Meditazione

Quanto è difficile fare le cose per bene. In profondità, con il cuore, concretamente, senza retorica e senza sopraffazione. Eppure sembra che si voglia sempre strafare, oppure restare ubriachi senza aver bevuto: ubriachi di sguardi, di relazioni, di voci di corridoio. Ubriachi per non pensare.

Qualcuno, una volta, parlò della fama, di come si allarga e di come distrugge. Quel qualcuno è Virgilio. Nel libro IV dell’Eneide la Fama è una creatura mostruosa, «di tutti i mali la più veloce» (Fama, malum qua non aliud velocius ullum). Cresce mentre si muove, si nutre di voci, mescola verità e menzogna, e arriva ovunque. Più si allontana dalla sua origine, più si ingrandisce, e nel farlo divora la verità e chi ne è diventato il bersaglio. Anche Dante, nel canto XI del Purgatorio, ci ricorda quanto la fama sia vana. Ma è Virgilio che sento più vicino.

Io guardo fuori e vedo rabbia. Vedo persone appostate, pronte a puntare il dito al minimo errore, a demonizzare chi governa, e poi dentro non riconoscono niente di sé. Questo mi addolora. Chi si sente scoperto debole attacca. Quasi sempre per insoddisfazione. A volte il fallimento di qualcuno diventa un’arma per colpire altri. Per fare una metafora: come se l’insuccesso di Trump dovesse essere, per forza, l’insuccesso di qualcun altro. Perché? Quale amarezza porta a questo?

Io non voglio stare lì a guardare. Io proseguo. Con il mio lavoro, con le mie sfide, con le mie difficoltà. Perché dove c’è continuità, dove c’è concretezza, dove qualcosa va avanti giorno dopo giorno, lì sì che vedo una rinascita.

Per questo ripeto a me stesso, e a tutti, l’invito del monaco Nichiren Daishonin: fermatevi e riflettete. Non sprecate il vostro tempo. Non dite una cosa per farne un’altra. Perché dietro c’è una grande paura, e la paura soffoca.

Fermati. Respira. Fai una cosa sola, e falla bene.

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