Agitare prima dell’uso

Mi sono appropriato, col mio sguardo, di una routine vista e rivista. È come portare in scena la stessa commedia per vent’anni, sempre alla stessa maniera. Per me questo è studio: guardando ogni routine, che potrebbe essere anche la mia, allargo la visuale e la metto a disposizione della mia essenza, del mio lavoro, delle mie modalità. Così stamattina mi sono imbattuto in un’immagine che ha catturato la mia attenzione e mi ha fatto scrivere una pagina del mio diario.
Era il frame di un video girato da un’attrice che conosco, durante la lezione aperta di un’insegnante che conosco. Un gruppo numeroso in movimento, energia, gioia. Mi ha fatto pensare, e credo che questa modalità sia superata.
Riconosco in quell’immagine il primo entusiasmo del conduttore, che come se tirasse dei fili prova a distribuire energia propositiva ai partecipanti. Lo so bene, l’ho fatto anch’io tanto tempo fa. Ma il colore non basta a fare un quadro, nemmeno su una bellissima tela e nemmeno con principi e desideri potenti. Per realizzare un’opera serve la coscienza del maestro: uno che ti indirizza, non ti lascia allo sbaraglio, ti contiene.
Per me il laboratorio di improvvisazione artistica e di avviamento al teatro è un incontro continuo, una modulazione continua, un’empatia costante tra allievo e maestro, tra singolo e totale. Solo così l’arte genera arte. Altrimenti basta la discoteca.
Ieri, con gli attori della mia compagnia, parlavamo di esplorare nuovi mondi. È questa la funzione dell’artista, e un laboratorio che non porta oltre la gioia del movimento tradisce questa funzione.
C’è poi un altro aspetto importante: la tessitura dell’universo. Per un artista è a volte drammatica, perché semina e non raccoglie niente. Eppure è l’unico modo per generare empatia, che nella sua accezione migliore diventa relazionale. E quando diventa relazionale, vuol dire che qualcuno si porta a casa una pagina di storia.

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