Puttanate

È possibile cambiare significato alle parole?
Forse sì, anzi: forse è proprio il destino delle parole quello di camminare su una corda sospesa tra ciò che erano e ciò che diventano. Trasformare il luogo comune del luogo comune, rovesciare il cliché su se stesso: il gesto è simile a far saltare un cappello in aria e scoprire che, ricadendo, diventa un tamburo.

Un vocabolo che ieri significava una cosa, oggi può giocare a nascondino e mostrarci un altro volto. È il bello della lingua: un laboratorio sempre aperto, dove ogni parola, a forza di essere usata, consumata, derisa, può rinascere come simbolo nuovo.

E allora prendo “puttanata”. Una parola che suona già come una pernacchia o un colpo di tamburo. Treccani la mette tra le azioni maldestre, sciocche, disoneste, di poco valore. Ma nell’era social, nell’epoca del megafono che amplifica tutto, dal grido d’amore al rutto digitale, “puttanata” rischia di diventare qualcosa di più complesso.

Perché la puttanata non è soltanto “una cosa inutile”: è il rumore che ci seduce e ci respinge, la voce che vuole essere ascoltata a ogni costo. È il megafono interiore che urla per affermarsi, ma che a volte ci regala anche la comicità, la leggerezza, la spinta a non prenderci troppo sul serio.

Io, il megafono, l’ho tenuto in mano davvero: strumento buffo e potente, che amplifica ma non inventa la voce. Con la voce si può unire, aggregare, contagiare di gioia. Con il megafono si rischia di urlare vuoto. E allora, forse, la vera “puttanata” non è l’azione sciocca: è l’eccesso di amplificazione, la parola che vuole brillare senza luce propria.

Così la puttanata diventa un simbolo del nostro tempo: il gesto goffo che si crede epico, la piccola scintilla che pretende di fare incendio, il tweet che si gonfia come una mongolfiera e poi implode.

Ma, allo stesso tempo, è anche un’occasione: perché in ogni puttanata c’è un invito al ridere, al ridimensionare, al rimettere le cose al loro posto. Forse, in fondo, la puttanata è la nostra ancora di salvezza: un modo colorito per dire al mondo “non tutto merita il megafono”.

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