla mia attività: drammaturgo, regista, formatore, dj, maestro di laboratorio.

Auguro a me stesso — e a chi mi incontra, dialoga, partecipa, ascolta — di sapere gestire le emozioni.
E soprattutto auguro l’indipendenza emotiva, perché è uno dei modi più veri per vivere.
Un bouquet è fatto di tanti fiori diversi: così siamo anche noi, e così è ogni percorso personale.

Scrivo, penso, agisco perché credo nel valore della condivisione.
La vita insegna, e noi apprendiamo per storie. Quando qualcosa ci smuove, può smuovere anche chi sta percorrendo un pezzo di strada simile. Stoppo e allontano i prepotenti, gli affamati, i parassiti. O piuttosto prima li abbraccio, se colgo una resistenza confermo la distanza. Ieri ho riabbracciato Salvatore perché doveva essere così. È l’universo che in preghiera ci indica le soluzioni

Ricostruire è sempre possibile.
Anche quando sembra tardi.
Anche quando si riparte da poco.
Anche quando l’unica cosa certa davanti a noi — come questa mattina — è un caffè in un bicchiere di plastica. E anche quel caffè, nel suo essere imperfetto, ha un fascino che ancora non sappiamo spiegare.

Scelgo di collaborare con persone che generano energia, non che la sottraggono.
Riconosco il valore di ciò che ho costruito da solo e mi apro a relazioni professionali che sappiano camminare con me, contribuendo in modo concreto, leale e costruttivo.
Cerco partnership che elevano il lavoro, alleggeriscono il percorso e portano futuro.


Breve Bio

Mi chiamo Salvatore, per molti Turi.
Sono un creativo dal 1976: mi occupo di musica e teatro, narro storie, lavoro su percorsi che intrecciano parola, esperienza e trasformazione personale.
Credo nella forza delle storie come strumenti di evoluzione, benessere, socializzazione e cultura — una cultura fatta più di esempio che di teoria.
Ogni giorno può essere un nuovo inizio.

Futuro

«Questo gesto crea futuro, non disperazione.»

In questo senso è l’antitesi del terrore: lavorare, muoversi, immettere energia, essere propositivi. Generare fiducia in sé stessi, lottare invece di scappare, affrontare invece di evitare, decidere invece di restare immobili. Tutti questi sono atti che ribaltano quell’anteprima deformata che spesso abbiamo nella mente — quel sospetto, quella suggestione che chiamiamo terrore.

Il terrore può scatenarsi in mille modi. A volte è concreto: ti trovi davanti un pericolo reale e il corpo reagisce con la sua chimica antica, la “presenza” del terrore che ti scuote. Ma, per mia esperienza, almeno l’80% del terrore è figurato. Nasce nella nostra mente, viene ipotizzato, immaginato, ingigantito. È il nostro stesso pensiero che lo rende una minaccia.

Ricordo come un miracolo la scena di Piccolo Buddha: il Buddha seduto sotto l’albero di Bodhi vede arrivare una pioggia di frecce che si dissolvono un attimo prima di colpirlo.

Perché? Perché erano frutto dell’inganno della mente, una provocazione interiore che trasformava le illusioni in armi reali. Ma erano finzioni, proiezioni, paure alimentate dalla paura.

L’insidia era irreale. Eppure faceva tremare.

Attenzione però: la paura è sana, è un istinto che protegge — e non va demonizzata. Ma il terrore è diverso: è la paura che perde forma, che perde proporzione, che diventa un’ombra che ci soffoca invece di guidarci. È la paura che dimentica il suo scopo e ci paralizza.

Per questo, ogni gesto che crea, che costruisce, che genera energia e fiducia, è un gesto che scioglie il terrore alla radice.

Perché crea futuro. Non disperazione.

Fenomeni

Quando si osserva nella sua forma più chiara il concetto di “succhiante”, emerge un fenomeno sottile ma potente: la necessità di protezione, o meglio di autotutela. L’artista, o chi produce creatività e sensibilità, offre al mondo espansività, calore, amore: energie che, proprio per la loro intensità, possono attrarre non solo riconoscimento e apprezzamento, ma anche dinamiche sottrattive e predatrici.

