Zitto, perché non serve a niente parlare.
Ci ho provato, una volta. Ho detto quello che vedevo, e non ho concluso niente. Sono stato messo da parte, e le cose sono andate avanti come prima.
Zitto, perché c’è un sistema che è più grande di te.
Ha le sue regole non scritte, i suoi favori, i suoi silenzi di comodo. Ti guarda piccolo e ti aspetta fermo.
Zitto, perché ti devi mettere in fila.
Aspettare il tuo turno, sorridere, non fare domande. Chi fa domande rallenta la fila.
Zitto, perché è così che si fa.
Si è sempre fatto così, e quello che si è sempre fatto diventa giusto solo perché dura.
Zitto, perché nessuno vuole cambiare.
Chi sta bene non ha fretta, e chi sta male ha troppa paura di perdere quel poco.
Zitto, perché tutto deve rimanere con me.
L’utile resta a me, il merito resta a me, e a te resta il silenzio.
Zitto, perché il sistema.
Basta questa parola, non serve nemmeno finire la frase.
Ieri ho sentito l’ennesima storia, raccontata con decoro, quasi con orgoglio. Una compagnia vince un bando comunale con un progetto preciso. Il progetto viene realizzato, sì, ma in un’altra forma, una forma che io chiamo finta. I soldi pubblici sono incassati, e sulla carta tutto torna.
Nessuno lo sa, se non chi lavora nel settore. E chi lo sa, copre. Questo mi addolora più del fatto stesso.
Il sacro, nella cultura, era restituire: ricevere un bene dalla comunità e renderlo alla comunità, trasformato in qualcosa di vero. Quando si prende senza restituire, non si perde solo denaro, si perde il senso.
Zitto, dicono. Ma questa pagina è mia, e qui non sto zitto.
Perché ogni bruttezza ha il suo tempo.
Un tempo che logora chi lo mette in moto, anche se non se ne accorge.
E dentro quel tempo, prima o poi, dovrà restituire quel tempo.
