Lunedì

Sembra una salita. Ma se la guardi bene, è un aspetto necessario: è nella salita che vedi meglio la punta rispetto all’orizzonte. Devi alzare la testa, devi spingerti verso l’alto. Il lunedì è questo: non l’inizio di una fatica, è il momento in cui il cammino si fa visibile.
Dentro il lunedì c’è tutto, e a tenerlo insieme è la preghiera, la determinazione. Non ne è una frazione: è una funzione, quella che illumina ogni frazione, ogni input, ogni azione, ogni arte. Illumina ogni cosa. Dentro questa luce c’è il mio essere e la mia vita, le responsabilità, la conduzione dei progetti e l’idea da cui sono nati, le conquiste e anche le delusioni. C’è la salute, la condizione economica, la famiglia, i figli, i nipoti. C’è la profondità dell’essere e la profondità dell’artista. Nel rapporto con me stesso e con il mondo c’è amore.
Quando arriva la preghiera, quando arriva la meditazione, mi affaccio. Potrei essere spaventato, e invece accolgo. Guardo il mio mondo e vedo che non è solo mio: è in relazione con il mondo degli altri, perché siamo tutti interdipendenti. Allora prego, e mi sfido. Credo nell’ottimismo, nella verità, nella chiarezza. Prego soprattutto per la bellezza della vita, e metto in ogni preghiera la gratitudine, ogni giorno, con fiducia e con la capacità di delegare, di affidare ciò che da solo non posso portare.

Insistere o trasformare
Cambiare, trasformare, significa l’opposto di insistere. Nella parola “insistere” non c’è una vocazione, c’è soltanto una procedura. E a volte queste procedure appartengono ai meandri delle nostre regole, delle nostre illusioni e disillusioni, delle cose non risolte.
L’altro ieri mi sono ritrovato davanti all’ennesimo urlo di una persona a me molto vicina. L’avevo allontanata proprio per questo: per la difficoltà di comunicare, per l’amarezza di essere stato tradito più volte, e poi per il fattore urla. Quando, per motivi logistici e familiari, ho dovuto rincontrarla, è arrivato di nuovo l’urlo.
In parallelo, con un’altra persona, ho sentito un’altra resistenza: quella verso la paura. È un pensiero filosofico, ma vale per me prima che per chiunque altro. Quando ho paura e persisto nella paura, senza capirne le origini, senza affrontarla, senza metterla in gioco, io la moltiplico. E la paura moltiplicata blocca. Per questo è così difficile sostenere una persona che si muove in questo modo: l’accesso è quasi impossibile.
A questo ragionare sopraggiunge un altro, ascolto chi sperpera invece di costruire e ci crede. Prego anche per lei. Ogni giorno metto in campo la mia rivoluzione umana. Cerco di contenere, sostenere, armonizzare, congiungere, piuttosto che dividere, allontanare, esasperare. Perché lo sperpero non serve. L’urlo può essere uno sperpero. Avere pochi soldi e spenderli male è uno sperpero. Non immaginare un futuro è uno sperpero. Urlare e tradire sé stessi sono sperperi. Attivare relazioni solo per certi aspetti e tradirne altri è uno sperpero. Resistere, stringere i denti, invece, è valore, è creazione di valore.
Per questo penso che si debba migliorare, o meglio migliorarsi, per poi migliorare. Metto in campo la mia resistenza, la mia sfida, il mio studio, la mia ginnastica emotiva: è pratica, è il mio allenamento, per dirla tutta. Si parte da qui, dalla capacità di assistere all’urlo e portarlo via con sé, con delicatezza, con amore, con rispetto. Perché dentro quell’urlo c’è un mare profondo, probabilmente anche inquinato, pieno di detriti di plastica e di quant’altro. Non spetta a me scandagliarlo. Piuttosto, a quell’urlo porgo la mia buona fetta di illuminazione.
Nel mio spettacolo Avamposto c’è una frase che dice come vivo anche questo: il mio teatro è abnegazione, ossessione. È la stessa disciplina della preghiera, vista da un’altra porta: dare tutto, senza tenere nulla per sé.
Quindi che sia salita, lunedì. Alzo la testa, guardo la punta come obiettivo, la volontà del volere, la fragranza infinita.
E così è.


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