Brucoli

La responsabilità del sogno. Forse la vera conquista non è arrivare da qualche parte, ma imparare a stare dentro ciò che accade senza smettere di guardare, accorgersi, trasformare, fare.

Guardare significa essere presenti. Accorgersi significa dare valore ai dettagli, anche a quelli che sembrano insignificanti. Trasformare significa prendere ciò che la vita ci consegna — un’emozione, una paura, un’immagine, un desiderio — e farne pensiero, arte, esperienza. Fare significa assumersi la responsabilità di ciò che abbiamo sognato.

A Brucoli, per esempio, una parte di me voleva andare e un’altra voleva tirarsi indietro. Ho attraversato quella resistenza e sono andato, come DJ, proposto selezioni musicali. E la gente ha apprezzato e ballato, anche bene, in un luogo dove non è abituata a farlo.

La cosa che mi emoziona davvero è che ho creato una condizione alla quale pensavo da tantissimi anni, da quando avevo messo per la prima volta piede in quel locale.

Questa è la responsabilità del sogno. Immaginare e poi fare. Un sogno rimane utopia finché resta soltanto nella nostra mente. Diventa presenza quando trova un corpo, un luogo, un tempo, altre persone. E diventa esperienza quando accettiamo di attraversare la paura, l’incertezza, la fatica e anche la possibilità che le cose non vadano come avevamo immaginato.

Il sogno non chiede soltanto di essere desiderato. Chiede di essere realizzato.

Una musica diventa movimento. Un’idea diventa scena. Una scrittura diventa voce. Oggi un progetto nato un anno fa prende corpo nelle strade. Un’immagine diventa pensiero. Un pensiero diventa scelta.

È questo che sto imparando: non aspettare di essere pronto, esserci per concretizzare.

E poi fermarsi un momento a riconoscere che qualcosa che un tempo era soltanto immaginato, adesso esiste.

Il sogno da utopia diventa presenza. E la presenza diventa esperienza. La verità sta nei dettagli.

Ferragosto

Buon Ferragosto a tutti.

In questo momento sto parlando a un gruppo teatrale, mistico, che con l’energia dell’Universo abbiamo creato: un meraviglioso campo scuola. Mentre scrivo mi sto immaginando un gruppo molto più vasto. Perché quello che sto vivendo con voi riguarda, in realtà, qualcosa che va oltre il teatro: la responsabilità della relazione.

La relazione è prima di tutto una sfida che si rinnova rifiutando ciò che è da rifiutare e nello stesso tempo abbracciandolo. Questa responsabilità non è soltanto la responsabilità di ciò che facciamo insieme, ma la responsabilità di come ci stiamo dentro, di come ci guardiamo, di come ascoltiamo, di come attraversiamo i momenti delicati e di come ciascuno di noi contribuisce alla qualità dello spazio comune. La sto immaginando, ma soprattutto la sto vivendo. Ieri ho avuto una lunga conversazione con Maria e mi sono fermato a riflettere su una cosa che riguarda tutti noi e questo passaggio delicato tra lo spettacolo appena concluso, Sant’Aituzza mia, e il nuovo lavoro che è già in corso, Civitoti in pretura. Rispetto al primo spettacolo, le persone non si sono ancora sentite completamente accolte, raccolte, “accucciate” nello stesso modo.

È una sensazione che ho ascoltato con grande attenzione e che mi ha fatto immediatamente riposizionare alcune cose.Ci sto lavorando. E proprio per questo mi è venuto da scrivere questo messaggio, anche se è lungo. Perché partendo dal concetto di “resistenza” nel suo assetto di rivoluzione, sento che questo momento ha bisogno di attenzione e non di fretta.

Vi ho parlato spesso di una cosa: mai avere aspettative. Mai. Non possiamo pretendere che un nuovo lavoro ci restituisca automaticamente le stesse emozioni, la stessa complicità, lo stesso ritmo o lo stesso abbraccio del lavoro precedente. Ogni volta bisogna rinnovare continuamente.

Lavoro sempre su nuove costruzioni come le bolle di sapone. Cercare ogni volta un assetto. Cercare il proprio ruolo. Cercare il proprio spazio. Cercare il proprio modo di stare dentro quello che stiamo facendo. E soprattutto andare oltre le bugie della mente. Perché la mente, la mente… costruisce aspettative, paragoni, paure, giudizi, immagini di come le cose dovrebbero essere. E spesso sono proprio queste immagini a impedirci di vedere quello che sta realmente accadendo.

Il primo spettacolo ci ha regalato un gruppo, un ritmo, una complicità che non erano scritti sulla carta. Sono nati lavorando, incontrandoci, ascoltandoci, attraversando difficoltà e costruendo insieme.

Adesso siamo a due giorni dal debutto dello spettacolo che ci ha riuniti nella sua forma autentica e itinerante.

Un sodalizio tra verità, fede, arte, comunione di intenti.

Adesso siamo in un altro momento. E un altro momento richiede un altro ascolto.Io arrivo a questo messaggio amandomi. E forse è importante dirlo.

Ieri ho lavorato a Brucoli come DJ. Una bellissima location, in riva al mare, i fuochi d’artificio che a mezzanotte mi hanno circondato. Dopo ho trascorso del tempo con i titolari, in una serata molto bella e anche molto faticosa.Oggi sento tutta quella fatica.Sento la difficoltà nel camminare, la stanchezza del corpo, la necessità di fermarmi.Eppure proprio questa difficoltà, questa determinazione e questa voglia di fermarmi e parlare — prima di tutto con me stesso e poi con il mondo — mi portano a scrivere questo.

Il mio Maestro mi ricorda sempre: “fermati e rifletti”.

Voi sapete che tengo un diario.

Quello che sto scrivendo nel mio diario oggi, in questo momento, diventa anche pubblico. Diventa un modo per condividere con voi un processo che per me è importante.

La resistenza, per me, non è irrigidirsi. È esserci.È scegliere nuovamente, soprattutto quando qualcosa cambia e non abbiamo più esattamente le stesse condizioni, lo stesso entusiasmo, lo stesso ritmo del lavoro precedente. È la capacità di rideterminarsi.

Per questo voglio rivolgere un abbraccio particolare a Maria, che è stata fondamentale e che, come ben sapete, nel suo ruolo di aiuto regia ha una funzione preziosa: armonizzare il gruppo, salvaguardare ogni piccola sfumatura, accorgersi di ciò che magari non viene immediatamente detto. E voi sapete quanto per me siano importanti le sfumature.

Io curo ogni piccola sfumatura perché credo che il teatro, prima ancora di essere rappresentazione, sia relazione. Ed è la stessa cura che ritrovo nel lavoro con Turi Giordano: un meccanismo generativo, l’unione allargata di due orizzonti, come quelle proiezioni spettacolari che nascono solo quando due sguardi si incontrano davvero.

E allora questo messaggio vuole essere anche un abbraccio a tutte le persone che sono in prima linea, a chi sta lavorando, a chi sta cercando il proprio posto, a chi magari in questo momento si sente meno vicino al gruppo, a chi ha bisogno di ritrovare un ritmo, a chi sta semplicemente attraversando questo nuovo passaggio.

Dobbiamo avere la forza di dircelo.

Possiamo riposizionarci. Possiamo ritrovarci. Possiamo continuare a costruire. E possiamo farlo senza aspettative.”Perché ogni volta che ci liberiamo dell’idea di come dovrebbe essere, diventiamo più disponibili a scoprire come può essere.

E quindi io ci sono.Con tutta la mia attenzione, con la mia determinazione, con la mia cura e anche con la mia capacità di ascoltare ciò che arriva dal gruppo.

E oggi voglio dire anche grazie.

Grazie alla fatica. Grazie alla resistenza. Grazie alle difficoltà. Perché quando ringrazio la fatica e la resistenza, sto ringraziando la mia vita.Sto ringraziando le sfide. Sto ringraziando le pietre miliari che mi hanno portato fino a qui.

