Calmati

Calmati, questa parola è arrivata nel mezzo di una prova, all’interno di un laboratorio teatrale. Una parola forse troppo semplice. E, per il processo di cui adesso voglio raccontare i passaggi di una esperienza, mi sono fermato a pensarci e scrivere.

Uso la parola “processo” come l’overture del mio ragionamento perché i significanti sono vari e complementari ne evidenzio alcuni: successione di fatti o fenomeni aventi tra loro un nesso più o meno profondo; processo storico; processo di sviluppo, di maturazione; modo di procedere in rapporto a un determinato fine; procedimento, procedura, metodo; processo logico, sperimentale; processo tendente a confutare il valore di un’argomentazione attraverso la dimostrazione che ogni prova addotta ha bisogno di altra prova, e così all’infinito; causa, giudizio, procedimento; analisi di un fatto o di un comportamento pieno di critiche e recriminazioni; giudicare una persona non sulla base di fatti oggettivi, dalle intenzioni che a torto o a ragione le si attribuiscono; in psicoanalisi, modalità di funzionamento dell’apparato psichico; modalità di funzionamento dell’inconscio, che tende al soddisfacimento immediato delle pulsioni; modalità di funzionamento del pensiero cosciente, che regola il soddisfacimento delle pulsioni a seconda delle esigenze della situazione; comportamento, trascorso, tendente a confutare il valore di un’argomentazione attraverso la dimostrazione che ogni prova addotta ha bisogno di altra prova; analisi di un fatto o di un comportamento pieno di critiche e recriminazioni…

Il processo è una sequenza, la sequenza è il laboratorio a seguire e allo stesso tempo il mio lavoro. Una o più porzioni del mio lavoro, quello che faccio da tanti anni, sono spesso invisibili. E l’invisibilità può essere una cosa bellissima, e sfaccettata.

Bellissima perché, quando il lavoro è fatto bene, il pubblico vede soltanto ciò che deve vedere. Vede la scena, gli attori, la musica, il movimento, l’emozione. Non vede il processo, necessariamente tutto ciò che è accaduto prima. Non vede le telefonate. Non ascolta il sentire. Non vede i messaggi. Non immagina cosa si proverà e come accadrà. Non vede le correzioni. Non parla con le persone che devono farne parte o non.

Sfaccettata perché non vede le porte alle quali si è bussato più volte per spiegare, insistere, raccontare, cercare di far comprendere una cosa potente che non sempre viene riconosciuta al primo incontro.

Questa è la realtà.

Il mio psicoterapeuta, tanti anni fa, mi invitava a non dire mai che il mio lavoro era semplice. Avevo la tendenza a dirlo perché per me certe cose sono sempre state o lo sono diventate naturali. Cioè sapevo come costruirle, farle. Sapevo dove andare, come organizzare, come comporre. Sapevo come mettere insieme le persone.

Il fatto che una cosa sia diventata semplice per chi la fa non significa che sia semplice nella sua struttura. Anzi a volte ciò che appare più semplice è il risultato di una complessità enorme. È come vedere una persona camminare e non sapere nulla dell’equilibrio necessario per compiere ogni passo.

È come ascoltare una frase e non conoscere tutte le parole che sono state scartate prima di arrivare a quella definitiva. È come vedere uno spettacolo e non sapere quante volte sia stato necessario ricominciare.

Questa è l’invisibilità del mio lavoro.

E oggi penso che sia parte del lavoro stesso, del processo di costruzione, le condizioni perché uno spettacolo possa esistere. E dentro queste condizioni ci sono i dettagli più piccoli. Quelli che spesso nessuno vedrà mai.

La posizione di una persona. L’ordine di un ingresso. Una pausa. Una musica. Una parola. Un movimento. Una relazione tra due persone. Un equilibrio. Una tensione. Una scelta fatta in un istante. Una pausa lunga come questa: sto scrivendo una esperienza che come tale porta diversi significati, un albero con tanti frutti, per tutti

Pubblico la foto scattata stamattina. In questa foto c’è Salvo Giordano. E c’è il suo lavoro straordinario di ricerca storica, di sapiente dicitore della nostra lingua siciliana, c’è il suo approccio ad un teatro che seguo e che non mi appartiene finché non mi appartenuto lo studio e l’approfondimento produttivo delle esperienze che da un po’ viviamo assieme.

Salvo Giordano ha studiato, verificato, cercato i tasselli autentici. Assieme abbiamo lavorato sul copione, sulla memoria, sulla storia, sulla costruzione di una drammaturgia che non fosse semplicemente un racconto, ma una struttura capace di contenere una materia reale. La nostra diversità di approccio, di esperienza e di sguardo culturale poteva viaggiare in due percorsi separati, invece ha unito il reale e il surreale producendo un unico magnifico linguaggio teatrale. Salvo possiede una straordinaria capacità di ricerca storica, iconografica della nostra terra la Sicilia. Io porto uno sguardo che cerca l’avanguardia, la contaminazione, il mistico, il movimento, la possibilità di spostare il reale verso qualcosa che ancora non esiste. E proprio qui, forse, sta la potenza di questo lavoro. Lo ribadisco perché è una benedizione: stiamo lavorando tra il reale e il surreale.

E voi, che fate parte del gruppo, state vivendo l’esperienza di queste due potenze che si incontrano.

Il reale. Il surreale. Quando si combinano, accade qualcosa che mi piace chiamare irreale. Non l’irreale come qualcosa che non esiste. Ma il reale senza una delle sue due “r”. Un reale che perde la rigidità della sua definizione. Un reale che può diventare altro. Un reale che, attraversando la fantasia, la musica, il corpo, la storia, la memoria e il teatro, si trasforma. Questo è il lavoro. Ed è qui che ritorno a quella parola: calmati.

Durante la prova, 30’ prima di questa foto, in un momento di tensione logistica, ho alzato la voce. Stavo cercando di ricomporre un passaggio. Avevo davanti il gruppo con la responsabilità di generare soluzioni. C’era un finale da costruire.

Ieri ho chiesto a Salvo di scegliere, sulla base della musica e dell’emozione, l’ordine con cui le persone sarebbero entrate nel finale. Non gli avevo chiesto semplicemente di scrivere una lista. Gli avevo chiesto di ascoltare la sua pancia e colloquiando con la musica, comporre uno scacchiere di emozioni con ogni partecipante a questo laboratorio, con queste persone che assieme a noi hanno attraversato il deserto e forse esaustivamente felici sono arrivati alla meta in un tempo che ne ha del miracoloso

Ma ciò che è arrivato sul foglio non corrispondeva a ciò che avevo immaginato. E allora ho cercato di spiegare. Salvo si è arrabbiato. È uscito. Io ho continuato. Poi sono andato a cercarlo. Gli ho detto: «Ho chiuso la preparazione dei saluti. Manchi tu.» Perché questa è una cosa che ho imparato. La tensione non deve necessariamente diventare una rottura, bisogna attraversarla. Bisogna uscire. Bisogna tornare cresciuti nel fatto e per questo bisogna insistere.

E Salvo è rientrato.
Poi il lavoro è continuato.
E a un certo punto ho alzato la voce.

A quel punto è arrivato Calmati da una persona del gruppo, usando anche la mano destra per sostenere. Utilizzando la mano per fare forza su verbale. Prima l’ho accolta, poi ho reagito. Non perché quella persona non avesse il diritto di parlare. Perché quella parola, in quel momento, mi è sembrata la semplificazione di qualcosa che semplice non era. Non ero semplicemente arrabbiato. Stavo cercando di tenere insieme una struttura. E quella struttura non era soltanto la prova di quel giorno. E’ come allertare qualcuno che è distratto

Quell’incitazione a voce alta stava in un momento che era il risultato di mesi, incontri, relazioni, ricerca, caldo, telefonate, persone convinte, persone che sono entrate, persone che si sono allontanate, persone che sono tornate. Di più di cento persone che, tra casting in presenza e messaggi, hanno risposto a una chiamata. Di quaranta persone che poi hanno deciso di fare parte di un lavoro comune. Di un gruppo nel quale ciascuno è arrivato con la propria storia, la propria sensibilità, il proprio livello di esperienza, la propria responsabilità e oggi aggiunge una esperienza a tutto questo.

Posso chiedere a una squadra di guardare verso una direzione comune. Questa è la funzione di un coach.

Non rendere tutti uguali, costruire una squadra, nella quale ognuno entra con una posizione, una responsabilità, un compito. Una squadra nella quale le differenze non vengono cancellate, ma vengono messe in relazione con un obiettivo.

Grazie alla mia esperienza riconosco più rapidamente quando una persona entra nel gruppo e partecipa al processo. E quando, invece, rema contro. Ma anche qui la mia funzione non è semplicemente escludere.

Io provo ad accogliere. Provo a spiegare. Provo a mettere dentro. Perché penso che una persona possa fare un’esperienza. Possa cambiare. Possa cambiare sé stessa per cambiare qualcosa intorno a sé.

Cambiarsi per cambiare ecco il tema vero, ecco il tempo che vive questo articolo all’interno del mio blog. Il tempo nel tempo, tanti tempi che posso leggere, che puoi leggere, che chiunque può leggere. E in ogni di questi tempi c’è na frase che riguarda anche me proiettata affinché possa riguardare altri.

Io sono il primo a dovermi cambiare. A dover accogliere. A dover ascoltare. A dover depurare ciò che può essere depurato. A dover rimanere concentrato. A dover riconoscere quando la profondità diventa così profonda da rischiare di perdersi. E in questo lavoro ho visto persone entrare in un percorso. Come Maddalena, che ha dovuto allontanarsi per problemi familiari. Questa mattina è tornata per raccontare la sua esperienza commossa e anche perché tutti i tempi sani di prima l’anno portata davanti alla foto.

Maddalena ha commosso tutti non perché ha ringraziato per il lavoro, perché ha mostrato la cartolina del suo sentire che a specchio è il sentire di tutti. Questo è il teatro che mi interessa. Il teatro che va oltre alla produzione di uno spettacolo. Un teatro che produce un’esperienza. Un teatro che può diventare una piccola rivoluzione personale. Non sempre. Non per tutti. Non nello stesso modo. Ma qualche volta sì.

E allora penso alla persona che mi ha detto: «Calmati.» Forse non ha visto tutto. Forse non poteva vedere tutto. Forse non conosceva tutti i passaggi. Forse non conosceva le ore e tutto l’elenco dei tempi, forse perché non riusciva ad entrare nel tempo perché voleva un tempo solo per se senza attraversare il tempo comune, che è la responsabilità manifesta di un viaggio condiviso.

Non c’è nulla di male. Perché il lavoro invisibile è proprio questo. Non si vede. Ma esiste. Io non sono soltanto quello che parla. Sono anche quello che carica e scarica l’impianto. Quello che affronta budget difficili. Quello che cerca di far coincidere, coinciliare, esistere la bellezza anche quando i mezzi non sono proporzionati alla sua ambizione. Perché la vera bellezza non è mai ricca del suo potenziale. È profonda.

E spesso la profondità non si vede immediatamente. Come non si vede immediatamente la potenza.

Una semina non è una metafora. È la realtà. Si semina. Si torna. Si spiega. Si insiste. Si ripete. Si attraversa. E un giorno, forse, qualcosa nasce. Non necessariamente quando lo avevi previsto. Non necessariamente nel modo in cui lo avevi immaginato. Ma nasce.

E allora forse oggi posso dire questo: Non tutto ciò che appare semplice è semplice. Non tutto ciò che appare lento è fermo. Non tutto ciò che appare invisibile è assente. E non tutto ciò che appare come un urlo è soltanto un urlo. A volte dentro un urlo ci sono anni di lavoro. A volte dentro una voce alta c’è la paura di perdere qualcosa costruito con fatica. A volte l’abnegazione che va sentire la sua voce. A volte dentro un «calmati» c’è una persona che non ha ancora visto tutto ciò che ha preceduto quel momento. E forse il mio compito, ancora una volta, non è pretendere che tutti vedano ciò che vedo io. È continuare a costruire. Continuare a cercare, a trasformarmi, scrivere, trasformare.

Cambiarsi per cambiare.
E forse, alla fine, anche questo significa fare teatro.
Calmati una parola che abbracciata diventa racconta e da una parola semplice diventa una storia, una esperienza, diventa apertura.
Niente, in questo lavoro, è davvero semplice, ecco perché mi piace di più.

Saccheggio

Avete presente un buffet dove viene servita una varietà di dolci e cibi salati per gli ospiti? Avete presente quando arriva la prima fila e si porta via gran parte del buffet? Avete presente perché lo fa? Molti film hanno raccontato scene di questo tipo. Il saccheggio non è soltanto questo. Il saccheggio avviene quando dentro una persona cova una sorta di disperazione. Anche quando non è evidente. Anche quando è mascherata da perbenismo, da educazione, da titoli, da ruoli sociali e persino da stelle.

Il saccheggio nasce quando una persona crede che tutto sia disponibile per sé. Che tutto debba essere ricondotto a sé. Perché si considera meritevole di chissà che cosa. Il saccheggio non comincia quando qualcuno porta via tutto da un buffet. Comincia molto prima. Comincia nella testa. Comincia quando una persona guarda ciò che appartiene a tutti e pensa: “Questo spetta a me.”

Non importa se è già sazia. Non importa se gli altri non hanno ancora mangiato. Non importa se qualcuno resterà senza. Il saccheggiatore non vede gli altri. Vede soltanto ciò che può prendere. E prende. Prende spazio. Prende meriti, idee, opportunità, attenzione, persone. Prende il lavoro degli altri. Prende persino la sofferenza degli altri, quando gli serve per costruirsi un’immagine. E poi si presenta come vittima.

Il saccheggio è una forma di fame. Non fame di pane. Fame di possesso. Fame di riconoscimento. Fame di potere. Fame di essere sempre al centro. E quando una persona non ha il coraggio di guardare il proprio vuoto, spesso cerca di riempirlo con ciò che appartiene agli altri. C’è una cosa che il saccheggiatore non capisce: il vuoto non si riempie portando via. Si allarga. E più prende, più ha bisogno di prendere.

Perché il problema non è ciò che manca fuori. Il problema è ciò che non è mai stato affrontato dentro.

Il saccheggio non ha un’unica faccia. A volte è volgare. A volte è raffinato. A volte è ignorante. A volte ha studiato. A volte urla. A volte parla con voce calma e possiede un vocabolario impeccabile. A volte ha un titolo. A volte ha una posizione. A volte ha persino delle stelle. Il saccheggio resta saccheggio. Anche quando indossa un abito elegante. Anche quando sale su un palco. Anche quando viene applaudito. Anche quando pretende di insegnare agli altri la morale.

