Contest

Contest con testo dell’adesso, ovvero per un lavoro in divenire che diviene. Quando scrivo “contest con testo” penso al teatro, non alla pubblicità. È un invito, un messaggio che vuole far partecipare, far entrare. Non ha peso politico: vuole solo mostrare, testimoniare, accogliere ciò che accade.

Il lavoro che sta accadendo non nasce da una linea retta. Nasce da incontri, da coincidenze, da inviti detti senza strategia e accolti senza controllo. Non c’è un prima che spieghi il dopo. C’è un accadere. Per esempio, il contributo di Sabrina, mamma di Paola, e il loro mondo.

Il laboratorio esiste perché qualcuno entra, qualcuno resta, qualcuno osserva, qualcuno attraversa. Non perché tutto sia stato previsto.

Salvatore (Turi) Greco opera come mastro, non come ideologo. Lavora per trasmissione diretta, per presenza, per pratica. Non costruisce sistemi: apre passaggi.

TRADUCO
È porta-menti perché non orienta il pensiero, lo sposta. È corpo, perché il corpo precede la parola. È conduttore, perché tiene il campo senza dominarlo. È catalizzatore, perché accelera ciò che era già pronto, senza appropriarsene.

Il laboratorio non cresce per chiamata, ma per incontro. Una parola detta in un contesto ritorna in un altro. Un gesto visto diventa scelta. Un invito fatto senza memoria produce una presenza inattesa. Una figlia ascolta. Una madre guarda. Un lavoro propedeutico a uno spettacolo attraversa. Una presenza ritorna senza essere stata sollecitata. Chi entra non viene formato. Chi resta non viene trattenuto. Chi si avvicina trova uno spazio già in atto.

C’è anche chi sceglie di andare via. La scelta di interrompere fa parte del processo tanto quanto la scelta di restare. Chi esce porta con sé un intreccio di vissuti passati e presenti che, in quel momento, non trovano continuità nel lavoro proposto. Non è una mancanza. Non è un errore. È una soglia. Ogni uscita apre uno spazio. Ogni assenza modifica il campo. A volte ciò che si interrompe rende possibile nuove presenze, a volte no. Non è dato saperlo.

Il laboratorio lascia libera la libertà, non trattiene nemmeno il senso di ciò che accade. Riconosce la responsabilità individuale di chi entra, di chi resta, di chi se ne va.

Il lavoro non cerca risposte. Accoglie domande che non hanno urgenza di essere risolte. Il divenire non è un obiettivo, è la condizione. Ogni incontro è preparato e allo stesso tempo irripetibile. Ogni sessione è studiata e insieme aperta all’imprevisto. Non tutto ha un senso immediato. Non tutto deve essere chiarito. Alcune cose si comprendono vivendo, altre non si comprendono affatto.

Nota dell’oggi

Questo lavoro non nasce da un sapere ordinato. Nasce da un sapere intuitivo, semplice, a volte naïf. La scrittura che lo accompagna può sembrare frammentata, futurista, sconnessa. Respira di movimento, di urgenza, di nonsense. Accoglie l’assurdo senza spiegarlo. Non c’è volontà di dimostrare. C’è desiderio di stare. L’intuizione qui non viene argomentata: viene attraversata. Solo dopo, se serve, trova parole. Tra realtà e irrealtà non c’è conflitto, c’è convivenza.

Questo lavoro convince perché resta fedele a ciò che accade, anche quando sbalordisce prima di tutto chi lo conduce.

Questo è un percorso aperto, opposto a chiuso; è un flusso infinito. Un tempo condiviso, ha un inizio, una durata, una restituzione. Poi si chiude. E, se deve, ricomincia senza ripetersi, perché qualcosa, nel frattempo, è cambiato.

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