Calmati, questa parola è arrivata nel mezzo di una prova, all’interno di un laboratorio teatrale. Una parola forse troppo semplice. E, per il processo di cui adesso voglio raccontare i passaggi di una esperienza, mi sono fermato a pensarci e scrivere.

gruppo di lavoro spettacolo SANT’AITUZZA MIA luglio 2026
Uso la parola “processo” come l’overture del mio ragionamento perché i significanti sono vari e complementari ne evidenzio alcuni: successione di fatti o fenomeni aventi tra loro un nesso più o meno profondo; processo storico; processo di sviluppo, di maturazione; modo di procedere in rapporto a un determinato fine; procedimento, procedura, metodo; processo logico, sperimentale; processo tendente a confutare il valore di un’argomentazione attraverso la dimostrazione che ogni prova addotta ha bisogno di altra prova, e così all’infinito; causa, giudizio, procedimento; analisi di un fatto o di un comportamento pieno di critiche e recriminazioni; giudicare una persona non sulla base di fatti oggettivi, dalle intenzioni che a torto o a ragione le si attribuiscono; in psicoanalisi, modalità di funzionamento dell’apparato psichico; modalità di funzionamento dell’inconscio, che tende al soddisfacimento immediato delle pulsioni; modalità di funzionamento del pensiero cosciente, che regola il soddisfacimento delle pulsioni a seconda delle esigenze della situazione; comportamento, trascorso, tendente a confutare il valore di un’argomentazione attraverso la dimostrazione che ogni prova addotta ha bisogno di altra prova; analisi di un fatto o di un comportamento pieno di critiche e recriminazioni…

Jacob’s Ladder Edinburgh
Il processo è una sequenza, la sequenza è il laboratorio a seguire e allo stesso tempo il mio lavoro. Una o più porzioni del mio lavoro, quello che faccio da tanti anni, sono spesso invisibili. E l’invisibilità può essere una cosa bellissima, e sfaccettata.
Bellissima perché, quando il lavoro è fatto bene, il pubblico vede soltanto ciò che deve vedere. Vede la scena, gli attori, la musica, il movimento, l’emozione. Non vede il processo, necessariamente tutto ciò che è accaduto prima. Non vede le telefonate. Non ascolta il sentire. Non vede i messaggi. Non immagina cosa si proverà e come accadrà. Non vede le correzioni. Non parla con le persone che devono farne parte o non.
Sfaccettata perché non vede le porte alle quali si è bussato più volte per spiegare, insistere, raccontare, cercare di far comprendere una cosa potente che non sempre viene riconosciuta al primo incontro.

Pier Paolo Pasolini e Ninetto Davoli
Questa è la realtà.
Il mio psicoterapeuta, tanti anni fa, mi invitava a non dire mai che il mio lavoro era semplice. Avevo la tendenza a dirlo perché per me certe cose sono sempre state o lo sono diventate naturali. Cioè sapevo come costruirle, farle. Sapevo dove andare, come organizzare, come comporre. Sapevo come mettere insieme le persone.
Il fatto che una cosa sia diventata semplice per chi la fa non significa che sia semplice nella sua struttura. Anzi a volte ciò che appare più semplice è il risultato di una complessità enorme. È come vedere una persona camminare e non sapere nulla dell’equilibrio necessario per compiere ogni passo.
È come ascoltare una frase e non conoscere tutte le parole che sono state scartate prima di arrivare a quella definitiva. È come vedere uno spettacolo e non sapere quante volte sia stato necessario ricominciare.
Questa è l’invisibilità del mio lavoro.