Perché non c’è niente di più ridicolo dell’ignoranza quando si traveste da autorevolezza. E niente di più pericoloso del parassitismo quando viene scambiato per successo. Il saccheggiatore vive del lavoro altrui. Bagnando la propria brioche nella granita degli altri. Il saccheggiatore occupa. Sottrae. Accumula. Prevarica.

Il saccheggio è entrare nella vita di qualcuno senza permesso e chiamarlo diritto. È spingere gli altri e chiamarlo ambizione. È tradire e chiamarlo strategia. È rubare il merito e chiamarlo talento. È sfruttare e chiamarlo opportunità. È prendere tutto e poi avere il coraggio di lamentarsi di non avere abbastanza.

Per cercare dentro di me ciò che non funzionava ho speso anni. Tempo. Denaro. Energia. Ho cercato le mie mancanze. Le mie ferite. Le mie zone oscure. Le mie intrasparenze. Ho provato a guardare il mio vuoto senza trasformarlo in una pretesa sugli altri. Perché una cosa dovrebbe essere chiara a tutti: la tua sofferenza non ti autorizza a distruggere la vita degli altri. La tua mancanza non ti dà il diritto di prendere ciò che non è tuo. La tua fame non ti autorizza a svuotare il piatto degli altri. Il fatto che tu abbia sofferto non ti rende automaticamente migliore. E soprattutto: non ti rende proprietario del mondo.

Il saccheggio è una delle forme più primitive dell’ignoranza. Perché chi saccheggia non comprende la misura. Non comprende il limite. Non comprende la reciprocità. Non comprende che vivere insieme significa anche lasciare qualcosa agli altri. E forse il problema più grande del nostro tempo è proprio questo: abbiamo cominciato a chiamare il saccheggio con nomi più eleganti. Lo chiamiamo successo. Lo chiamiamo ambizione. Lo chiamiamo meritocrazia. Lo chiamiamo leadership.

Lo chiamiamo opportunismo. Lo chiamiamo intelligenza. Come quel manager che, con la carta aziendale, spende per sé più di 300.000 euro della società per cui lavora. O come il mega direttore statale che si aumenta in modo illegittimo lo stipendio di 80mila euro.

Spesso è soltanto avidità con una buona comunicazione. Egoismo con un vestito costoso. Ignoranza con un titolo appeso al muro. E allora diciamolo senza paura: chi prende tutto non è necessariamente il più forte.

A volte è il più vuoto. Chi schiaccia gli altri non è necessariamente il più intelligente. A volte è semplicemente incapace di stare in piedi da solo. Chi ha bisogno di appropriarsi continuamente di ciò che appartiene agli altri, forse non ha ancora costruito nulla che gli appartenga davvero.

Il saccheggio è questo: la disperazione di chi non sa creare e allora prende. Di chi non sa amare e allora possiede. Di chi non sa crescere e allora si appropria della crescita degli altri. Di chi non sa guardarsi dentro e allora devasta ciò che trova fuori.

E io penso che ci sia una regola semplice, quasi brutale: se per sentirti grande hai bisogno di rendere più piccoli gli altri, non sei grande. Se per vincere devi far perdere tutti gli altri, non sei un vincente. Se per avere tutto devi lasciare gli altri senza niente, non sei ricco. Se per essere qualcuno devi rubare spazio a tutti, forse non hai ancora capito chi sei. Il saccheggio è impotenza organizzata. È fame che non sa confessarsi. È un vuoto che ha imparato a vestirsi bene.

La cosa più triste è che oggi, spesso, quel vuoto sale in cattedra. Urla: “Adesso tocca a me.” Indossa una giacca. Mostra un titolo. Parla con la sua sicurezza.

E pretende persino di insegnarci la vita. Davanti a tutto questo, continuo a pensare una cosa: l’ignoranza può anche vestirsi da professore. Ma non per questo smette di essere ignoranza.

Il saccheggio può anche essere applaudito. Ma non per questo diventa civiltà. E forse la cosa più inquietante è proprio questa: oggi il saccheggio, a volte, viene premiato.

La fame più pericolosa non è quella dello stomaco. È quella di chi non ha mai avuto il coraggio di guardare dentro di sé.

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Mamma

Da Il valore della dignità a Sant’Aituzza mia: due tappe di un percorso che continua. Il 23 luglio 2022 andava in scena il primo spettacolo in assoluto realizzato nell’ambito di Palcoscenico Catania

Oggi questo è l’essenza di un bene comune. Il teatro, per me, nasce dall’incontro con le persone. Da un movimento culturale che guarda alla comunità nella sua interezza e che prova a dare forma a ciò che spesso rimane nascosto, silenzioso, invisibile. Attraverso Sant’Aituzza mia, quel percorso continua a trasformarsi e costruire realtà non solo per il territorio in collaborazione con Associazione Statale 114, Associazione Terre Forti e Associazione Capolavori. Alla parola «inclusione», preferisco parlare di partecipazione, di incontro, di energia. Persone che si incontrano e, attraverso quell’abbraccio culturale ogni volt diverso, diventano rappresentazione di sé stesse.

Il link racconta ieri, il video racconta oggi un momento delle prove dello spettacolo che debutta il 26 luglio 2026 a Librino.

Le locandine raccontano due tappe.

In mezzo c’è il lavoro. E c’è una frase che mi torna spesso alla mente: «mai che le cose sono semplici.» Perché ciò che appare semplice, spesso, è il risultato di una grande ricerca, di una lunga elaborazione, di un lavoro che non sempre si vede. Agli occhi degli altri può sembrare semplice mettere insieme le persone, costruire un gruppo, trasformare storie diverse in uno spettacolo. Dietro ci sono il tempo, la ricerca, le relazioni, le difficoltà, le intuizioni, gli errori, la fatica e la necessità di ricominciare ogni volta. Ci sono storie, differenze, fragilità, energie e possibilità di trasformare tutto questo in qualcosa che prima non esisteva. Questo, per me, il senso del teatro: creare condizioni perché una comunità possa, per un momento, rappresentare sé stessa. Da Il valore della dignità a Sant’Aituzza mia. Il percorso continua.

Anche grazie a te, mamma (nonna, bisnonna) nel giorno del tuo compleanno

Summer Song Festival

Dieci voci, dieci possibilità: una serata di musica e giovani artisti

Ieri sera ho avuto il piacere di partecipare, in qualità di giurato, a una kermesse canora che ha visto protagonisti dieci giovani interpreti, ciascuno con un proprio brano inedito.

È stata una serata piacevole e interessante, non soltanto per la qualità delle esibizioni, soprattutto per la possibilità di osservare uno spaccato della realtà musicale contemporanea: giovani artisti con personalità, storie, sensibilità e livelli di esperienza molto diversi tra loro, accomunati dal desiderio di salire su un palco e mettersi in gioco.

Desidero innanzitutto ringraziare Ettore Tortorici per l’invito, l’accoglienza e l’impegno con cui ha costruito la serata, insieme alla conduzione di Paola Parisi, capace di accompagnare l’evento con una particolare dolcezza e una presenza che ho molto apprezzato.

Essere giurato mi ha portato, naturalmente, a osservare gli artisti con attenzione. Non soltanto la voce, ma anche la presenza scenica, il rapporto con il brano, la capacità di trasmettere qualcosa al pubblico e, soprattutto, la possibilità di intravedere, dietro l’esibizione, un percorso ancora da compiere.

Perché un artista non è soltanto ciò che mostra in una serata.

A volte è già evidente una personalità forte, una capacità interpretativa matura, una presenza scenica che arriva immediatamente. Altre volte, invece, si intravede qualcosa ancora in formazione: un talento che deve trovare la propria direzione, una voce che deve ancora liberarsi, un’energia che ha bisogno di essere incanalata, una personalità che deve imparare a riconoscersi pienamente.

Ed è proprio questo, forse, l’aspetto più interessante di una serata come quella di ieri.

Non cercare soltanto chi sia il migliore, ma provare a capire quale sia la distanza tra ciò che un artista è oggi e ciò che potrebbe diventare.

Alice Blasi – «Non mi va»
Alice Blasi è una ragazza potente. Non soltanto per la voce o per la presenza scenica, per ciò che mette in campo attraverso la propria intelligenza e la propria cultura. Mi ha colpito anche la descrizione filosofica che ha preceduto il brano. Ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a una persona che ha molte cose da dire e che possiede gli strumenti per elaborarle. Il mio invito è quello di andare ancora più a fondo, di trovare la giusta combinazione tra pensiero, interpretazione e musica. Quando una persona possiede una ricchezza interiore così evidente, il passaggio successivo è riuscire a trasformarla pienamente in forma artistica. Il mio voto complessivo è stato 33.

Ottavia Privitera – «Radical Chic»
Ottavia Privitera ha mostrato buone possibilità di essere artista. Possiede quella giusta aggressività da palco che, se sviluppata e indirizzata, può diventare una caratteristica personale. Ho trovato interessante anche il suo arpeggio vocale, un elemento che potrebbe ulteriormente esplorato e trasformato diventare in un tratto distintivo. C’è una presenza scenica che può crescere e una personalità che può trovare una maggiore definizione. Il mio voto complessivo è stato 33.

Mirko Bianca – «Altrove»
Mirko Bianca mi è apparso ancora dentro il proprio bozzolo. Ho avuto la sensazione che mettesse in avanscoperta più le proprie scoperte che le proprie doti canore. È una condizione che può essere anche interessante, perché significa che c’è un percorso in corso, ma il brano mi è sembrato fragile e, a un certo punto, ha finito per distrarre la mia attenzione. Forse vuole ancora trovare una maggiore consapevolezza del proprio strumento e della propria direzione. Il mio voto complessivo è stato 29.

Giada – «My Way»
Giada è stata l’artista che mi ha colpito maggiormente. La sua semplicità si contrappone a una grande grinta, forse ancora acerba ma proprio per questo interessante. Il brano è orecchiabile e ben strutturato e alcune tonalità mi hanno riportato alla memoria i Righeira. Ho percepito una personalità che può crescere molto, soprattutto se riuscirà a conservare quella semplicità che mi è sembrata uno dei suoi elementi più autentici. Il mio voto complessivo è stato 39.

Eden – «Incastro perfetto»
Eden possiede potenzialità importanti, ma mi sono sembrate ancora disperse. La sua energia è evidente, così come la voglia di stare sul palco. Tuttavia ho avuto la sensazione che il brano e gli arpeggi vocali lo portassero verso una dimensione che cerca il neomelodico, ma rimane ancora dentro il pop. Credo che potrebbe fare molto di più se riuscisse a incanalare la propria energia in una linea melodica più coerente con le sue caratteristiche. E qui mi viene da dire una cosa molto semplice: il cantante canta, non recita. Il palco può certamente avere teatralità, ma la teatralità deve nascere dalla musica e dalla personalità dell’artista, non sostituirle. Il mio voto complessivo è stato 33.

Matoh – «Mai abbastanza»
Matoh è un artista che ho trovato molto interessante. Mi è sembrato dotato di una certa poliedricità e di una chiarezza scenica che emerge lentamente. Non è necessariamente un artista che si offre tutto immediatamente: c’è qualcosa che si rivela nel tempo. Mi ha lasciato un bel retrogusto e, proprio per questo, al termine della serata gli ho lasciato i miei contatti. Spero di poterlo risentire e di avere la possibilità di continuare il confronto. A volte, infatti, ciò che resta dopo un’esibizione è importante quanto ciò che si è visto durante l’esibizione. Il mio voto complessivo è stato 39.

Dionisia – «Niente di me»
Dionisia mi è sembrata, fino a quel momento, l’artista più convincente sul palco. Possiede una grinta interessante e buone doti canore. Il brano è orecchiabile e l’esecuzione è stata buona, pur lasciando spazio a ulteriori possibilità di miglioramento. Ma ciò che mi ha colpito maggiormente è stata la presenza scenica. C’è un’artista che può ancora esplorare e manifestare pienamente le proprie possibilità. La carriera, in questo senso, può diventare il luogo in cui quella grinta trova una forma sempre più consapevole. Il mio voto complessivo è stato 39.

J & B – «Questa è la storia»
Una cantante con una notevole esperienza alle spalle. Una cantante abituata al palco, ai contesti del piano bar e delle cerimonie, con tutto l’impegno e la maestria che questo comporta. Tuttavia, proprio questa esperienza mi è sembrata, in qualche modo, sbiadita sul palco. Il brano non è riuscito a prendere quota e la presenza scenica non mi ha coinvolto pienamente. Il mio voto complessivo è stato 34.

Batta – «Super toxica»
Batta mi è sembrato, più che un cantante, un animatore da villaggio. Lo dico con rispetto, perché anche l’animatore è un artista e possiede una qualità fondamentale: la capacità di coinvolgere il pubblico. Batta ha questa energia. Cerca di suscitare curiosità, di creare allegria, di costruire un rapporto con chi lo ascolta. Ho voluto premiare il suo lato rocambolesco, la sua capacità di stare dentro una dimensione spettacolare. Allo stesso tempo, ho avuto la sensazione che dentro di sé ci sia ancora una profondità da esplorare e da colmare. L’energia esteriore potrebbe diventare ancora più interessante se riuscisse a incontrare una maggiore profondità interiore. Il mio voto complessivo è stato 35.

Julia Stabile – «Y esa parte de mí»
Julia Stabile è stata l’artista che ha ricevuto il mio voto più alto Possiede doti canore eccellenti. Durante la sua esibizione ho spesso chiuso gli occhi per ascoltare meglio la voce e la sua interpretazione. In lei ho riconosciuto una grande capacità vocale, una precisione quasi assoluta e una notevole consapevolezza dello strumento. Allo stesso tempo, ho percepito una distanza tra la voce, il temperamento e la trasmissione della propria arte al pubblico. È come se esistesse una macchina vocale straordinaria, in parte consapevole delle proprie capacità e in parte ancora inconsapevole della propria forza. Una distanza visiva, per così dire, tra la voce, il temperamento e la capacità di trasmettere pienamente ciò che si possiede. Eppure proprio questa distanza può diventare una possibilità di crescita. Il mio voto complessivo è stato 41. È stato il mio voto più alto che corrisponde con la giuria. Julia ha vinto questo contest.