E forse è proprio questo che possiamo fare anche noi: non aspettarci di ritrovare ciò che è stato, ma rinnovare continuamente ciò che siamo. Perché se il primo spettacolo ci ha insegnato qualcosa è che le cose più belle accadono quando smettiamo di essere semplicemente persone che partecipano a un lavoro e diventiamo, poco alla volta, una comunità di lavoro.L’abbraccio è qualcosa che possiamo costruire ricostruire, costruire, ricostruire all’infinito. Perché il totale non è mai una somma astratta che sta fuori di noi: è fatto di ognuno di noi. Ogni persona è un puzzle, fatto di tanti piccoli pezzi. E tutti questi pezzi, messi insieme — i pezzi di ognuno di noi — compongono un puzzle molto più grande.

È questo, per me, il senso della comunità: non un tutto che ci contiene, ma un tutto che nasce da ciascuno. Abbraccio

Forma

La verità sta dentro a un copione.

La verità è scegliere. La verità è lottare, se mi è consentito usare questa parola. Lottare significa sforzarsi, sfidarsi, mettersi continuamente alla prova con tenacia, con vocazione, con abnegazione. Talmente tanto che, a volte, ci si stordisce.

Eppure la verità vuole questa, tra virgolette, fatica. Vuole tutto l’amore del mondo. E quando la si attraversa fino in fondo, emerge.

Ecco perché, quando ripenso alle mie scelte e rileggo il mio copione Avamposto, mi accorgo che quella verità non era già lì, pronta. È emersa attraverso tantissime scelte, direzioni, scritture, attraverso riscritture, dubbi, decisioni, ripensamenti, stanchezza e nuove intuizioni.

Avamposto è partito, come bene o male partono tutti i miei lavori, da una necessità. Una necessità che nel tempo ha cercato una forma.

Oggi mi trovo davanti a un testo che considero quasi definitivo: armonia, storia, qualità, sostegno reciproco tra le parti. Non perché pensi che non possa più essere toccato, ma perché sento che ha raggiunto una sua condizione di equilibrio.

E forse è proprio questo che significa, per me, cercare la verità dentro un copione: arrivare a un momento in cui il testo non ha più bisogno che sia io a spiegare ciò che contiene. Comincia a stare in piedi da solo.

La verità non è necessariamente qualcosa che possediamo prima di cominciare. A volte è qualcosa che si rivela mentre agiamo, lavoriamo.

Emerge dalla passione, fatica, dal dubbio, dalla stanchezza. Emerge anche dalla decisione di continuare quando sarebbe più semplice fermarsi. Emerge dall’attraversamento.

Per questo la verità può persino stordire. Ma quelle conseguenze non sono necessariamente un errore del percorso. Possono essere parte del percorso stesso.

La verità, quando viene cercata con amore, tenacia, vocazione e abnegazione, non ha bisogno di essere proclamata. Emerge.

E quando emerge, non vince perché è più forte degli altri. Vince perché, alla fine, è quella che riesce a rimanere.

Forse è questo che oggi riconosco rileggendo Avamposto: non la certezza di essere arrivato, ma la sensazione di aver attraversato abbastanza strada perché qualcosa di autentico potesse finalmente mostrarsi. Ed è bello per questo.

Perché la verità, quando trova la sua forma, vince sempre su tutto.

Fragilità

La fragilità è qualcosa che noi attribuiamo a ciò che si rompe, come un bicchiere, come una statuina.
Io la collego anche all’incontinenza: non riuscire a tenere il passo con sintomi ed emozioni, e perderne il controllo.
La fragilità è fermarsi in una strada per paura di continuare. È supporre, da quel sentimento, una geometria dei fatti diversa dal reale.
Il mio maestro Daisaku Ikeda, spiegando il Gosho Lettera a Misawa di Nichiren Daishonin, scrive che occorre sviluppare la forza interiore necessaria per affrontare le difficoltà, perché il Daishonin esorta i suoi seguaci a “non temere le circostanze esterne”.
Ecco il perno di tutto il ragionamento. Non temere le circostanze esterne significa che il problema non è mai davvero la circostanza in sé, ma il timore che le costruiamo intorno. Ed è proprio quel timore a generare la “geometria dei fatti diversa dal reale” di cui parlavo sopra: la fragilità nasce lì, nello scarto tra ciò che accade e ciò che immaginiamo che accada.
Questa capacità di attraversare, di non temere, è l’allenamento di base, le fondamenta per tenere testa alle fragilità.
Poi la fragilità si estende. Penso, per esempio, a chi la pensa all’opposto di me e usa la fragilità come esposizione pubblica della propria sofferenza politica.
La fragilità, a mio avviso, è qualcosa da attenzionare: qualunque fragilità si prenda in esame, può sempre essere accostata a un’azione che la trasformi. Trasformare è una delle grandi occasioni che un essere umano ha in questa vita.

Arianna

Lo sguardo è la proiezione di un sentimento, di un’attenzione.
Lo sguardo fa tutto, perché nello sguardo vive un’inclinazione, una distanza, un sapore, una prospettiva. Vive l’empatia, la cura dei dettagli, la capacità di riconoscere ciò che spesso passa inosservato.

Lo sguardo è tutto.

Scrivo queste parole per ringraziare l’Universo, che ogni volta, attraverso quella sapiente donazione continua che è la mia vita di abnegazione nei confronti della mia missione, mi conduce all’incontro con persone capaci di aggiungere bellezza al cammino.

Il 7 agosto, durante il giro tecnico di preparazione per la nostra prossima rappresentazione itinerante di “Sant’Aituzza mia”, che si terrà il 17 agosto alle 23:45, abbiamo incontrato Arianna, una ragazza spagnola, amica di Alessandra, che ci ha accompagnato in alcuni dei luoghi nei quali ci fermeremo per raccontare la storia di Sant’Agata.

Il percorso si svilupperà, in questo ordine, attraverso Piazza Università, Piazza Duomo/Porta Uzeda, l’Altarino di Sant’Agata in Via Dusmet, Via Museo Biscari, Piazza Vincenzo Bellini, i Quattro Canti di Via Etnea, Via dei Crociferi, Piazza Mazzini e, infine, il Sagrato del Duomo. Nove luoghi che diventeranno nove quadri di un unico grande racconto.

Abbiamo fatto alcune fotografie e poi Arianna si è offerta spontaneamente di fotografarci proprio in quei set che saranno parte della nostra narrazione.

Alessandra, successivamente, mi ha inoltrato le fotografie scattate da Arianna, aiutandomi così a raccogliere e custodire queste immagini.

Arianna, a te va la mia infinita e pubblica ammirazione, insieme alla più sincera gratitudine. Perché quello che hai fatto non è soltanto una serie di fotografie.

È una testimonianza.
È un’impronta.
È l’imprinting di una grande gioia.

È la capacità di fermare, attraverso uno sguardo, qualcosa che altrimenti sarebbe rimasto soltanto nell’istante. E per questo scelgo di pubblicare queste parole anche in spagnolo: perché il modo più immediato che ho per ringraziarti è raggiungerti nella tua lingua e riconoscere pubblicamente il valore del tuo gesto.

Forse è proprio questa la risposta dell’Universo: muovere le cose, avvicinare le persone, creare incontri e coincidenze in funzione della bellezza stessa delle cose.

E quando questo accade, non resta che riconoscerlo.

Grazie, Arianna. Per il tuo sguardo. Per la tua sensibilità.
Per aver visto, e averci aiutato a riconoscere la nostra immaginazione.

La mirada es la proyección de un sentimiento, de una atención.
La mirada lo hace todo, porque en ella viven una inclinación, una distancia, un sabor, una perspectiva. En ella viven la empatía, el cuidado de los detalles, la capacidad de reconocer aquello que muchas veces pasa desapercibido.

La mirada lo es todo.

Escribo estas palabras para dar las gracias al Universo, que cada vez, a través de esa sabia y continua donación que es mi vida de entrega a mi misión, me lleva a encontrar personas capaces de añadir belleza al camino.

El 7 de agosto, durante el recorrido técnico de preparación para nuestra próxima representación itinerante de “Sant’Aituzza mia”, que tendrá lugar el 17 de agosto a las 23:45, conocimos a Arianna, una chica española, amiga de Alessandra, que nos acompañó por algunos de los lugares donde nos detendremos para contar la historia de Santa Águeda.

El recorrido se desarrollará, en este orden, por Piazza Università, Piazza Duomo/Porta Uzeda, el Altarito de Santa Águeda en Via Dusmet, Via Museo Biscari, Piazza Vincenzo Bellini, los Quattro Canti de Via Etnea, Via dei Crociferi, Piazza Mazzini y, finalmente, el atrio de la Catedral.

Nueve lugares que se convertirán en nueve cuadros de un único gran relato.

Hicimos algunas fotografías y después Arianna se ofreció espontáneamente a fotografiarnos precisamente en aquellos lugares que formarán parte de nuestra narración.

Posteriormente, Alessandra me envió las fotografías realizadas por Arianna, ayudándome así a reunir y conservar estas imágenes.

Arianna, quiero expresarte públicamente toda mi admiración y mi más sincera gratitud.

Porque lo que hiciste no fue simplemente hacer unas fotografías.

Es un testimonio.
Es una huella.
Es la impronta de una gran alegría.

Es la capacidad de detener, a través de una mirada, algo que de otro modo habría quedado solamente en el instante.

Por eso he querido publicar estas palabras también en español: porque la forma más inmediata que tengo de darte las gracias es llegar hasta ti en tu propia lengua y reconocer públicamente el valor de tu gesto.

Quizás esta sea precisamente la respuesta del Universo: mover las cosas, acercar a las personas, crear encuentros y coincidencias en función de la belleza misma de las cosas.

Y cuando esto sucede, solo queda reconocerlo.

Gracias, Arianna.
Por tu mirada.
Por tu sensibilidad.
Por haber visto y por habernos ayudado a reconocer nuestra imaginación.

Sant’Aituzza mia

LA CITTÀ SI PREPARA A DIVENTARE TEATRO
Queste fotografie sono il reportage di una magnifica serata.

Ieri sera, insieme a Turi Giordano e a gran parte del cast, abbiamo attraversato Catania per il sopralluogo tecnico di Sant’Aituzza mia. Da una piazza all’altra, da una strada all’altra, abbiamo immaginato azioni, luci, presenze, movimenti, parole. Ci siamo emozionati.

Piazza Università, Piazza Duomo/Porta Uzeda, l’Altarino di Sant’Agata in Via Dusmet, Via Museo Biscari, Piazza Vincenzo Bellini, i Quattro Canti di Via Etnea, Via dei Crociferi, Piazza Mazzini e infine il Sagrato del Duomo. Nove luoghi che diventeranno nove quadri di un unico grande racconto.

La gioia nel vedere che un’idea, un segno di devozione, prende forma e, soprattutto, nel vedere che quella forma nasce proprio dal desiderio di far incontrare il teatro con la memoria, la devozione e il mito con la contemporaneità; per un teatro che esce dai luoghi consueti e cammina per le strade. Un teatro che cerca le persone, che incontra la città, che diventa comunità. E mentre ieri sera percorrevamo questo itinerario, già sentivamo che qualcosa stava accadendo. Perché Sant’Agata è madre nell’anima di Catania e dei Catanesi. Noi, con emozione, passione e tanto lavoro, proveremo a raccontarla.

#SantAituzzaMia #SantAgata #Catania #GiubileoAgatino #TeatroItinerante #TeatroDiComunità #Cultura #CataniaÈTeatro #SantAgata2026

Romantico

La fiducia nelle possibilità.
Vale la pena continuare a credere che sia possibile.
Anche se c’è chi sceglie di muoversi in un mondo che non ci appartiene, occorre continuare a sintonizzarsi con la propria scelta quotidiana.
È un movimento circolare.
La felicità riconosciuta genera commozione e la commozione mantiene vivo il desiderio della felicità. Così il sogno continua ad appartenere alla vita.
Ogni volta che mi commuovo davanti a una storia d’amore, non vedo soltanto due persone che si incontrano. Vedo trionfare l’azione. Vedo trionfare l’infinita possibilità racchiusa in un singolo pensiero, in una singola rivoluzione, in una scelta che cambia una vita.
Ecco perché arriva la commozione.
Mi commuovo perché quella storia mi ricorda, ogni volta, che è possibile.

CANNES, FRANCE – MAY 19: Gaspard Ulliel and Marion Cotillard attend the “It’s Only The End Of The World (Juste La Fin Du Monde)” Premiere during the 69th annual Cannes Film Festival at the Palais des Festivals on May 19, 2016 in Cannes, France. (Photo by Luca Teuchmann/Getty Images)

Mitja

Una successione di eventi che, solo dopo, assumono il significato di una direzione. L’incontro con Mitja Bichon è stato uno di questi. Attraverso alcuni link che mi ha condiviso, ho deciso di fare ciò che, da tempo, appartiene al mio format PARLO CON LA MUSICA, metto in pratica il mio orecchio fotografico.