Stephane Barbery by Kuma
E oggi penso che sia parte del lavoro stesso, del processo di costruzione, le condizioni perché uno spettacolo possa esistere. E dentro queste condizioni ci sono i dettagli più piccoli. Quelli che spesso nessuno vedrà mai.
La posizione di una persona. L’ordine di un ingresso. Una pausa. Una musica. Una parola. Un movimento. Una relazione tra due persone. Un equilibrio. Una tensione. Una scelta fatta in un istante. Una pausa lunga come questa: sto scrivendo una esperienza che come tale porta diversi significati, un albero con tanti frutti, per tutti
Pubblico la foto scattata stamattina. In questa foto c’è Salvo Giordano. E c’è il suo lavoro straordinario di ricerca storica, di sapiente dicitore della nostra lingua siciliana, c’è il suo approccio ad un teatro che seguo e che non mi appartiene finché non mi appartenuto lo studio e l’approfondimento produttivo delle esperienze che da un po’ viviamo assieme.
Salvo Giordano ha studiato, verificato, cercato i tasselli autentici. Assieme abbiamo lavorato sul copione, sulla memoria, sulla storia, sulla costruzione di una drammaturgia che non fosse semplicemente un racconto, ma una struttura capace di contenere una materia reale. La nostra diversità di approccio, di esperienza e di sguardo culturale poteva viaggiare in due percorsi separati, invece ha unito il reale e il surreale producendo un unico magnifico linguaggio teatrale. Salvo possiede una straordinaria capacità di ricerca storica, iconografica della nostra terra la Sicilia. Io porto uno sguardo che cerca l’avanguardia, la contaminazione, il mistico, il movimento, la possibilità di spostare il reale verso qualcosa che ancora non esiste. E proprio qui, forse, sta la potenza di questo lavoro. Lo ribadisco perché è una benedizione: stiamo lavorando tra il reale e il surreale.
E voi, che fate parte del gruppo, state vivendo l’esperienza di queste due potenze che si incontrano.
Il reale. Il surreale. Quando si combinano, accade qualcosa che mi piace chiamare irreale. Non l’irreale come qualcosa che non esiste. Ma il reale senza una delle sue due “r”. Un reale che perde la rigidità della sua definizione. Un reale che può diventare altro. Un reale che, attraversando la fantasia, la musica, il corpo, la storia, la memoria e il teatro, si trasforma. Questo è il lavoro. Ed è qui che ritorno a quella parola: calmati.
Durante la prova, 30’ prima di questa foto, in un momento di tensione logistica, ho alzato la voce. Stavo cercando di ricomporre un passaggio. Avevo davanti il gruppo con la responsabilità di generare soluzioni. C’era un finale da costruire.
Ieri ho chiesto a Salvo di scegliere, sulla base della musica e dell’emozione, l’ordine con cui le persone sarebbero entrate nel finale. Non gli avevo chiesto semplicemente di scrivere una lista. Gli avevo chiesto di ascoltare la sua pancia e colloquiando con la musica, comporre uno scacchiere di emozioni con ogni partecipante a questo laboratorio, con queste persone che assieme a noi hanno attraversato il deserto e forse esaustivamente felici sono arrivati alla meta in un tempo che ne ha del miracoloso
Ma ciò che è arrivato sul foglio non corrispondeva a ciò che avevo immaginato. E allora ho cercato di spiegare. Salvo si è arrabbiato. È uscito. Io ho continuato. Poi sono andato a cercarlo. Gli ho detto: «Ho chiuso la preparazione dei saluti. Manchi tu.» Perché questa è una cosa che ho imparato. La tensione non deve necessariamente diventare una rottura, bisogna attraversarla. Bisogna uscire. Bisogna tornare cresciuti nel fatto e per questo bisogna insistere.
E Salvo è rientrato.
Poi il lavoro è continuato.
E a un certo punto ho alzato la voce.

Nikola Tesla
A quel punto è arrivato Calmati da una persona del gruppo, usando anche la mano destra per sostenere. Utilizzando la mano per fare forza su verbale. Prima l’ho accolta, poi ho reagito. Non perché quella persona non avesse il diritto di parlare. Perché quella parola, in quel momento, mi è sembrata la semplificazione di qualcosa che semplice non era. Non ero semplicemente arrabbiato. Stavo cercando di tenere insieme una struttura. E quella struttura non era soltanto la prova di quel giorno. E’ come allertare qualcuno che è distratto
Quell’incitazione a voce alta stava in un momento che era il risultato di mesi, incontri, relazioni, ricerca, caldo, telefonate, persone convinte, persone che sono entrate, persone che si sono allontanate, persone che sono tornate. Di più di cento persone che, tra casting in presenza e messaggi, hanno risposto a una chiamata. Di quaranta persone che poi hanno deciso di fare parte di un lavoro comune. Di un gruppo nel quale ciascuno è arrivato con la propria storia, la propria sensibilità, il proprio livello di esperienza, la propria responsabilità e oggi aggiunge una esperienza a tutto questo.
Posso chiedere a una squadra di guardare verso una direzione comune. Questa è la funzione di un coach.
Non rendere tutti uguali, costruire una squadra, nella quale ognuno entra con una posizione, una responsabilità, un compito. Una squadra nella quale le differenze non vengono cancellate, ma vengono messe in relazione con un obiettivo.
Grazie alla mia esperienza riconosco più rapidamente quando una persona entra nel gruppo e partecipa al processo. E quando, invece, rema contro. Ma anche qui la mia funzione non è semplicemente escludere.
Io provo ad accogliere. Provo a spiegare. Provo a mettere dentro. Perché penso che una persona possa fare un’esperienza. Possa cambiare. Possa cambiare sé stessa per cambiare qualcosa intorno a sé.