La melodia e l’aggressività. La serata mi ha lasciato anche una riflessione più generale. La sensazione è che, in molti casi, la melodia abbia perso parte della sua centralità rispetto a una certa aggressività musicale. Un’aggressività che spesso sembra voler raccontare il disagio, la tossicità, la sofferenza, la rabbia. Naturalmente non c’è nulla di sbagliato nel raccontare questi sentimenti. La musica può e deve attraversare anche le zone più oscure dell’esistenza. La disperazione può diventare rock, la rabbia può trovare una forma musicale, il dolore può trasformarsi in suono. La melodia, per me, rimane qualcosa di fondamentale. La melodia è una forma di poesia.

E forse proprio per questo non basta raccontare qualcosa: bisogna trovare il modo musicale attraverso il quale quel racconto possa realmente diventare emozione.Raccontare la tossicità può certamente condurre verso il rock. La rabbia può diventare una scelta musicale. Ma quando l’aggressività rimane soltanto un atteggiamento, rischia di restare in una terra di mezzo: non è ancora veramente rock, non è più semplicemente pop, e soprattutto non sempre riesce a trasformare il sentimento in una vera forma musicale.

La musica, secondo me, ha bisogno di una necessità. Non basta voler dire qualcosa. Bisogna trovare il modo per cui quella cosa possa diventare musica.

Dieci voci, dieci possibilità. La serata di ieri mi ha lasciato quindi una sensazione positiva e, insieme, alcune domande. Ho incontrato giovani artisti che hanno ancora molto da dire e, soprattutto, molto da scoprire di sé stessi. Perché il palco non è soltanto il luogo in cui si dimostra ciò che si sa fare. È anche il luogo in cui, qualche volta, si comincia a capire chi si può diventare. Ringrazio ancora Ettore Tortorici per avermi voluto al suo fianco in questa esperienza, per l’accoglienza e per l’impegno con cui ha costruito la serata.

Ringrazio Paola Parisi, che ha accompagnato l’evento con una particolare dolcezza. E ringrazio tutti gli artisti che hanno avuto il coraggio di presentarsi, cantare e condividere il proprio lavoro.

Una serata piacevole, un piccolo osservatorio sulla musica di oggi e, soprattutto, una conferma di quanto sia ancora importante dare spazio a chi sta cercando la propria voce.

Pratico

Pratico è la parola che pratico mentre il caldo è invadente, un caldo che tenta di sfocare i pensieri, che rende tutto più lento e più faticoso. Ed io pratico la riconduzione, opponendomi all’invadente con accoglienza. E tutto quello che il caldo porta con sé, tuttavia, continua a camminare con me, con il principio della trasformazione.

Praticare significa proprio questo: non aspettare che tutto sia risolto per cominciare a vivere. Attuare nella sua modalità del dire e del fare. Pratico da quando ho incontrato il Buddismo, e praticare significa anche e soprattutto pregare. E ho capito che la fede non è soltanto un pensiero: è un gesto quotidiano, una direzione, una forma di presenza. Pratico quando mi siedo davanti al Gohonzon e provo a riconoscermi, senza fingere di essere diverso. Pratico quando cerco di nutrire la mia anima, quando provo a capire quali pensieri mi fanno crescere e quali invece mi tengono fermo.

Pratico anche quando scrivo, perché mentre scrivo mi ascolto. Le parole arrivano prima confuse, si accavallano, si contraddicono, poi lentamente trovano una forma. Nel tempo pratico l’immediatezza perché imprime un pensiero che come tale può sfuggire, e senza questa pratica con leggeresti questo scritto. In questo praticare riesco a riconoscermi. Non sempre scrivo per dire qualcosa agli altri. Scrivo per poter sentire quello che sto dicendo a me stesso.

Tutto questo lo porto in teatro, che, per me, è realtà trasposta in fantasia: praticare la vita esprimendola. Da qui il trionfo del potere della benedizione che pratico e che mi ha portato ad essere ciò che sono. Non soltanto un lavoro, non soltanto un progetto, non soltanto la costruzione di uno spettacolo. La mia pratica è la riconoscenza della conoscenza nel suo desiderarla. Praticare praticamente è un continuo allenamento, una continua sfida solo a ripensarci, rileggersi.

Guardo le persone, ascolto ciò che accade, provo a mettere insieme differenze, sensibilità, energie, conflitti. Cerco una forma di armonia che non sia uniformità, che non cancelli le differenze, una forma che riesca a farle convivere le differenze.

Praticare è la direzione che ti porta a cercare questa conformità propria, senza doversi conformare a qualcosa che viene imposto dall’esterno: trovare una forma che sia conforme a ciò che si è veramente, a ciò che si sta diventando.

Sono cento e più espressioni. A volte queste parti convivono bene, altre volte si combattono. Ma forse la pratica consiste anche nel non dover eliminare ogni contraddizione prima di poter procedere.

Pratico il «fermati e rifletti», una minuscola e infinita frase di Nichiren Daishonin che benedico per quanto è potente. Altrimenti come potrei stare dentro questa varietà di pensieri diversi, di desideri, di tormenti, di entusiasmo, di stanchezza, di fede, di ironia, di paura, di ostinazione, di ruoli? Come potrei abbracciare e sostenere le difformità di più ambienti e praticare per ogni felicità.

Pratico l’immaginazione e la concretezza, il desiderio di guardare il mondo con meraviglia, il bisogno di armonizzare le cose, anche le asprezze. Pratico la ricerca dell’evidenza e la capacità di riconoscere ciò che ancora non è evidente. Pratico le sottigliezze, perché spesso sono proprio i dettagli a contenere il tutto. Pratico senza riconoscenze perché seguo la legge e non la persona. Pratico il tentativo e la risolutezza di essere pratico.

La vita non è sempre pratica, io non sono sempre pratico e forse nessuno lo è davvero. Perché praticare in quella sua autentica essenza è sempre un esperimento. Però posso praticare la praticità. Posso provare a trovare, dentro la complessità, una forma di chiarezza. Cerco di condurre la mia vita con saggezza, in un modo di camminare che tenga conto del corpo, della mente, dell’anima e di tutto ciò che ancora non conosco. E mi sforzo e prego per portare luce anche laddove e oltre il mio cammino.

Pratico, nel senso che sono pratico, quando la strada è in piano o quando sale. A volte cammino con gioia, altre volte cammino perché ho deciso di non fermarmi. E forse anche questa è una forma di fede: continuare a muoversi senza avere sempre la certezza.

Sto lavorando in questi giorni su Sant’Agata, con uno spettacolo a Lei dedicato “Sant’Aituzza mia” bellezza, coinvolgimento, valore e sollecitazioni continue.  Sono abituato a parlare con lei. Ogni volta mi presento con devozione, come chi ogni volta incomincia o forse ricomincia, riparte. Come una persona che cerca, che a volte si perde per poi attraversare il sentiero smarrito e ritrovarsi.

Pratico la vita così come arriva, cercando di non subirla soltanto. Pratico la possibilità di trasformare ciò che mi tormenta in qualcosa che possa nutrirmi. Pratico la possibilità di trasformare una difficoltà in una domanda, e trasformarla in una ricerca, e da una ricerca in un gesto, la consistenza del teatro, lo spazio in cui le persone possano incontrarsi e riconoscersi.

Pratico perché mi piace e appassiona la bellezza e ho bisogno di una direzione che sia più grande delle mie paure. Ed ecco che pratico anche le strade e vicoli di ogni dubbio, perché non voglio diventare prigioniero delle mie certezze.

Questa mattina il caldo è forte. Il corpo è allenato a reagire. La mente attraversa pensieri diversi. Io sono qui a continuare, praticare la vita, a riconoscere chi sono.

E tutto questo è così semplice perché è una preghiera di gratitudine, amore, lavoro, esperienze.

Infinito

Quando penso all’otto, penso a tante cose.
Penso al numero.
Penso al verbo essere, all’infinito.

Penso a una pista di automobiline, a un fiocco, al mese in cui sono nato. Penso all’orario in cui entravano a scuola i miei figli, alle giostre, all’ora di cena e al telegiornale della sera.

Penso al comandamento che invita a non pronunciare falsa testimonianza e che, in fondo, ci ricorda una cosa semplice e difficile: dire la verità. Penso a Biancaneve e ai sette nani. Otto von Grunt (noto come Grunf), spesso definito comicamente come tetesco di Germania, celebre e sgangherato inventore del Gruppo T.N.T. storica serie a fumetti italiana Alan Ford creata da Max Bunker e Magnus. Oppure il lotto, il gioco dell’otto, non soltanto questo anche una porzione di terreno, o più porzioni, tanti lotti. Penso al DNA, a una maschera di Carnevale e a tutto ciò che ancora potrei ricordare. E poi penso anche a una barzelletta: uno zero incontra un otto e gli chiede «Ma perché hai questa cintura così stretta?» Penso al segnaposto di un tavolo di un ristorante dove vado spesso

Ancora una volta, una forma diventa un’immagine. Un’immagine diventa una storia. E una storia diventa l’infinito: la possibilità di guardare la stessa cosa in mille modi diversi. Un numero può essere un ricordo, un verbo, un mese, una pista di automobiline, una giostra, un figlio che entra a scuola, una pagina, una cena, un telegiornale, una maschera di Carnevale, una battuta, diventare, semplicemente, l’infinito. Perché tutto dipende da come guardiamo una cosa e scoprire che dentro quella cosa ce ne sono infinite altre. Perché l’otto è un numero.

E se lo guardi bene, è anche molto di più. Forse è proprio questo che mi affascina, che dentro un numero come in ogni cosa possa esserci un viaggio. Che una forma possa diventare un pensiero. Che un pensiero possa trasformarsi in uno sguardo.
E che uno sguardo possa aprire un mondo. Quando penso all’infinito, allora, ritorno all’otto. Ritorno a quella forma che non ha un vero inizio e non ha una vera fine.

Una forma che continua. Come la natura. Come il mare che va e ritorna. Come le stagioni che si susseguono. Come il seme che cade nella terra e, senza sapere ancora quale forma avrà, comincia a cercare la luce. Come l’albero, che affonda le sue radici nel buio e, nello stesso tempo, tende i suoi rami verso il cielo. Forse anche noi siamo così.
Abbiamo radici nel passato e possibilità nel futuro.

Siamo ciò che siamo stati, ma anche tutto ciò che ancora possiamo diventare. E questa, forse, è la cosa più straordinaria della vita. Che non siamo mai completamente conclusi. Che anche quando pensiamo di essere arrivati alla fine di qualcosa, da qualche parte può ancora aprirsi una strada. Un incontro. Una parola. Un pensiero. Uno sguardo. Una possibilità.
L’otto mi ricorda proprio questo. Come nell’infinito, due movimenti si incontrano e continuano.
E allora ascolto e guardo.
E mentre guardo, provo a capire.
Poi trasformo un pensiero in uno sguardo.

L’otto è un abbraccio

E uno sguardo in una didascalia che non è soltanto una frase scritta sotto una fotografia. Forse è il tentativo di seguire un pensiero mentre si apre.
Di accompagnarlo fino a dove può arrivare.
Perché dentro uno sguardo può esserci una storia.
Dentro una storia può esserci un uomo.
E dentro ogni uomo può esserci un infinito.
Un infinito di otto o di chicchessia.  

Allora penso a lottare, l’otto nascosto che, semplicemente, ho incontrato questa mattina. Una porta tutte le infinite possibilità di un pensiero che diventa uno sguardo, e poi parola, storia, camminare.
Come l’otto, lotto. Come la vita. Continuamente.

CRIPTIC

La cripticità come forma dell’idea prima della condivisione. Un’idea può essere criptica non perché voglia nascondersi, perché sta ancora cercando la forma attraverso cui poter essere condivisa.

Da qualche giorno questa parola mi gira dentro. Criptico. All’inizio pensavo alla decodifica. A ciò che deve essere interpretato, compreso, attraversato. Poi, attraverso l’esperienza, la parola ha cominciato a rivelarmi qualcosa di diverso.

Un’idea, prima di diventare condivisa, è quasi sempre criptica. Nasce dentro una o più persone. Attraversa il pensiero, la scrittura, la realtà, l’azione. Prima di essere compresa dagli altri deve ancora trovare una forma. E in quel momento può sembrare strana, incomprensibile, fuori contesto. Non perché voglia essere criptica, perché è ancora in evoluzione.

A me capita spesso di parlare e di non essere capito immediatamente. Può passare un minuto, un giorno, un anno. A volte anche molto di più. Poi, improvvisamente, qualcosa si chiarisce, e tutto è chiaro, nel mio caso magico. Ciò che non viene compreso subito a volte è semplicemente un pensiero che ha bisogno di tempo per diventare esperienza. O semplicemente sintonia.

Durante il laboratorio di Sant’Aituzza mia, è accaduto qualcosa che mi ha fatto comprendere ancora meglio e ancora una volta questa parola. Ho proposto ai trenta partecipanti, attori e allievi attori, un esercizio: registrare contemporaneamente un selfie video parlato della durata di un minuto.

Da fuori, probabilmente, un’immagine criptica. Trenta persone con un telefono in mano, che parlano contemporaneamente. Dentro quella stanza stava accadendo altro. Ognuno parlava a se stesso e, nello stesso tempo, entrava in una dimensione collettiva. C’era confusione, energia, propositività, una confusione ampia. C’erano voci sovrapposte, che diventavano un coro. Ognuno conservava la propria individualità e, nello stesso momento, faceva parte di qualcosa di confacente al lavoro di tutti.

Qualcuno ha detto di aver fatto fatica a sentire se stesso nel rumore degli altri. Qualcuno ha detto di essersi ascoltato forse per la prima volta. Qualcuno ha parlato di leggerezza, gioia, comunione, integrazione. Qualcuno ha raccontato l’imbarazzo iniziale e poi la libertà.

E allora ho capito che quell’azione, apparentemente criptica per chi l’avesse osservata dall’esterno, aveva trovato la propria decodifica nell’esperienza di chi l’aveva vissuta. Forse il gesto artistico è proprio questo. Un artista elabora un’idea e la rende fruibile ancora di più in funzione al coraggio e all’onestà.

Seleziono tra mille possibilità, come ieri ho cercato in una chiavetta con più di mille brani quello preciso che potesse attivare un’energia, un’allegria, un coinvolgimento. L’atto della scelta è già criptico. Tra mille possibilità, una sola diventa necessaria. Poi l’idea viene condivisa. Viene elaborata. Viene agita.

E finalmente diventa comprensibile non perché sia stata spiegata fino in fondo, perché è stata vissuta. Mi piace elaborare la fantasia attraverso la realtà. Una fantasia genuina, che non ha bisogno di fronzoli. Una fantasia che sa lavorare con ciò che trova. Un telefono. Una stanza. Trenta persone. Una musica. Un minuto. Anche il caldo.

E dentro questi elementi può nascere qualcosa che nessuno aveva programmato completamente. Questa è forse la cripticità dell’artista. Non l’oscurità cercata. Non il desiderio di confondere. Non la volontà di sentirsi superiori perché gli altri non capiscono.

La cripticità è spesso il tempo che un’idea impiega per diventare condivisa. E naturalmente esiste anche chi approfitta di questa incomprensione. Chi, davanti a ciò che non riesce o non vuole comprendere, cerca di spostare l’attenzione. Di incasellare. Di ridurre. Di spostare l’artista stesso.

Perché ciò che non rientra immediatamente nelle logiche conosciute può diventare scomodo.

Ma cosa ci salva? L’abnegazione. La tenacia. L’amore. La capacità di continuare a fare. E quegli occhi gioiosi che ieri Cristina ha visto brillare durante le prove. Forse, alla fine, è proprio lì la verità. Un’idea può essere criptica. Un gesto può essere criptico. Un artista può essere criptico.

Ma se dentro quell’idea, dentro quel gesto, dentro quella persona c’è autenticità, prima o poi qualcosa arriva. A volte dopo un minuto. A volte dopo giorni. A volte dopo anni. Io mi impegno per farla viaggiare spedita.

La cripticità non è necessariamente ciò che nasconde la verità. A volte è semplicemente la verità mentre sta ancora cercando la forma con cui potrà essere condivisa.

LA FORMAZIONE COME ESPERIENZA

La mia formazione nasce dall’esperienza. Probabilmente anche da quel daimon che ognuno di noi porta dentro e che, nel mio caso, si è alimentato attraverso la frequentazione e la vicinanza a un mondo culturale vasto.

Nasce dall’incontro con grandi maestri. Con scardinatori di logiche, di vita, di saggezza. Nasce dall’incontro continuo con la curiosità, quella forza che processa l’arte e la distilla in fede. La mia formazione non procede soltanto attraverso i libri e i manuali. Nasce dagli incontri, dalle esperienze, dalle batoste, dalle intuizioni, dagli errori, dalle domande. Dall’ascolto. Dalla musica. Dal teatro. Dalla vita. Da tutto ciò che, nel tempo, continua a mettere in discussione ciò che credevo di sapere.

Le mie sono conoscenze nate dall’elaborazione continua senza retorica o tradimenti. Dalla vita come laboratorio. Perché forse la conoscenza non è soltanto accumulare. È trasformare. È prendere ciò che si incontra, attraversarlo, interirizzarlo e lasciarlo diventare qualcosa di nuovo. È questo il mio modo di imparare. La curiosità come materia prima. L’arte come processo. E, qualche volta, ciò che resta dopo questo processo è una forma di fede, perché nasce dalla fede

LA CULTURA E GLI STRUMENTI DEL PRESENTE

A un certo punto ho chiesto a ChatGPT di mettere a confronto questo mio pensiero sulla cripticità con alcune idee di autori che, probabilmente, io non avrei raggiunto se non attraverso uno studio infinito.

E qui, per me, c’è qualcosa di meraviglioso. Perché scoprire che un’intuizione nata da un’esperienza personale può entrare in dialogo con pensieri elaborati da grandi autori non significa necessariamente averli studiati. Significa che l’esperienza umana, quando è autentica, può talvolta incontrare strade già percorse da altri. E forse il bello è proprio questo. Godere della modernità. Usare gli strumenti del proprio tempo. Avere la possibilità di dialogare con la cultura, con la storia e con il pensiero attraverso strumenti nuovi.

Questa possibilità, in fondo, non è qualcosa di completamente nuovo. In ogni tempo l’uomo ha avuto i propri strumenti. Il libro. La lettera. La biblioteca. La conversazione. La musica. Il teatro. Oggi anche l’intelligenza artificiale. Cambiano gli strumenti. Resta la cosa più importante: la curiosità di pensare. La capacità di lasciarsi attraversare da un’idea. Il desiderio di capire dove ci conduce. La modernità, quando viene vissuta con intelligenza, non sostituisce l’esperienza. La amplifica.

E forse è proprio questa la vera ricchezza del nostro tempo: poter partire dalla propria vita, dalla propria esperienza, dalla propria intuizione e trovare, attraverso nuovi strumenti, una conversazione con l’intera storia del pensiero umano.

LA CRIPTICITÀ COME VIAGGIO

E così, forse, anche la cripticità diventa un viaggio. Un’idea nasce. All’inizio è oscura anche a chi la pronuncia. Poi viene elaborata. Viene vissuta. Viene condivisa. E, qualche volta, attraverso il tempo e attraverso incontri imprevedibili, scopre di avere già parlato con qualcuno che era vissuto molto prima di noi. Questo è il bello della cultura. Non è soltanto sapere ciò che è già stato detto. È anche avere il coraggio di pensare qualcosa e, solo dopo, scoprire che quel pensiero può dialogare con il mondo.

Non esiste probabilmente un autore che abbia formulato esattamente questo concetto con la parola cripticità. Ma molti autori, dal XIX secolo in poi, hanno attraversato territori vicini: l’opera che nasce prima di essere compresa, l’artista che anticipa il proprio tempo, l’esperienza il cui significato arriva dopo.

Nietzsche ci ricorda che alcune idee sembrano appartenere al futuro. Proust che spesso comprendiamo veramente un’esperienza soltanto dopo averla vissuta. Pirandello che ciò che appare non coincide necessariamente con ciò che è. Beckett che l’opera non deve necessariamente spiegare tutto. John Cage che anche il quotidiano, il rumore e l’imprevisto possono diventare composizione. Grotowski che il teatro può essere soprattutto esperienza condivisa. E forse, in fondo, la mia idea sulla cripticità si trova proprio in questo spazio comune: l’artista è criptico non perché voglia nascondere, ma perché spesso vive un’idea prima che essa diventi comprensibile agli altri.

La cripticità è il tempo necessario affinché un’intuizione diventi esperienza. E affinché l’esperienza diventi significato. Forse è questo il mio modo di stare nel mondo. Un’idea può nascere senza essere immediatamente spiegabile. Può essere attraversata. Può essere agita. Può essere vissuta. E solo dopo può trovare le parole. Perché a volte non siamo noi a dover inseguire la comprensione. A volte è la comprensione che, lentamente, deve raggiungerci.

E allora continuo. Con l’esperienza. Con la curiosità. Con l’arte. Con la musica. Con l’amore. Con quegli occhi gioiosi che ancora brillano quando qualcosa, dentro di me, sta per nascere. Perché forse la cripticità non è l’assenza di una risposta. È il tempo che una risposta impiega per diventare vita.

Ed è per questo che a me piacciono le parole. Perché, come bolle di sapone, sono evocatrici di gioia e di spettacolo. È difficile contenerle. Sono leggere, mobili, imprevedibili. Evaporanti contenuti di illuminazione. E forse è proprio per questo che continuano a meravigliarmi. Una parola appare. Si solleva. Riflette la luce. Attraversa l’aria. E, prima ancora di scomparire, può aver già acceso qualcosa dentro qualcuno.