Ascolto un brano musicale per vedere ciò che genera dentro di me. È una traduzione, non una spiegazione. Quello che segue, quindi, non è una recensione e nemmeno un’analisi tecnica. È una restituzione profondamente soggettiva, nella quale la musica si trasforma in visioni, ricordi, gesti e domande. È il mio modo di parlare con la musica.

Offro queste parole a Mitja, con il desiderio di restituirgli ciò che le sue composizioni hanno mosso dentro di me. Perché, in fondo, ogni opera vive due volte: quando nasce dall’autore e quando trova dimora nello sguardo — o, nel mio caso, nell’orecchio fotografico di chi la incontra

Dispari
Scale allineate in una continua corsa verso lo sguardo di un chi, qualcuno, o verso una distrazione. Questo arpeggio o fraseggio che sia, mia piace. La prima, contiene la voglia di vagabondare, di perdersi, di costruire realtà che nel momento sono difficili da raggiungere, o forse vivono in una ripetizione, come il canto di un carillon. Per questo ascolto, apprezzo e auspico una grande evoluzione, perché l’opportunità c’è in quanto primordiale auspicazione. Una sola parola: sfida. Molto interessante la sequenza che chiude il brano: mai pari.

Interlude
Un suono, oserei dire, sincopato e vagheggiante, che avevo già ascoltato nello showreel, qui l’ho riconosciuto. Suoni molto affini a me, ricordano le improvvisazioni dei miei figli. Questa è già una conquista, o forse, ancora meglio, la base di un un dialogo, sempre in punta di piedi.

Quiescendo
È la colonna sonora del dubbio, dell’incertezza, della pausa prima di decidere qualcosa, fare. O, forse ancora meglio, della volontà di evocare qualcosa, restando sospesi nella narrazione. Mi viene in mente un allenamento continuo. Scale mobili che salgono e scendono, con un tempo che sembra non finire mai. Arriva una sensazione di nobiltà francese, come una discendenza nordica, la nebbia: qui si coglie con grande chiarezza e sospensione: un sorriso che nasce in coda al brano, quasi come una liberazione, con un tratto profondamente catartico. Probabilmente è stato deciso qualcosa, trattenuto da quel minuscolo dubbio. Poi una mano cattura l’essenza, dà un senso alle retroazioni. Si muove a zig zag su uno skateboard, mentre quella stessa mano, quasi senza volto, ha tirato l’esprimere fuori dal dubbio e lo ha trasformato in un film con le scorribande impercettibili.


Lullaby
Ogni cosa nasce da un desiderio. Ogni cosa nasce da un’invocazione. Questo succedersi di musiche, che si muovono su un mood e una medesima intima soddisfazione, come una rivoluzione: quella sana, quella potente, quella necessaria. Ed è proprio questo che ti auguro: attraverso il carillon, arrivare in una scena ampia e trovare, accanto ai tuoi passi musicali, altrettanti passi di danza.

Ciò che mi resta è la sensazione di un linguaggio che cerca il proprio orizzonte con una voce riconoscibile, il coraggio di sfidare se stesso, perché è proprio oltre quella soglia che la musica smette di essere soltanto ascoltata e comincia a diventare un luogo da abitare.

Carissimo Mitja aggiungo a questo ascolto il mio sentire con due brani che possano essere non solo due modulazioni dialoganti, anche un elemento di continuità.

Frutto

C’è quel sentire che arriva all’improvviso, quel sentimento che a volte chiamiamo felicità. Arriva dall’attenzione che poni a ogni momento, possiamo dire dalla qualità dello sguardo.

È come se una parola fosse sempre stata lì, ma non fosse davvero esistita fino all’istante del proprio tempo. È come se ci volesse una password esistenziale. Stamattina, seduto in bagno, ho scrollato un po’ il telefono, come faccio spesso. Una volta era un libro, un fumetto. Ho guardato con gioia il trailer del film dedicato a Pino Daniele, dove campeggia la canzone Je so’ pazzo.

