Al

Tanto tempo fa, ai primi anni di carriera, ho imparato una cosa da animatore. Davanti a un gruppo da intrattenere, la tentazione era partire in grande: “Signori, buonasera a tutti, eccoci qua, adesso facciamo una cosa bellissima, mettiamo tutta la nostra energia, siete pronti? Siete d’accordo? Alzi la mano chi…”. Il mio maestro faceva diversamente. Guardava le persone e diceva: “Signori, si gioca.“

Quella lunga preparazione, mi accorgo oggi, era un modo di chiedere permesso. Si spiega, si convince, si scalda il pubblico perché non ci si fida che basti l’azione. Il maestro si fidava. Diceva la cosa e la cosa accadeva, e le persone, che aspettavano solo quello, entravano nel gioco.Oggi ho ritrovato la stessa lezione in un altro posto. Al, dopo aver letto del mio spettacolo, si è svegliato nei miei confronti e mi ha scritto una poesia che parte da un “E ora?” detto fin dalla nascita. Avrei potuto rispondere con un ringraziamento, un commento, una spiegazione. Gli ho dato una riga sola: la successione delle idee è la successione del tempo. No un consiglio e senza che chiude niente. Gli indica che l'”ora” che cerca è il punto in cui le idee si succedono. Puntare all’essenza non significa dire poco. Significa togliere tutto ciò che sta tra me e l’altro, e fidarmi che l’altro sia già lì.

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