Il consenso, l’applauso e l’ascolto critico arricchiscono; al contrario, il contrapporsi, il non ascoltare, la manipolazione e l’egoismo sottraggono energia. Alcune persone, per predisposizione egoistica, funzionano come veri e propri vampiri energetici: ricevono senza restituire, sottraggono senza considerazione, e perseguono il loro vantaggio con il principio del “buon per me, me ne fotto di te”. Cinici, narcisisti, parassiti dell’energia altrui, queste figure possono destabilizzare profondamente chi dà spontaneamente, portando a svuotamento, frustrazione e perdita di slancio creativo.  

Riconoscere queste dinamiche è fondamentale. Riflettere sul modo in cui l’energia creativa può essere attratta, sottratta o manipolata permette di costruire pratiche di lavoro più sane e consapevoli. L’artista e il poeta contribuiscono al mondo con leggerezza — esattamente l’opposto della pesantezza che nasce dal sottrarre o dall’egoismo — e preservare questa leggerezza diventa un principio etico e strategico.  

Muoversi nel rispetto degli altri non è solo un gesto morale: è una forma di autotutela, una strategia per sostenere il proprio percorso creativo e proteggere la propria energia. Questa consapevolezza è un insegnamento valido tanto per le vecchie quanto per le nuove generazioni di creativi, aiutando a distinguere chi merita il nostro dare da chi, invece, può prosciugarlo senza alcun beneficio reciproco.  

Analogie

È di pochi giorni fa l’incendio che ha devastato due sale all’interno del Centro Fieristico delle Ciminiere di Catania: una da 1.200 posti e l’altra da 600. Più che teatri, erano sale convegni, ma l’immagine che circola sui social — il tetto completamente bruciato, la sala vista dall’alto ridotta a cenere — ha un effetto spettrale e al contempo evocativo, invitando a un nuovo agire: una ricostruzione, un ampliamento, una riqualificazione.

Gli incendi delle Ciminiere richiamano analogie con roghi storici come quello doloso del Teatro Petruzzelli di Bari e della Fenice di Venezia, in cui la mano dell’uomo ha trasformato spazi di cultura in distruzione. Eppure, proprio da questa distruzione dolosa può emergere una rinascita simbolica: restaurare e ricostruire diventa un atto di resilienza e memoria collettiva. Come una pianta che germoglia tra le crepe della roccia, ciò che sembra perduto può diventare terreno fertile per il futuro.

Eventi di questo tipo dimostrano come il fuoco non distrugga solo arredi e scenografie, ma possa compromettere gravemente la struttura principale degli edifici. Teatri come La Fenice, il Petruzzelli o la grande sala delle Ciminiere, con la sua cupola a forma di “cutulisci”, non sono semplici edifici architettonici: sono simboli culturali delle città. La loro ricostruzione porta con sé un messaggio potente: rinascere dalle proprie “ceneri” è un atto di forza, comunità e speranza.

Ragionando sulla ricostruzione emerge la forza dell’uomo: la capacità di sprigionare una potenza pari alla distruzione, trasformando la tragedia in opportunità. Restaurare, riqualificare, mantenere ciò che è stato creato significa non solo ricostruire mattoni e cupole, ma anche ridare vita alla cultura, alla comunità e alla storia che quegli spazi custodiscono.

In questo contesto, il quotidiano La Sicilia di Catania cura un approfondimento, riportando che si sta valutando uno studio di fattibilità immediato per ottenere i fondi necessari. Scrive il giornale: Quando la cronaca travolge routine e certezze, è possibile immaginare che dietro a un’emergenza si nasconda una possibilità. Come sottolinea Ivan Albo, responsabile della Pianificazione per il sindaco Metropolitano Enrico Trantino, «ciò che nasce dalla necessità può diventare il motore di un cambiamento duraturo».

Così, la potenza del fuoco che ha devastato le sale delle Ciminiere può trasformarsi in un’occasione per ripensare, ricostruire e riqualificare, proprio come una pianta che germoglia tra le crepe della roccia. La distruzione dolosa lascia spazio a una rinascita simbolica, e ciò che oggi appare perduto può diventare il terreno per un futuro più solido, innovativo e condiviso.

Occasioni

“Ciò che nasce dalla necessità può diventare il motore di un cambiamento duraturo” (cit.)

“Ciò che neghi ti sottomette, ciò che accetti ti trasforma “. (cit.)

Soddisfazione

Guardo questa registrazione dopo ventisei anni e sento che la mia vocazione, forse, è sempre stata la stessa: mettere le persone in una condizione di svago, di puro divertimento persino in una condizione lavorativa.

Attraverso quel gioco, offrirgli una modalità nuova di comunicazione, di relazione, di partecipazione. Quei secchi pieni di tante cose anche di altri secchi, quei secchi di plastica colorata per i giochi e nel backstage, quelle trovate sceniche le più semplici e diverse, quella attenzione per i costumi di scena, per le divise di ognuno, la passione infinita per scelte musicali uniche, sono alcune tracce del mio modo di animare la vita, la mia professione di facilitatore culturale, di drammaturgo. Tutta questa folla di segni e attenzioni è stato il segno di SHOW ME Productions negli anni.

Il passato ritorna, diventa presente, diventa futuro. Succede quando incontri ciò che sei stato, ciò che hai prodotto, il modo in cui hai lasciato un segno. È una strana soddisfazione, pur sapendo che spesso non eri compreso, pur vivendo distaccato dalla realtà.

È questo il punto.

E intanto mi chiedo:
Dove sono oggi Andrea Novelli, Oliviero Cappuccini di BTC?
Dove sono Lisa, Teresa, Valeria, Luca, Massimo, Irene, Angela, Rita, la comitiva di questa esperienza…?
Io sono qui, ventisei anni dopo, mi rivedo e li rivedo tutti, mentre la registrazione scorre. Attraverso il tempo. Attraverso l’ adesso.

Riguardando il reportage della partecipazione di Show Me productions alla Borsa Mercato del Turismo Congressuale BTC 1999 mi accorgo di quante meraviglie si sono disperse già li e quanto ne ho disperse guardando questo video nel 2025.

Il mio intento alla fine forse si concretizzava soltanto a mettere le persone in un agito quieto vivere, permettere ai loro sogni di respirare, anche attraverso gli errori dell’incoscienza — perché dove c’è incoscienza, c’è coscienza. E ogni progetto di espansione rimaneva intrappolato in questo meccanismo. Così è stato. Il lavoro quando arrivava non era frutto di attività promozionali, il lavoro è sempre arrivato con la mia gentilezza e unicità, più lo cercavo più ancora peggio mi addentravo in delusioni.

“Magari ci sentiamo dopo”… e lì, in quella frase sospesa durante la festa, durante un approccio professionale, che sta il vuoto. Che sono proiettate le possibilità mancate: antefatto di una storia di sprechi e di ricchezze.

Attraversare il vuoto: è questo che ho imparato.
Attraversare il tempo: questo è ciò che affido alla scrittura.

Quando tutto è pieno — o sembra esserlo — ecco che arriva il vuoto, o il sentimento del vuoto. A volte scompagina, altre travolge, ma è solo una pausa del fluire: un tratto di fiume dove l’acqua si calma e puoi respirare. Dentro quel vuoto cerco una direzione, un sogno. Navigo da anni tra ogni meraviglia: questa è la soddisfazione, questo è il fulcro invisibile che mi fa proseguire, credere, rivoluzionare tutto, ribaltare pronostici e realtà, affacciarmi su panorami nuovi.

La soddisfazione è riconoscenza.
È vivere nel miglior modo possibile: seminare, camminare, offrirsi alla vita con onestà.

È chiedersi che colore abbia quell’occasione inattesa — o lungamente attesa — che nasce dai sogni e dal lavoro.
È congratularsi con qualcuno appena lo incontri, perché ogni incontro è un riconoscimento.
È perfino un autobus preso al volo che ti porta in via Etnea e ti fa arrivare a casa prima del previsto.

La vera soddisfazione è essere una persona sensibile, intelligente, motivata e motivante.

Avere quattro figli e quattro nipoti, e immaginare che altri arriveranno. Sapere che sono onesti, capaci, sensibili; riconoscere i miei occhi nei loro, anche se sono figli di due madri diverse. Una soddisfazione genetica.
È vedermi crescere e migliorare ogni giorno, come adesso, davanti alla tastiera.
È scoprire che la preghiera esiste in tante forme.
È avere amici.
È tentare sempre di amare nel miglior modo possibile.