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Ascolto, ascolto, ascolto, ascolto, ascolto …

Fiducia

Prima di tutto viene la fiducia. La fiducia in noi stessi, soprattutto quando siamo nervosi, stanchi o quando smettiamo di credere nelle nostre possibilità.
Avere fiducia significa continuare ad andare avanti, anche nei momenti più difficili. Significa scegliere di fidarsi del percorso e di sé stessi. Vincere non è soltanto raggiungere un traguardo: nella parola vincere è già racchiusa un’azione, il coraggio di mettersi in cammino. In un certo senso, abbiamo già vinto nel momento in cui decidiamo di non arrenderci.
Non è semplice. Vincere significa superare i nostri limiti, i pensieri che ci depistano, le frustrazioni e le paure che cercano di fermarci.
E allora torniamo al punto da cui siamo partiti: la fiducia. Perché, in fondo, la fiducia non è altro che fede. È la certezza, anche quando non abbiamo ancora tutte le risposte, che vale la pena continuare a credere, a lottare e ad andare avanti.

La Fiducia attraversa i dubbi. E continuando a camminare, li trasforma in esperienza.

Fuori stagione

Non è soltanto un divertimento. E non è nemmeno un lavoro. Per me è una missione.

Ieri, dopo una giornata di casting, ero distrutto. Eppure, mentre tornavo a casa, mi rendevo conto che quello che mi affascina non è semplicemente scegliere persone, organizzare eventi o immaginare progetti.

La mia vera occupazione è un’altra: osservare ciò che ancora non si vede. O, meglio ancora, intuire ciò che ancora non c’è.

Forse è per questo che il post di Ginevra (nome di fantasia) mi ha riportato alla memoria un episodio di quasi quarant’anni fa.

Lavoravo nella pubblicità in esterna quando un cliente mi chiese di pianificare una campagna che sarebbe uscita a cavallo di Ferragosto. Il manifesto aveva un solo protagonista: Babbo Natale. Sotto, una sola parola: Buon Natale, 15 agosto 1989

All’epoca sembrava un’idea fuori stagione. Oggi parlare di Natale in piena estate non sorprende più nessuno.

Mi sono accorto che questa sensazione l’ho vissuta più volte.

All’inizio degli anni Ottanta avviai un’attività di animazione quando era ancora un settore quasi inesistente. Nel 1985 realizzai un’animazione in un lido balneare siciliano: allora sembrava una novità, oggi è una pratica diffusa.

C’è un altro episodio che oggi rileggo con occhi diversi. Nel 1997, per l’inaugurazione di un negozio che poteva contare su oltre seimila clienti consolidati, proposi un’idea apparentemente fuori stagione: festeggiare il Capodanno… il 4 aprile. Con l’approvazione, e poi con l’entusiasmo del cliente, la mia società di comunicazione organizzò un Capodanno Fuori Stagione, dalle 21 del 4 aprile alle 21 del 5 aprile.

Non fu una semplice inaugurazione, ma un evento costruito come un vero Capodanno, con un programma articolato che coinvolse oltre seimila persone. La sorpresa più grande fu che diverse aziende del territorio decisero di sostenere spontaneamente il progetto con sponsorizzazioni e prodotti.

Anche in quel caso il punto non era il Capodanno. Era l’idea di spostare il significato di una ricorrenza fuori dal suo tempo naturale, trasformandola in un’esperienza capace di incuriosire, coinvolgere e creare valore.

Anche mio padre, con il suo teatro d’avanguardia e sperimentale, percorse una strada simile. Ciò che allora era ricerca è diventato parte della storia del teatro. Non a caso una studentessa del DISUM dell’Università di Catania sta dedicando a quella esperienza la sua tesi di laurea.

Queste esperienze mi fanno porre una domanda: Chi sono davvero i cool hunter? Chi sono davvero gli anticipatori culturali? Sono soltanto coloro che intercettano i segnali deboli del cambiamento oppure esiste un’altra figura, meno riconoscibile, che prende quei segnali e li trasforma in progetti, linguaggi, esperienze e, infine, in normalità? Forse l’innovazione non nasce dal nulla. Nasce dalla capacità di vedere, prima degli altri, possibilità che ancora non hanno un nome.

Poi arrivano altri: chi finanzia, chi organizza, chi comunica, chi rende quell’intuizione accessibile e condivisa. È un passaggio indispensabile, ma apre un’altra riflessione.

Quando tutto questo accade, il punto di partenza tende a scomparire. L’avanguardia, quando ha successo, perde il suo carattere eccezionale e diventa semplicemente la normalità.

Forse è questo il destino delle idee migliori: non essere ricordate come eccezioni, ma diventare così naturali da farci credere che siano sempre esistite.

In fondo gli archivi servono anche a questo: non a celebrare il passato, ma a ricordarci che alcune idee, quando nascono, sembrano sempre fuori stagione. Per chi avesse voglia di curiosare, lascio il link a un breve video di quell’evento.

L’altro è me

Mi mette un po’ a disagio, laddove c’è un logorroico vento di ostentazione, essere definito un artista, o ancora di più un creativo. Sono parole che spesso evocano un’immagine di talento, ispirazione o di fascino personale, mentre la mia esperienza è molto diversa. Maturata esperienza da esploratore che porta a considerarmi prima di tutto un operatore culturale nell’ambito del teatro partendo da musica e curiosità. Nel teatro progetto, organizzo e realizzo percorsi culturali di esplorazione contemporanea; con la musica progetto e opero anche come DJ. In entrambi gli ambiti, ciò che mi guida non è il desiderio di affermare me stesso,mi guida la volontà di mettere il mio lavoro al servizio delle persone e della comunità. Quello che faccio nasce da una pratica quotidiana fatta di sfide continue, affrontate con la preghiera, con ostinata abnegazione, con il desiderio di crescere in umanità e con il rispetto profondo delle persone e della materia con cui si genera il lavoro creativo, il tassello.
Proprio per questo soffro quando la figura dell’artista o del creativo viene semplificata. Non perché quelle parole siano sbagliate, perché rischiano di far dimenticare il lungo cammino che le rende autentiche. Dietro un’opera, uno spettacolo, un brano o un progetto ci sono quasi sempre anni di ricerca, tentativi, studio, errori, sacrifici e trasformazione interiore. Solo raramente qualcosa nasce già compiuto, non si è mai soddisfatti.
Anche per me questa è una sfida quotidiana. Non sempre riesco a raccontare tutto ciò che vivo e questo, a volte, mi provoca una profonda sofferenza. Comunque è una sofferenza che scelgo di attraversare, perché credo che faccia parte del percorso stesso dell’artista e del creativo: dare forma a qualcosa che, prima di diventare comprensibile agli altri, ha richiesto un lungo tempo di maturazione.
Per questo, quando si parla di creatività o di espressione della fede, un altro atto creativo perché mistico e ciò che è incomprensibile è già creativo. Per questo ho spesso la sensazione che si racconti solo metà della storia. La fede, per me, non è un elemento decorativo del mio lavoro: è la forza che sostiene la determinazione, la ricerca della qualità, la responsabilità verso gli altri, la gratitudine e la devozione con cui affronto ogni progetto.
Temo che parlarne possa facilmente scivolare nella retorica, per me il vuoto se non è un evidente gioco di parole. Preferisco che siano il lavoro quotidiano, la costanza e le relazioni costruite con parsimonia a testimoniare ciò in cui credo. Se c’è una creatività nel mio percorso, è quella che nasce dalla perseveranza, dal servizio e dalla capacità di trasformare le difficoltà in occasioni di crescita condivisa. Come un copione scritto e rivisto porta un quadro totale, una quadra del lavoro che è sempre in itinere anche se passa dal debutto. Grazie ❤️