The Spreading Summer Leaves On The Ancient Oak by Roy Wright
Cambiarsi per cambiare ecco il tema vero, ecco il tempo che vive questo articolo all’interno del mio blog. Il tempo nel tempo, tanti tempi che posso leggere, che puoi leggere, che chiunque può leggere. E in ogni di questi tempi c’è na frase che riguarda anche me proiettata affinché possa riguardare altri.
Io sono il primo a dovermi cambiare. A dover accogliere. A dover ascoltare. A dover depurare ciò che può essere depurato. A dover rimanere concentrato. A dover riconoscere quando la profondità diventa così profonda da rischiare di perdersi. E in questo lavoro ho visto persone entrare in un percorso. Come Maddalena, che ha dovuto allontanarsi per problemi familiari. Questa mattina è tornata per raccontare la sua esperienza commossa e anche perché tutti i tempi sani di prima l’anno portata davanti alla foto.
Maddalena ha commosso tutti non perché ha ringraziato per il lavoro, perché ha mostrato la cartolina del suo sentire che a specchio è il sentire di tutti. Questo è il teatro che mi interessa. Il teatro che va oltre alla produzione di uno spettacolo. Un teatro che produce un’esperienza. Un teatro che può diventare una piccola rivoluzione personale. Non sempre. Non per tutti. Non nello stesso modo. Ma qualche volta sì.
E allora penso alla persona che mi ha detto: «Calmati.» Forse non ha visto tutto. Forse non poteva vedere tutto. Forse non conosceva tutti i passaggi. Forse non conosceva le ore e tutto l’elenco dei tempi, forse perché non riusciva ad entrare nel tempo perché voleva un tempo solo per se senza attraversare il tempo comune, che è la responsabilità manifesta di un viaggio condiviso.
Non c’è nulla di male. Perché il lavoro invisibile è proprio questo. Non si vede. Ma esiste. Io non sono soltanto quello che parla. Sono anche quello che carica e scarica l’impianto. Quello che affronta budget difficili. Quello che cerca di far coincidere, coinciliare, esistere la bellezza anche quando i mezzi non sono proporzionati alla sua ambizione. Perché la vera bellezza non è mai ricca del suo potenziale. È profonda.
E spesso la profondità non si vede immediatamente. Come non si vede immediatamente la potenza.
Una semina non è una metafora. È la realtà. Si semina. Si torna. Si spiega. Si insiste. Si ripete. Si attraversa. E un giorno, forse, qualcosa nasce. Non necessariamente quando lo avevi previsto. Non necessariamente nel modo in cui lo avevi immaginato. Ma nasce.
E allora forse oggi posso dire questo: Non tutto ciò che appare semplice è semplice. Non tutto ciò che appare lento è fermo. Non tutto ciò che appare invisibile è assente. E non tutto ciò che appare come un urlo è soltanto un urlo. A volte dentro un urlo ci sono anni di lavoro. A volte dentro una voce alta c’è la paura di perdere qualcosa costruito con fatica. A volte l’abnegazione che va sentire la sua voce. A volte dentro un «calmati» c’è una persona che non ha ancora visto tutto ciò che ha preceduto quel momento. E forse il mio compito, ancora una volta, non è pretendere che tutti vedano ciò che vedo io. È continuare a costruire. Continuare a cercare, a trasformarmi, scrivere, trasformare.
Cambiarsi per cambiare.
E forse, alla fine, anche questo significa fare teatro.
Calmati una parola che abbracciata diventa racconta e da una parola semplice diventa una storia, una esperienza, diventa apertura.
Niente, in questo lavoro, è davvero semplice, ecco perché mi piace di più.





