È essere presentemente autentico
È essere allegro, o almeno provarci.
È avere una discoteca piena di dischi.
È essere ignorante e non esserlo, perché curioso.

È un messaggio di mio figlio.
È reagire sempre meglio.
È scoprire che lo Zadankai si tiene proprio davanti casa.

La soddisfazione è una melodia di vita: una luce calda che si posa sulle cose coltivate — figli, pensieri, amicizie, passioni, curiosità. È oro al tramonto: una ricchezza di senso, non di materia.
Non arriva dall’esterno. Non è premio né fortuna. È la vita che ti sussurra: “Ti ho visto”.

La sveglia: l’inizio.
L’applauso: il riconoscimento condiviso.
Il bacio: il punto perfetto in cui tutto ciò che hai dato torna indietro come un lampo di vita. Il bacio è la soddisfazione incarnata.

La soddisfazione è un incontro che genera evoluzione.
Non memoria del passato, ma ampliamento dello sguardo. Ogni vera soddisfazione è una metamorfosi sottile.

Nel mio teatro interiore, in quello pubblico — un teatro d’opera all’italiana — l’anima canta, la mente costruisce, gli altri partecipano, e il palco sono io. È lì che la fatica diventa canto e la vita diventa scena.

Prima di tutto condivido con il silenzio: il luogo in cui la meraviglia riposa, cresce, mette radici.
Poi viene il gesto.
E infine la parola: quando l’esperienza è pronta per essere donata.

La soddisfazione ti salva dal diventare mendicante.
Ti permette di attraversare ogni conflitto, ogni guado, ogni passaggio della vita.
Sono soddisfatto perché vivo, perché mi sfido, perché in ogni attimo trovo una luce di saggezza.

E, ritornando al tema del potenziale, della gratitudine e della soddisfazione, emerge con ancora più chiarezza una grande opportunità: quella di ricordarci la straordinaria creatività che ognuno di noi mette in campo, consapevolmente o meno, in ogni fase del proprio percorso. Una creatività che non nasce solo dalle nostre scelte individuali, ma anche dalle occasioni generanti che la vita ci offre — incontri, sfide, intuizioni, imprevisti.

Riconoscere questo intreccio tra ciò che siamo capaci di creare e ciò che l’esistenza ci mette davanti significa dare valore al nostro cammino, celebrare la nostra capacità di trasformare e trasformarci, e coltivare un atteggiamento di gratitudine verso quel flusso continuo di possibilità che sostiene la nostra crescita. In questo riconoscimento si apre uno spazio di piena soddisfazione: comprendiamo che ogni passo, ogni tentativo e ogni opportunità colta o mancata contribuiscono al nostro potenziale, che continua a espandersi proprio grazie a questo dinamico dialogo tra noi e il mondo.

Vibrazioni

Ci sono istanti, nelle relazioni umane, in cui il mondo sembra inclinarsi appena: una parola si incrina, un gesto si perde, un’intenzione limpida si smarrisce proprio mentre tenta di raggiungere l’altro. In quei momenti si manifesta il limite — non come muro, ma come misteriosa membrana che separa e, allo stesso tempo, rivela.

Il limite è sottile come una vena di vetro: trasparente, fragile. È lì che ciò che è chiarissimo dentro di noi può diventare opaco nello sguardo dell’altro.
Un sentimento nato per incoraggiare può trasformarsi in un enigma.
Un avvicinarsi affettuoso può diventare l’ombra di un aculeo.

Quando parliamo lingue diverse, tutto questo si amplifica.
Quando viviamo abitudini diverse, tutto questo si amplifica.
La voce che si muove in italiano cerca un varco nel ritmo moldavo; l’altro si avvicina con fatica, con un coraggio silenzioso, provando a decifrare il paesaggio sonoro che gli offri.

La regola si infrange, si specchia, si confonde con ciò che l’altro porta.
E tu, che vorresti essere trasparente come acqua, diventi a volte un riflesso difficile da afferrare.
La lingua, allora, non è più soltanto grammatura di parole: è un corpo emotivo, un odore di casa, una postura dell’anima.
La regola, a sua volta, non è più abitudine rigida: è un movimento che tenta una nuova forma.

Eppure non è solo la lingua a intrecciare o confondere: è il sentire.
Non sono le regole a smontare il cammino, ma l’incontro tra due sensibilità che cercano un ritmo comune.

Chi vive la vita come un artista — oscillando tra altezze improvvise e profondi silenzi — percepisce ogni sfumatura come fosse una vibrazione sacra.
Un dettaglio microscopico diventa un segno, un accento, un piccolo destino.
Questa ipersensibilità è un dono, ma anche un terreno in cui il limite può aprirsi come un crepaccio.

È proprio lì che nasce l’istrice: la parte di noi che, pur volendo amare, rimane armata; quella che teme di ferire o essere ferita; quella che trattiene il calore sotto la pelle.
Ma dentro quegli aculei cova un rivoluzionario del sentire, pronto ad affacciarsi.

Ed è qui che si accende la Fede — non come atto religioso, ma come arte sottile:
la capacità di vedere una porta dove sembra esserci un muro.
La fede è un gesto interno che sposta la luce.
È l’allenamento a riconoscere l’ordine segreto nel caos apparente.
È un muscolo poetico: più lo usi, più diventa capace di trasformare lo pseudo limite in un varco.

Improvvisamente, ciò che appariva confuso rivela una sua musica.
Il fraintendimento diventa un luogo di conoscenza.
La distanza tra due lingue diventa un ponte luminoso, non più una frattura
.

Il limite, allora, non è più il punto in cui ci fermiamo:
è il luogo in cui iniziamo a cambiare forma.
È l’attimo in cui il nostro istrice si toglie un aculeo e rivela, timido ma reale, il desiderio di contatto, scrive, per invitare a scrivere.
È la soglia da cui si intravede l’immensità.

Così la reciprocità non è un’equazione, ma un’opera d’arte: fatta di tentativi, chiaroscuri, risalite, incomprensioni, aperture improvvise.
E la fede, in tutto questo, è il pennello che dipinge un senso dove ancora non c’è.

Alla fine, ogni limite è solo un invito — un modo delicato e misterioso in cui la vita ci chiede di diventare più vasti, più attenti, più veri.

Siamo noi a decidere se ascoltarlo.

Creare

Parto dal concetto di Nicchia: quello spazio fragile e prezioso dove il nuovo può nascere, dove il pensiero resta puro, dove i sogni respirano prima di diventare per tutti o convenzione.

Un luogo piccolo, per pochi, ma necessario all’umanità — perché ogni scoperta, ogni rivoluzione, ogni atto creativo nasce sempre da lì, da un gesto di nicchia.

Oggi quel pensiero si trasforma in azione che definirei il susseguirsi, il ritmo segreto del tempo

Ho sempre sentito di appartenere a uno spazio sospeso — tra il reale e il surreale, tra l’avanguardia e il contemporaneo.
Un luogo piccolo, intimo, dove nascono le idee prima che diventino di tutti: la nicchia, spazio di sperimentazione e ascolto, dove la creatività si coltiva lontano dal rumore.

Essere “di nicchia” per me è stato un modo di stare al mondo.
Un modo di guardare oltre, un modo per creare indipendentemente prima che qualcosa diventi televisione o istituzione.
E ogni volta che quella nicchia si allargava, che il mio spazio diventava ufficialità, io mi accorgevo di essere già altrove — perché la mia natura è stare dove tutto ancora deve nascere.

Ricordo un giorno, nel 2017, quando raccontai alla mia amica Francesca, avvocato, il sogno di fondare un’associazione culturale chiamata “Capolavori”, dedicata ai miei nipoti, ai miei piccoli capolavori, figli di CAPOLAVORI.
Lei mi presentò un noto commercialista, ma quell’incontro fu una grande delusione.
Tra dubbi, sarcasmi e una certa sciatteria mentale, entrambi cercarono di demolire l’idea.
Come se la mia visione fosse un capriccio, non un sogno.
Uscì da quell’incontro ferito, ma non arreso.
Perché chi vive nella nicchia sa che il sogno non si spegne: cambia forma, si nasconde, ma resta vivo.

Oggi, 12 novembre 2025, camminando verso il liceo De Felice di Catania dove presenterò il mio spettacolo L’ALTRO IERI, penso a quel giorno.
E sorrido.

Inoltre perché questa sera alle 19:30 ci sarà il primo incontro del laboratorio da me condotto — un percorso dedicato alla parola, al dialogo, alla poesia.
Un progetto che punta al potenziale di ognuno partendo dal singolo, arrivando al gruppo, con il desiderio di costruire insieme uno spettacolo che parli di pace, di altruismo, di sogno condiviso.

Quell’altruismo che allora dalla mia amica e da quel commercialista non venne capito. Associazione Culturale Capolavori da gennaio 2019 esiste, produce, costruisce ogni giorno uno suo spazio nell società.

Perché la vera tristezza non è nel fallimento, ma nella sciatteria di chi non sa più credere nei sogni.

La sciatteria è una forma di povertà emotiva, una frustrazione che si traveste da realismo.
Chi crea, chi sogna, chi osa — non può permettersi di essere sciattamente realista.

Viviamo in tempi ipnotici.
Oggi una ragazza su TikTok raccontava di aver cambiato festa perché quella in cui era sembrava una festa di “truppe cammellate”: una ragazza giovane già stanca da persone ipnotizzate da sensazioni vuote, dominate da un entusiasmo senza senso.
E ho pensato che aveva ragione.
Oggi spesso si preferisce l’ipnotizzatore al creatore.
Si segue chi intrattiene, non chi apre strade.

Io resto fedele alla mia nicchia.
Perché la nicchia è il luogo dove il sogno non ha ancora paura.
È il respiro prima della voce.
È l’idea prima della moda.
È il seme di ogni possibile rinascita.

Nicchia

Cosa vuol dire nicchia?
Me lo chiedo e lo chiedo all’intelligenza artificiale.
Perché da sempre mi sento lì, in quello spazio tra il reale e il surreale, tra l’avanguardia e il contemporaneo.
Uno spazio non grande, non affollato, ma denso.
Un teatro di nicchia, un mestiere di nicchia, un’anima di nicchia.

Eppure la parola non basta.
Che cos’è, davvero, la nicchia?” chiedo.
“È un luogo o un modo di essere
?”

L’intelligenza artificiale risponde con voce calma, quasi antica:

La nicchia nasce come un incavo nel muro. Uno spazio scavato per custodire qualcosa di prezioso, un santo, una luce, un piccolo altare.
Nel tempo, la parola è diventata simbolo: indica ciò che non è di massa, ciò che vive in pochi, ciò che non ha ancora bisogno del consenso per esistere
.”

Ascolto. E mi ritrovo.
Perché la mia vita è stata proprio questo: una serie di piccoli altari in cui ho posto il mio lavoro, il mio pensiero, la mia arte, senza preoccuparmi che fossero luoghi per molti.
Anzi, più la nicchia si allargava, più io me ne andavo.
Quando qualcosa diventava ufficiale, istituzione, linguaggio comune, sentivo che la nicchia era finita — e con essa il mio posto.

L’intelligenza artificiale continua:

Essere di nicchia non è isolamento. È anticipazione.
La nicchia è un laboratorio del senso, il luogo dove il mondo viene distillato prima di diventare prodotto.
Chi vive nella nicchia non rifiuta il mondo: lo prepara. È la soglia tra il presente e ciò che ancora non ha nome
.”

Mi fermo.
Ripenso ai miei percorsi, ai lavori iniziati quando non c’era ancora una definizione, alle ricerche che nessuno capiva finché non diventavano pubbliche, di facile consumo, conformiste— e a quel punto non mi appartenevano più.
Forse la nicchia è un moto dell’anima: la necessità di stare dove tutto è ancora possibile, dove le parole sono ancora materia viva.

Essere di nicchia,” mi dice la scienza generativa, “è un gesto d’amore verso l’umanità.
Perché ogni scoperta, ogni passaggio culturale, nasce in un cerchio ristretto, in un linguaggio che solo pochi comprendono.
La nicchia è la culla delle rivoluzioni. Il seme prima della foresta
.”

Sorrido.
Capisco che la nicchia non è un rifugio, ma un’avanguardia del cuore: un’utopia-manifesto, un’elaborazione di nuovi codici, un’utopia agita.
Non è l’essere fuori, ma l’essere prima.
Un luogo in cui si custodisce il nuovo, finché non è pronto a camminare da solo
.

E allora sì — essere di nicchia è, forse, il modo più autentico che conosco per essere nel mondo.