È un richiamo per un’intera generazione.
Subito dopo ho guardato il trailer del nuovo film di Giovanni Veronesi con il bravissimo Pierfrancesco Favino.

In quel momento è arrivato, all’improvviso, un significato.
Profondo. Autorevole. Sincero.
È stato immediato riconoscere la continua trasformazione e la continua sfida del regista Giovanni Veronesi e, nello stesso tempo, guardare dentro di me, riconoscendo un processo silenzioso, specchiandomi in quel sentire, in quella felicità che mi stava attraversando.

È emersa la parola maturazione.
Una parola potente che non rappresenta un punto d’arrivo.
Rappresenta l’accorgermi che oggi produco con naturalezza, con fluidità, progetti teatrali contemporanei; lavoro con colleghi alla pari, come Turi Giordano; metto insieme attori professionisti e outsider che salgono per la prima volta sul palco e, lentamente, diventano una compagnia teatrale, con quella coesione e con quel ritmo che mi sono consoni ma che, per i diversi tempi del sogno, della programmazione e dell’azione, qualche anno fa erano soltanto immaginazione, qualcosa per cui pregavo chiedendomi quasi un’autorizzazione alla manifestazione della mia missione in questa terra.

A questo si unisce la lettura, da parte di Gabriella, di un mio lavoro teatrale del 2019, avvenuta ieri a casa mia. A questo si aggiunge la lunga telefonata con mio figlio di qualche giorno fa, come non era mai accaduto. A questo si aggiunge lo scambio di messaggi di ieri sera in una continua costruzione organizzativa per tutta la squadra.

A questo si aggiunge la capacità di esistere davanti a ogni muro, dove invece di sottrarmi scelgo, ogni volta, di offrire la mia riflessione, la mia profondità, la mia armonia, il mio tempo, la mia determinazione e quella che oggi riconosco come una vera qualità relazionale.

Così oggi arriva questo mio scrivere la parola frutto, come un regalo.
Come un abbraccio che offro a me stesso, da me stesso, da un unico verbo: maturare
Perché il bello genera altro bello.
Perché la verità genera altra verità.

Ogni sfida affrontata con sincerità, visione missione vocazione, genera possibilità che spesso non riusciamo nemmeno a immaginare quando iniziamo a scrivere di un obiettivo.

Forse maturazione significa proprio questo: accorgersi che ciò che sembrava lontano, lentamente, è diventato il proprio modo naturale di vivere. E allora, a tutto ciò che è, a tutto ciò che si compone, a tutto ciò che continua a trasformarsi… grazie.

Tempi

Alzo gli occhi dal balcone e ti incontro.

Non soltanto con la luce. Con la tua forma. Con la tua essenza. Luna. Da sempre parlo con te. Da sempre ricevo risposte. Non pratiche. Sottili. Profonde. Quasi invisibili. Ti vedo comparire lentamente dietro il profilo del palazzo mentre seduto su una sdraio del mio balcone posso essere tutto ciò che posso pensare ed essere.
Non tutto richiede movimento. Alcune cose chiedono attenzione. Come il messaggio che poco fa ho scritto a Turi. Ogni parola cercava il suo posto. Anche questo è lavoro. Anche questo è vita.
 
Luna, tu adesso mi vedi qui, nel mio balcone. Oggi potrei essere al mare. Potrei mangiare un piatto di linguine ai ricci. Ieri dicevo che non servono soltanto cinquanta euro. Serve qualcosa che ti porti via. Io, invece, oggi scelgo di non farmi portare via. Preferisco armonizzare il tempo. Perché il tempo si spreca nella fretta, nella paura. Nella continua rincorsa. Il tempo, invece, può essere abitato. Con tutte le sue possibilità. Con tutte le sue incognite.
Intanto la Luna sale ancora. Diventa più visibile. E io le dico grazie, mentre i miei pensieri trovano un ordine. E forse è proprio questo il dono. Vedere con maggiore chiarezza ciò che i tempi maturano.
 
E quando i tempi smettono di essere tanti e diventano un tempo solo, alzo gli occhi… e ci sei tu, Luna.