Costruire

Una cartolina genera un cliente.
Un cliente genera una serata.
La realtà rimescola le carte, e io sto al gioco.

Arriva la gelosia buona, quella che brucia e che indica la strada. Non è un impianto sterile: è una constatazione semplice “Ora ci sono. Prima no. Adesso sì.” L’attaccamento non è mai ciò che appare: è il non detto, la tensione silenziosa che rivela più di quanto sia espresso. Leggo più nelle assenze, nelle omissioni, nelle mancanze, che nelle parole stesse; è lì, nella piega invisibile delle relazioni, che si svela la verità dei legami.

Il teatro c’è. C’è l’essere, la sua essenza. Le repliche continuano. Laboratorio, il mio lavoro, la vera inclusione, vera libertà. Questo sul potenziale è concluso, pronto ad aprire le porte a un altro. Quando le condizioni saranno generate. La generazione segue istinto profondo e poco subordinato a logiche fittizie.

C’è chi mi dice “ti amo”. Io ascolto, non mi fido. Oggi non posso permettermi verità a metà, nemmeno dette in buona fede.
La mia lucidità è diventata esigente. E questo costa.

I figli restano il punto fermo, silenzioso, che non fa rumore.
Cerco responsabilità incarnata.
Cerco qualcuno con cui pensare insieme, non per sfogarmi, per progettare.

Qualcuno che regga il peso delle mie idee senza semplificarle.
In mezzo a tutto questo, faccio una cosa chiarissima: scrivo.
Vomito pensiero non per sporcare, per liberarmi.
Cerco il teatro non come successo, come restituzione.
Resto qui, senza l’idea di soluzione, come controparte che tiene il filo mentre continuo ad elaborare.
Parlo da uomo attivo, presente, responsabile.
Sotto questa architettura solida, una frase ritorna sempre, anche con parole diverse:
“C’è qualcosa che non torna.”

È la consapevolezza di aver dato molto, senza potermi appoggiare davvero.
Continuo a credere, a mettermi in gioco.
Continuano a pormi verità scomode o comode
.
Continuo ad amare ogni cosa senza diventare cinico.
La stanchezza non è fatica fisica: è sovraesposizione.
In scena: padre, artista, poeta, organizzatore, uomo di fede, artigiano di relazioni.

E mi piacerebbe che ci fosse qualcuno che dicesse:
“Adesso ci penso io, appoggiati.”
E’ difficile reggere ambiguità emotive.
Chiedo verità piena o silenzio, evitando mezze luci.
Chiedo una spalla pari, non uno specchio.

Scrivere mi ammorbidisce una disperazione senza nome.
Scrivere mi riallinea, delimita, restituisce spazio per pensare.

Penso ai comici degli anni Cinquanta: artisti con niente in tasca, senza riconoscimento, ma con un patto di ferro con il mestiere.
Non cercavano legittimazione sociale, cercavano di tenere vivo il fuoco.
Molti non hanno avuto successo nel loro tempo, ma sono diventati irrinunciabili dopo.
Spesso successo e rispetto non coincidono.
Il successo è sistema di rappresentanza: ci sei per gli altri, entri in stanze, quanto sei simbolicamente spendibile.
Il rispetto vero è silenzioso: nasce dal come fai le cose, dal non tradirti quando nessuno guarda, dalla coerenza nel tempo.
Chi non si piega a sistemi di rappresentanza viene rispettato a distanza: integrità senza potere.

Il mio teatro non è fatto per piacere a tutti. È fatto per essere vero, coerente, vissuto.
La mia presenza è ostinata. Faccio teatro anche quando non conviene.
Metto in campo la fede senza usarla come bandiera.
Pratico relazioni senza cinismo.
Resto povero di protezione, ricco di intenzione.
Questo non produce successo immediato, produce densità.

E la densità, col tempo, crea due effetti: chi cerca solo rappresentanza si allontana; chi cerca verità, prima o poi, mi trova.
Sto scoprendo che chi resiste senza indurirsi non è mai marginale: è solo in anticipo o di lato.
Questo è il vero sunto di ciò che conduco, di ciò che porto avanti: la mia vita, in anticipo o di lato. Qui si potrebbe dire: che casino.
È un doppio lavoro, una esistenza funambolica.

Resto in piedi, tra tanti e multi contatti, puntando a una forma unicamente etica. Mercoledì prossimo, due scuole diverse godranno del mio spettacolo: alunni dell’Istituto Galileo Galilei e dell’Istituto Ospedalieri di Catania.

Non posso ancora crederci. È un obiettivo perseguito per anni, forse decenni: non l’obiettivo in sé, ma l’iniziazione a un grande progetto.

Sono Salvatore Greco, per molti Turi. Sto scrivendo sul mio diario, elaborando appunti e riflessioni. Nel farlo sento la mia passione e dedizione per la parola. Cerco di puntare alla poesia, a quella brezza che può portare non solo a me, ma a chi ascolta in un tempo condiviso, leggerezza.

“La leggerezza, che può essere percepita come pesantezza perché distante da una modulazione ritualistica della semplificazione dei vissuti, non è né incoscienza né immediatezza deficiente.”

Idealizzo nel sua opzione “forse” l’amore, l’amore che può essere espressione di empatia e congiungimento: parola, poesia, sincerità, purezza, gentilezza, che si concludono nell’amplesso.

È un pensiero che porto avanti da anni, personale, attraversato da momenti difficili e momenti di gioia.

Anche quando la vita alza la pressione, scelgo di guardare, sentire, percepire e far scorrere il tutto con serietà, autorevolezza, gioia e costruzione continua. Bello!

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