Maria Nazionale

Guardo l’espressione di Maria Nazionale dalla copertina del brano Ciao Ciao.
Immagino anche l’espressione di chi l’ascolta:
può essere distaccata, come se la canzone fosse soltanto una colonna sonora parallela all’agire quotidiano, oppure sognante, carica di quei riferimenti segreti che preparano un’azione futura.

In quello sguardo — in entrambi gli sguardi — c’è tutto:
il passato, l’adesso,
il futuro che chiede spazio
.

E mi chiedo quante persone, quante donne in questo stesso momento, nelle loro case, nelle cucine, tra i piatti e il fare, tra i pensieri, stiano ascoltando quella voce.
Quante si lasciano attraversare da questa melodia come da un vento familiare.

Io mi trovo nell’adesso, dentro questo contesto:
il mio adesso coincide con un altro “adesso”.
Chiedo a Shazam il titolo della canzone, e così — da questa descrizione, da questo spazio fatto di ascolti, volti, desideri e realtà condivise —
nasce la proposta musicale che stiamo mettendo in atto.

Un’esperienza che non si limita al suono,
ma che prova a restituire il senso di ciò che ci attraversa: il bisogno, la memoria, il sogno.

Perché la ascoltano? Perché fa toc toc alla nostra attenzione?
Quale legame le unisce a quella musica, a quel tono che sa di nostalgia e di coraggio?

C’è un mondo sommerso che si muove dietro le pareti, un mondo visibile solo se entri nei quartieri, nelle città dove il canto si sente più forte.
È un mondo che mi è capitato altre volte di attraversare, a cui ho posto attenzione.

È un mondo di esigenze — io le chiamo così —
ma potremmo dire anche di sogni.

Ascoltare Ciao Ciao diventa allora un’invocazione, un urlo dolce che chiede presenza, che cerca qualcosa, che prova ad attirare a sé una risposta.

Da questo costruisco idee, sguardi, frammenti per uno spettacolo — o per una sua frazione.

Eppure, quando il sogno si realizza,
spesso non assomiglia più a ciò che immaginavamo.
La realtà ha un’altra forma, un altro ritmo.
Questo è ciò che desidero comunicare.

Come si fa, allora, a spiegare a chi sogna
come si gestisce un sogno che può non coincidere più con la sua immagine?

Nonostante tutto, l’eco di Ciao Ciao continua a risuonare — mi porta a scrivere,
prepotente come ogni armonia — si fa spazio nella mia immaginazione, entra nei sogni degli altri, li modifica, li consola.
Acchiappa l’attenzione: sto narrando questo.

Durante il lockdown ricordo le persone che si affacciavano ai balconi, mandavano le loro musiche nell’aria, cercando contatto, respiro, vicinanza.
Vorrei che accadesse ancora, come poesia sparsa, una similitudine evocatrice che prende forma con la mia fantasia.

Vorrei che tutte le donne — e anche gli uomini — che ascoltano Ciao Ciao si affacciassimo dalle nostre case, dalle botteghe in cui lavoriamo, dalle pigrizie in cui siamo immersi e la cantassimo, ci mostrassimo euforici, solidali ad un romanticismo senza età, senza paura dei giudizi, dei silenzi, dei muri.

Perché quel canto, anche se disturba per un momento la quiete,
può dare slancio all’armonia,
può ridestare il sogno in chi non sogna più,
può trasformare l’utopia in qualcosa di vicino, reale, palpabile, una scintilla che appartiene al proprio sentire
e non al vuoto del non sentire
.

Può essere giudicato?
Allora, chi se ne frega.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *