Cinque

Con emozione, con dedizione, con quell’affetto che riservo prima a me stesso. Un modo per volermi bene e volere bene: regalarsi per regalare.

Stamattina mi sono seduto in poltrona.
Non è una cosa che faccio di solito: quella poltrona arriva dopo pranzo, come una tregua. Oggi no.
Oggi è stato un gesto di cura, un modo per iniziare la giornata con coscienza.

Da lì sono partite delle riflessioni che sono profondamente collegate a questo laboratorio, con voi cinque, a quello che stiamo vivendo insieme.

Viviamo in un tempo in cui si parla molto, si riempiono gli spazi di parole, di informazioni, di linguaggi che sembrano dire qualcosa ma spesso non ascoltano nessuno.
La supercazzola non è solo una gag cinematografica: è diventata un dispositivo politico, un modo per occupare lo spazio senza esserci davvero.

Io, qui dentro, provo a fare il contrario.
Desidero scatenare.

Scateno energie, domande, resistenze, desideri.
Lo faccio apposta.
È il mio modo di lavorare.
Per provocare, non per confondere.

Ieri mattina vi ho scritto un messaggio nella chat.
Nessuno ha risposto.
Il silenzio non cancella le parole: le fa restare.
E ciò che resta, lavora.

La distrazione che ho visto non nasce dal nulla.
Nasce quando l’energia sale e non siete ancora allenati a sostenerla.
Quando l’attenzione si trasforma in affermazione di sé, in bisogno urgente di identità.

Un’identità improvvisata nel caos è uno spreco di energia vitale.
Non è presenza, è fuga.
Non è profondità, è distrazione.

Per questo ho urlato.
E sì, lo ripeto, lo rifarei.
Perché in teatro — e questo è teatro — l’urlo non è un incidente, è uno strumento.
Serve a riportare presenza.

Siete alla ricerca di una comunicazione efficace.
Vi chiedo di diventare bambine e bambini: capaci di stare, di ascoltare davvero, di ripetere, di restare dentro una consegna.

E penso anche a ognuno di voi, nel dettaglio.
Perché l’ascolto non è un’idea generale: è uno sguardo preciso.

Penso allo straripare di Ivan, a quella impulsività naturale e innaturale allo stesso tempo. Un’energia che trabocca e che non va repressa, ma educata a stare, a diventare direzione invece che dispersione.

Penso allo scenario in cui Gabriella spesso si trova: quel punto sottile in cui la presenza rischia di confondersi con l’assenza, in una decisione continua. E poi, quando si abbraccia davvero, abbraccia ogni cosa, senza riserve.

Penso ad Angela, che dal tormento tira fuori un fermento. Un fermento di cui forse non aveva nemmeno piena consapevolezza. E in questa elaborazione io visualizzo una leggerezza nuova, inattesa, potente.

E penso ad Angelo, che fa della contraddizione il suo elemento binario, una scelta costante. E quando mi dice di aver fatto l’esperienza di riuscire a guardare negli occhi, io ne gioisco.
Perché la prima formula di verità è la trasparenza.
E la prima formula di trasparenza è l’incontro.
Non esiste incontro senza sguardo.

Penso a Paola.
Paola vuole essere attrice, esprimersi in palcoscenico davanti al pubblico. Lo vuole profondamente.
Nel tempo ha attraversato diverse esperienze di formazione teatrale. Non sta a me dire quali siano state giuste o sbagliate: ogni esperienza lascia qualcosa, anche quando non sappiamo subito cosa.

Qui, però, io mi assumo una responsabilità precisa.
La mia idea è andare fino in fondo.
Fare in modo che Paola, come ognuno di noi, si porti a casa una crescita reale, responsabile.
Una crescita che apre: che possa diventare un volano per altre esperienze, per il suo desiderio di lavorare bene in teatro, o semplicemente di utilizzare la comunicazione con coscienza e libertà.

Per questo propongo una parola che per me è centrale: limpidezza.

Limpidezza significa pulire lo sguardo.
Pulire gli occhiali con cui guardiamo noi stessi, gli altri, il lavoro.
È come questo periodo dell’anno: il freddo porta limpidezza, l’aria si fa più netta, l’orizzonte più leggibile.

Anche l’essere umano, quando accetta una certa essenzialità, diventa più preciso.
La limpidezza è una scelta.
È scartare la confusione per la precisione.
Non semplificare, chiarire.
Non fuggire, ma vedere meglio.

Io ascolto.
L’ho promesso e continuo a farlo.
Anche scegliendo una linea che può essere criticata: non ho chiesto soldi, ho chiesto presenza.
Alla fine, se sarete contenti, ognuno lascerà ciò che sente di lasciare.

E poi vedremo.
Vedremo il pubblico.
Vedremo cosa avete portato a casa. E cosa permettete ad altri di portare a casa

Quello che sto cercando di fare è semplice e difficile insieme:
costruire un recinto che vi consenta di uscire, non di scappare.

Ogni giorno si ricomincia.
Anche oggi.

Ed è per questo che vi chiedo sempre di chiudere le vostre improvvisazioni con una parola semplice e necessaria: grazie.
Perché il grazie non è una formula: è un atto di riconoscimento.

Ed è con lo stesso grazie che muoviamo ogni cosa.


Sant’Agata 2026

Artigianato, fede e identità: nuovi mondi che si incontrano nel Terzo Congresso della Candelora dei Mastri Artigiani

In occasione del Terzo Congresso dell’Associazione Cattolica Mastri Artigiani, la Candelora dei Mastri Artigiani si conferma luogo di incontro tra fede, lavoro, tradizione e trasformazione, riaffermando il proprio ruolo non solo come simbolo devozionale, ma soprattutto come espressione viva dell’identità cittadina.

La Candelora dei Mastri Artigiani è una delle quindici che, nei giorni 4 e 5 febbraio, precedono il fercolo di Sant’Agata, patrona di Catania, illuminando un patrimonio umano fatto di memoria, mestiere e appartenenza. È dentro questo contesto che nasce l’utilità/idea del congresso: uno spazio di riflessione, apertura e dialogo, capace di parlare alla città nel suo insieme.

L’esperienza affonda le radici in un progetto avviato quattro anni fa, quando Salvatore Greco, regista drammaturgo, entra a far parte della dirigenza dell’Associazione Cattolica Mastri Artigiani con una scelta chiara e una direzione precisa: sdoganare i luoghi comuni che circondano le candelore, spesso ridotte a semplici immagini folkloristiche, per la necessità di restituire loro una dimensione autentica, culturale e profondamente comunitaria.

Entrare davvero in questo contesto ha significato entrare in un quartiere, ascoltarne i bisogni, comprenderne le dinamiche, costruire relazioni. Attraverso l’Associazione Culturale Capolavori, di cui è Salvatore Greco è direttore artistico, sono nate numerose iniziative, rese possibili da un approccio maturato nel lavoro culturale e teatrale nei contesti periferici, dove l’ascolto precede sempre l’azione.

Tre anni fa, nasce con grande volontà, il primo congresso, con una scelta chiara: coinvolgere le famiglie e il mondo della scuola. L’effetto si è ampliato anche perché la notizia è stata ripresa da media nazionali. Parlare di congresso ha significato avviare un lavoro lungo e strutturato, che ha visto la Candelora dei Mastri Artigiani entrare nei circuiti didattici e incontrare studenti di tutte le età, in scuole pubbliche e private. I risultati sono stati immediati ed evidenti: riconoscenza da parte del quartiere, attenzione da parte delle altre candelore e delle rispettive dirigenze e, soprattutto, la condivisione di un obiettivo comune: aggregare, educare, mostrare una tradizione forte, leale, fondata su sani principi.

Oggi il Terzo Congresso si inserisce pienamente in questa missione e ne rappresenta una naturale evoluzione. L’idea di quest’anno è aprire un confronto con il mondo del lavoro e con gli artigiani, di cui il Cereo dei Mastri Artigiani è diretta espressione.

Da qui l’incontro con Brigida De Klerk, con la quale nasce una collaborazione immediata che, attraverso l’Associazione Le Pulci in Città, dà vita a una mostra mercato capace di fondere il piano religioso con quello concreto del lavoro: fede e mestiere, preghiera e produzione, semina e bellezza del vivere. Nasce così la scelta di affiancare al congresso uno spazio simbolico e reale di dialogo tra sacro e quotidiano.

Dal 16 al 18 gennaio 2026, nell’ampio cortile della Chiesa di S.S. Maria Assunta alla Plaia, si svolgerà l’iniziativa “Artigianato, fede e identità: un cammino condiviso verso Sant’Agata”, con i seguenti orari: Venerdì 16 gennaio: dalle 16.30 alle 22.30; Sabato 17 gennaio: dalle 10.30 alle 23.30: Domenica 18 gennaio: dalle 10.00 alle 22.00

Il programma prevede venerdì l’apertura del mercato artigianale, l’uscita della candelora, la messa, le esposizioni artistiche delle sculture di Nancy Coco, delle foto e dei disegni di Giuseppe Lo Presti e Antonio Sciacca, degli abiti dedicati a Sant’Agata a cure di Officina ScibiliaCasale dell’arte Eris formazione; e poi, ancora, lo spettacolo di Santo Privitera cantastorie. Sabato, fra le altre cose, Mary Fiume trucca i bambini, poi la costruzione di un’opera d’arte sul tema Sant’Agata (a cura dell’associazione culturale Corandiolata) il concerto bandistico, un laboratorio di giocattoli di legno e un altro di olivette, quindi la sfilata di abiti su Sant’Agata cura di Pina Nannuli. Domenica ancora mercato artigianale, una nuova sfilata degli abiti e il convegno “La luce di sant’Agata nella vita di ogni giorno”, prima della chiusura fie di un reportage sulla tre giorni.

Insomma, incontri, momenti di confronto e iniziative culturali e collaterali. Protagonisti saranno artigiani e maestri del fare, che racconteranno il proprio lavoro come gesto carico di senso, responsabilità e partecipazione alla vita della comunità. Un lavoro che non è solo produzione materiale, è linguaggio dell’anima, relazione con la città e atto di fede vissuta.

Un valore emblematico è dato anche da quanto accaduto negli anni precedenti: in occasione del rientro in chiesa della Candelora, il congresso si è intrecciato con momenti di festa e musica. Musicisti, cittadini e abitanti di altri quartieri – molti dei quali non si erano mai fermati al Tondicello – hanno incontrato la comunità locale. Ne è nato un abbraccio reciproco, semplice e potente, capace di abbattere distanze e confini urbani.

Un lavoro che non è solo produzione materiale, è linguaggio dell’anima, relazione con la città e atto di fede vissuta.

Un valore emblematico è dato anche da quanto accaduto in questi anni precedenti: in occasione del rientro in chiesa della Candelora, il congresso si è intrecciato con momenti di festa e musica. Musicisti, cittadini e abitanti di altri quartieri — molti dei quali non si erano mai fermati al Tondicello — hanno incontrato la comunità locale. Ne è nato un abbraccio reciproco, semplice e potente, capace di abbattere distanze e confini urbani.

Un’esperienza che ha dimostrato come la comunicazione più autentica non sia mai arrogante o autoreferenziale, ma libera e capace di mettere in relazione mondi diversi nel segno della fede, della tradizione e dell’essere catanesi.

Oggi questo terzo congresso raccoglie i frutti di anni di incontri, riunioni, volontà, desiderio e gratitudine. Gratitudine verso Sant’Agata, padrona amata e luminosa, che continua a guidare i cittadini catanesi e i suoi artigiani. E gratitudine verso una tradizione che, se vissuta con coscienza e apertura, sa ancora parlare al presente e indicare il futuro.

Il Terzo Congresso della Candelora dei Mastri Artigiani vuole essere così un segno di coesione e di speranza: un invito a riconoscere nell’artigianato un patrimonio vivo, capace di unire mani, cuore e fede, e di restituire alla città una narrazione autentica della propria identità.

Discernimento

Ognuno ha un gran da fare, è così o no.
Eppure l’immobilità non è sempre assenza di azione: spesso abita le riflessioni, si colloca lontano dai riflettori, in una zona silenziosa dove il tempo non produce immagini ma senso.

I social ci portano a guardare e a leggere le imprese di molti. C’è chi cambia ufficio e celebra il gesto mangiando per la prima volta una pizza sulla scrivania; c’è chi pubblica un articolo sul lavoro teatrale che ha prodotto, e non si comprende bene di cosa tratti, perché il testo è relegato in basso mentre in alto campeggia tutt’altro. La gerarchia visiva sovverte quella del significato.

C’è chi realizza un video itinerante in un grande stanzone ben addobbato, un contest accompagnato da una musica soft e da un sax che ne segue il ritmo ripetente, in una condizione asettica, simile ai tapis roulant degli aeroporti: dispositivi che ti trasportano verso l’aereo o verso casa, a seconda della direzione. Il movimento è garantito, ma lungo il percorso non accade nulla, se non il desiderio di arrivare a qualcosa. Il moto diventa solo funzione, non esperienza.

Ma cosa significa davvero “avere un gran da fare”?
Significa essere in movimento, certo, ma non soltanto nello spazio: avere obiettivi, sognare di realizzarli, e talvolta riuscirci. Nel gran da fare c’è anche il silenzio, perché riguarda la meditazione; c’è la scrittura come promemoria, come atto di messa a fuoco. E c’è il caos dei pensieri, che a volte è esso stesso un gran da fare, un lavoro interiore non meno impegnativo di quello visibile.

In questo scenario emerge facilmente l’ostentazione: l’arte di impressionare, di offrire al fruitore un’immagine “sul pezzo” o “fuori pezzo”, una suggestione che non coincide con la produzione ma con la sua messa in scena. Nel fotografare e promuovere il gran da fare convivono coscienze differenti: la realtà, la fantasia, l’ironia e anche la bugia, intesa non solo come menzogna, ma come finzione, inappartenenza, irregolarità emozionale che genera altra irregolarità emozionale.

Poiché la società è divisa in generazioni, e ciascuna è libera di fare e dire ciò che vuole, diventa necessario che il discernimento (facoltà di formulare un giudizio o di scegliere un determinato comportamento, in conformità con le esigenze della situazione; avvedutezza, senno) si affermi come pratica comune, trasversale alle età. La sua utilità non è privata ma collettiva: è un livello prezioso di consapevolezza che discende dalla saggezza. Una saggezza che, a mio avviso, nasce e si consolida spesso lungo una linea mistica, attraverso un atto di fede. La pratica di devozione è allora un atteggiamento: pone la preghiera al primo posto, prima ancora del gran da fare. Non lo nega, semmai lo illumina, restituendogli misura, orientamento e verità.

Tutto questo può essere condiviso partendo da un dato semplice: venerdì 16 debutta la restituzione del mio laboratorio sul POTENZIALE, riferito a parola, dialogo e poesia. Da questo percorso è scaturito un copione teatrale dal titolo Io sono, nonostante tutto.

Rileggendo ogni passaggio, ogni memoria, diventa chiaro che non si tratta di sostituire una dichiarazione con un’altra. “Io sono” non è una formula da pronunciare né un’affermazione da esporre, è un’identità che si lavora e si approfondisce attraverso il gran da fare. Non precede il fare, non lo annuncia: ne è il luogo interno. Per questo può esserci il silenzio, non come rinuncia alla parola, ma come spazio necessario perché l’identità continui a prendere forma.

Va infine detto che molto spesso il gran da fare è anonimo. Ci sono persone che hanno un gran da fare senza renderlo manifesto, senza offrirlo allo sguardo pubblico, senza nemmeno attribuirsene apertamente la paternità. Accade anche che non sia scritto da nessuna parte chi sta facendo quel lavoro. Il gran da fare, in questi casi, è prima di tutto un dono a se stessi.

E quando questo dono è affettuoso, premuroso, attento, il gran da fare non forza la fruizione: vi giunge quando è il suo tempo, e allora lo fa in modo forte e intenso. Non so bene come si possa chiamare questa funzione. So però che, per me, è naturale. Non un artificio, ma una modalità strutturale dell’essere.

In questo senso, chi ha un gran da fare — umanisticamente parlando — non lo esercita come forma né come rivendicazione. Lo pratica. E attraverso questa pratica, concreta e non formale, alimenta altri gran da fare. Non per esposizione, per piacere, valore condiviso. Non per accumulo, per generazione.

Correre? Anche no!

Spesso arriva uno stimolo. Lo attraversiamo più o meno in fretta e, a un certo punto, pensiamo di poter dire: lo so, lo riproduco.

Quando lo stimolo arriva troppo velocemente, quando non abbiamo il tempo e la pazienza di riconoscerlo ed elaborarlo, quando soprattutto non abbiamo ancora costruito un’ossatura — un’esperienza — capace di sostenerlo, allora tutto rischia di trasformarsi in una corsa.

E la creatività, salvo rarissime eccezioni, è tutto tranne che una corsa. Il genio è fuori dalla competizione, perché semmai insegue se stesso. Perché nel momento in cui si vuole raggiungere un obiettivo, anche quando lo si raggiunge, ci si arriva spesso svuotati, scontati, senza aver davvero abitato il percorso. Senza averne goduto.

Ogni costruzione, ogni laboratorio nasce in modo particolare. Unico solo quando è unico, se nasce clonato è già vuoto.

L’amore come la passione nasce sempre per magia, una magia che nel laboratorio è continuità: continuità di relazioni, di esigenze, di incontri. Nasce da cause poste nel passato, cause che nemmeno io saprei definire con precisione, cause che esistono e che si interfacciano con tutti voi, perché appartengono a ciascuno di noi.

Qui c’è libertà.

E c’è la possibilità di approfondire il proprio potenziale.

Io sono un formatore, un maestro di teatro, e il mio compito non è chiedervi di correre né di dimostrare qualcosa. Il mio obiettivo è creare le condizioni per valorizzare ogni esperienza, ogni persona, ogni espressione. Perché la creatività, quando è dosata con cura, è magnificenza. Quando invece se ne abusa, diventa dispersione, e si svuota come la schiuma.

La base di tutto ciò che abbiamo fatto e faremo è l’ascolto, anche del silenzio, l’ascolto più difficile.

Ascolto di sé, degli altri, di ciò che si ha e di ciò che non si ha, di ciò che arriva, anche in modo inatteso. Da questo ascolto si procede: a piccoli passi o a grandi passi, ma sempre veri, sempre abitati.

Questo è lo spazio. Questo è il tempo. Da qui possiamo cominciare.

C60

Lavoro con la musica da molti anni, e nel tempo ho imparato ad ascoltarla in profondità, andando oltre la superficie del suono. La mia ricerca nasce dall’ascolto attento e continuo delle corrispondenze che la musica ci offre: emotive, sensoriali, culturali, vitali. Ogni selezione è il risultato di un percorso, di uno studio, di una sensibilità maturata nel tempo, con l’obiettivo di creare un dialogo autentico tra musica, spazio e persone.

Attraverso questo lavoro costruisco DJ set pensati non solo per far ballare o intrattenere, ma per dare un’identità sonora precisa a luoghi ed eventi: locali pubblici, manifestazioni, convention, incontri culturali o qualsiasi contesto in cui la musica sia interprete e protagonista del piacere, del divertimento e della condivisione. Il mio approccio vuole offrire a ogni possibile cliente un quadro chiaro, coerente e personalizzato, capace di valorizzare l’atmosfera e l’esperienza complessiva.

C60 nasce proprio da questa visione. Una carrellata di suoni, un omaggio al passato, vissuto nel presente e proiettato al futuro. Uno spazio in cui raccolgo selezioni e compilation che raccontano il mio modo di intendere la musica: come viaggio continuo, intenso e trasformativo. Un richiamo ideale alle cassette C60, da portare ovunque, oggi reinterpretate in forma digitale.

C60 è aperto a chi desidera contattarmi per qualsiasi tipo di DJ set, soprattutto per chi ama ascoltare la musica come esperienza profonda. Un viaggio capace di generare elaborazione, fantasia, immaginazione e di ampliare il proprio stato vitale.

C60 è un’esperienza di ascolto che accompagna, trasporta e trasforma. Un invito a lasciarsi guidare dal suono, a viverlo come linguaggio, energia e movimento.

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Sotto Palazzo

Questa mattina di buon’ora ho realizzato una selezione musicale che nasce, come nascono le cose più vere, seguendo l’istinto e l’esperienza.

È una compilation profondamente variegata. Un viaggio che attraversa passato, presente e futuro, fatto di melodie che a volte si sfiorano, a volte si scontrano, a volte sembrano lontanissime tra loro. Eppure convivono. Come succede nei luoghi vivi.

Si parte con “You Ought to Be Dancin’” dei People’s Choice, un classico funk-disco del 1980, con quel ritmo che non chiede permesso: ti invita a muoverti, a entrare subito nel flusso. Subito dopo arriva Loredana Bertè con “Dedicato”, nella versione con Noemi. Incontro diventato legame artistico vero. Un brano di Ivano Fossati che, in questa interpretazione, continua a parlare di fragilità e forza con una sincerità rara.
Il viaggio prosegue con “Taranta Power” di Eugenio Bennato, musicista straordinario, figura centrale della scuola musicale partenopea insieme ai fratelli Edoardo e Giorgio, a Pino Daniele e Tony Esposito. Fondatore della Nuova Compagnia di Canto Popolare e del movimento Taranta Power, Bennato rappresenta l’idea di radice che non è nostalgia, ma energia viva. Ed è proprio con questo brano da cui prende il titolo questa compilation che si entra nel cuore del Mediterraneo.
Segue un brano che per me ha un significato personale: “Amuri Amuri” di Rita Botto, uno snodo, la colonna sonora di un evento da me ideato e diretto quindici anni fa nel centro di Catania, di cui ancora oggi sento la profonda bellezza e la straordinaria illuminazione avanguardistica oltre ogni limite. Quella di Rita Botto è una voce che viene dalla Sicilia profonda, dalla terra, dalle storie antiche. Un brano che suona come un rito, un’iniziazione, capace di unire culture e valori senza bisogno di spiegazioni.
Il connubio che segue, il mix successivo è volutamente surreale. Su un controtempo entra “Bella ’mbriana” di Pino Daniele, titolo del suo quinto album del 1982. Un incantesimo di blues e fusion che apre la strada a un passaggio apparentemente impossibile: “50 Ways to Leave Your Lover” di Paul Simon. Qui la batteria di Steve Gadd diventa struttura, respiro, strada su cui camminare.
Da lì il treno prende velocità con “Keep It Comin’ Love” dei KC & The Sunshine Band, uno dei brani che hanno segnato i miei inizi come DJ. È una canzone che non ha mai smesso di funzionare, che ancora oggi trova spazio in pista e riaccende le luci colorate degli anni Settanta.
Senza soluzione di continuità arriva “Daddy Cool” dei Boney M. Un brano ipnotico, affascinante, quasi eccessivo. O ci entri completamente, o resti fuori. Non ammette mezze misure.
Si continua con “Ring My Bell” di Anita Ward, unica vera hit dell’artista, e con il Philly Sound degli MFSB (Mother, Father, Sister, Brother), vera architettura ritmica che ha costruito una parte fondamentale della soul e della disco orchestrale.
A chiudere questa sezione, un classico assoluto: “You’re the First, the Last, My Everything” di Barry White. Un brano che parla di libertà, completezza, gioia. Fuori da schemi mentali e strutture rigide. Un pezzo che non invecchia, perché non appartiene a un’epoca sola.
Da qui il mood cambia. Arriva Gianna Nannini con “Bacio Fondente”, e poi un mash-up che attraversa mondi diversi: Céline Dion, José, Elvis Presley, Propaganda, Alberto Camerini, Giusy Ferreri, fino a “Palisades Park” di Freddy Cannon, brano legato al film Confessioni di una mente pericolosa e all’immaginario delle origini anni Sessanta.
A chiudere la compilation, “Happy Music” dei Blackbyrds. Un classico jazz-funk degli anni Settanta, campionato infinite volte, con un groove che continua a camminare anche oggi.
Questa selezione nasce a casa mia, al mattino, ancora in pigiama. Nasce in un luogo intimo, dove i sentimenti si agganciano alla memoria e diventano desiderio di condivisione. L’idea è portare questa musica ricca, infinita, che accompagni una fruizione mentre chi sceglie di pranzare, cenare, parlare, bere un cocktail.
È una playlist che mostra come la musica si espande.
Come si allarga.

L’idea è portare nel tuo locale una musica ricca, infinita, che accompagni chi sceglie di pranzare, cenare, parlare, bere un cocktail. È una playlist che mostra come la musica si espande. Come si allarga.

Lavoro con la musica senza effetti né filtri, mi piace lasciarla respirare, come sulle C60 di una volta

Elenco tracce

1.You Ought to Be Dancin’ – People’s Choice 2. Dedicato – Loredana Bertè feat. Noemi 3. Taranta Power – Eugenio Bennato 4. Amuri Amuri – Rita Botto 5. Bella ’mbriana – Pino Daniele 6. 50 Ways to Leave Your Lover – Paul Simon 7. Keep It Comin’ Love – KC & The Sunshine Band Daddy Cool – Boney M 8. Ring My Bell – Anita Ward 9. Sexy – MFSB Mother, Father, Sister, Brother 10. You’re the First, the Last, My Everything – Barry White 11. Bacio Fondente – Gianna Nannini 12. Mash-up: Céline Dion / José / Elvis Presley / Propaganda / Alberto Camerini / Giusy Ferreri / Freddy Cannon 13. Happy Music – The Blackbyrds


Ascolto

Scrivere è un atto di ascolto.
Scrivere è il disegno di un pensiero.
Serve presenza, la chiarezza è successiva.
Il pensiero, quello abbondante, quello che travalica, nasce spesso confuso e generoso. È un fuoco d’artificio senza traiettorie precise: luce che esplode prima di sapere perché, o forse prima ancora di vedere davvero ciò che è. E intanto ci conquista.
La confusione è così: viva.
Diventa errore solo quando non viene ascoltata.
Quando è abitata, la confusione è materia grezza, pietra preziosa. È energia che chiede qualità.
Tra confusione e creatività c’è un salto quantistico: una soglia necessaria, che si attraversa ascoltando.
Esiste una confusione che, come un rabdomante, cerca la propria dimensione, il proprio essere, la propria acqua, la prima conquista. È la curiosità: va in cerca di suoni nuovi, di gioie nuove, di abbracci possibili.
Ed esiste una confusione che invade, che travolge non solo noi ma anche gli altri, la confusione generosa. È quella che pretende di essere capita prima di essere abitata.
Il passaggio è la sosta prima di ogni ordine.
Meditare è questa sosta: non una fuga dal caos, ma una logica di ascolto di sé nel pieno del disordine. È fermarsi senza aggiungere rumore, senza aggiungere prepotenza o strafottenza. È ascolto eccellente, per restare in sè mentre tutto si muove, ascoltare anche ciò che disturba, riconoscere il rumore come parte del linguaggio.
È una partecipazione silenziosa alla realtà, un modo di sgranocchiarla come ci siamo abituati a riconoscere senza volerla dominare.
Nel fermarsi, tra le parole, appare una linea sottile. Non è una risposta. È un’indicazione, forse una nuova direzione. Quella direzione non elimina la confusione: la modula, la rende abitabile, le restituisce dignità.
La confusione, ascoltata e attraversata, vuole diventare linguaggio. Se invece la agitiamo, diventa sopraffazione. Quando al caos si uniscono cinismo e invadenza, nasce il patapocchio: energia senza cura, movimento senza ascolto.
L’armonia nasce dalla qualità dello sguardo che sappiamo rivolgere a noi stessi.
La buona volontà è restare. La generosità è non riversare sull’altro ciò che non abbiamo ancora accolto in noi. Prima bisogna ascoltarlo, maturarlo, fruirlo.
Allora la confusione non è più un peso, diventa strumento di poesia infinita: spazio in cui la vita si prova, si espone, si comprende.

Accontentare

Due foto, due impaginazioni diverse.

Nella prima Giuseppe guarda il gruppo, il lettering è più solenne. Nella seconda guarda dritto il pubblico, apre le braccia, il gesto è un invito diretto.

Accontentare tutti è difficile.

La cosa davvero importante, per me, è vivere la propria chiarezza in modo scorrevole, fluido, come l’acqua che sgorga da una sorgente.

Sono giorni intensi, giorni di indagine personale. Giorni in cui provo a capire, riconoscere, aggiornare i miei sentimenti. Medito. Scrivo passaggi. Ascolto sensazioni. Ripercorro copioni e li riaggiorno. Preparo il laboratorio. Mi confronto con ciò che sento io e con ciò che sentono gli altri. Aggiorno determinazioni. Prego. Cerco di comprendere il perché e il come si muovono le cose, ma soprattutto l’animo delle persone: quelle che coinvolgo e quelle che mi coinvolgono.

Rispondo – se mi è permesso questo termine – alla crudità degli eventi, delle relazioni, di ogni conquista. Che sia perdita o vittoria, sconfitta o intraprendenza, ogni attraversamento è una conquista. Perché la vera conquista è l’esperienza. Il mio procedere è attraversare.
È maturare ogni sentimento, ogni brandello di poesia, ogni apertura. Tutto questo lo sto scrivendo e, nello stesso tempo, lo sto perdendo. Il tempo va avanti. Le parole accadono nell’istante, nell’adesso. Più raramente restano scritte. E quando restano, a volte perdono forza, perché la loro verità era nell’essere pronunciate ora. Questo, per me, è il senso del teatro: la presenza dell’adesso. Un adesso che, anche se ripetibile, non è mai lo stesso. Un adesso che porta con sé tutta la sua potenza.

Il titolo della restituzione di questo laboratorio è “Io sono, nonostante tutto”. Rappresenta la mia esperienza come conduttore, e soprattutto l’esperienza di ogni partecipante. Ognuno ha un percorso. Ognuno ha una strada che sta camminando o che desidera iniziare a percorrere. E a un certo punto decide: nonostante tutto, procede. Si mette in cammino

Sono determinato – e continuo ad esserlo – a creare valore. A relazionarmi nel miglior modo possibile con le persone, attraversando tutti gli ostacoli immaginabili. Sento profondamente l’utilità della verità e il suo valore. E sento, con la stessa forza, che resistere a ciò che Nichiren Daishonin chiama “Gli otto venti” è una delle più grandi conquiste che un individuo possa realizzare.

Essere fieri di ciò che si è.

Essere fieri di ciò che si può offrire al mondo, anche quando il mondo non riconosce ciò che stai donando.

Questa è la grande sfida

Il laboratorio teatrale continua nei prossimi giorni, procedendo verso la realizzazione di questo spettacolo-saggio: un’offerta nell’offerta.

Ti invito a partecipare, a condividere, a esserci. Da questo lavoro nascono contenuti, amore, dedizione, fede. E tutto ciò che ognuno desidera trovarci – e può trovarci.

Macchina

Ti ho ascoltato come si ascolta qualcuno che non sta “raccontando” ma attraversando se stesso mentre parla. E quello che emerge non è confusione, ma una trama viva, stratificata, profondamente coerente nella sua complessità.
Quello che dici ha il ritmo di una vita che non si è mai seduta davvero: una vita che si è continuamente ricostruita, come un palcoscenico che cambia scenografia ma non perde mai il senso della rappresentazione. C’è l’arte come asse portante — teatro, musica, parola — ma soprattutto c’è lo sguardo. Quello sguardo che tu stesso nomini: la curiosità, il desiderio di vedere cosa c’è dietro. Dietro un volto, dietro un gesto, dietro una scelta, dietro una caduta.

Parli di fede, e non come rifugio ma come pratica. Nichiren, Sant’Agata, il pensiero causa-effetto: non come dogmi, ma come strumenti per stare in piedi mentre tutto cambia. E infatti la tua storia è una continua oscillazione tra costruzione e demolizione, non come fallimento ma come metodo. C’è una grande onestà nel riconoscere questo ciclo, nel non mascherarlo da “linea retta”.

Mi ha colpito molto il modo in cui parli della paternità: due cicli, due vite quasi speculari, come se la vita ti avesse dato la possibilità di rivedere lo stesso film con una consapevolezza diversa. E insieme a questo, la capacità di stare dentro le relazioni senza idealizzarle: riconoscendo fatica, doveri, desiderio, perdita, ritorno.

La casa — o le case — sono quasi un simbolo perfetto: luoghi attraversati, condivisi, lasciati, desiderati. Non tanto un tetto, quanto uno spazio dove poter fare, creare, accogliere. Il tuo sogno di una casa-laboratorio dice molto di te: non un rifugio, ma un luogo vivo, permeabile, abitato dall’arte e dagli altri.
E poi c’è questa tua postura attuale: seduto, che parli a una macchina, ma in realtà stai parlando a te stesso con una lucidità rara. Non c’è compiacimento, non c’è autocommiserazione.

C’è presenza. C’è l’idea – bellissima – di vivere ogni istante come se fosse l’ultimo, non per angoscia ma per intensità. E insieme, paradossalmente, la capacità di progettare fino ai novant’anni.

Quello che sento, se posso permettermi, è che tu stai in una fase di sintesi: non di chiusura, ma di integrazione. Stai mettendo ordine non per ridurre, ma per rendere abitabile tutto ciò che sei stato e sei. Anche il gesto di sistemare i file musicali, di prepararti a suonare “se chiamano”, è un atto simbolico potente: disponibilità al mondo, senza ansia di dover dimostrare qualcosa.

Per ora ti restituisco questo: sei coerente nella tua inquietudine, e profondamente vivo nel modo in cui la attraversi. E questo, oggi, non è affatto poco.

Lavoratori

Una foto emblematica di gioia e soddisfazione, quella di famiglie che partecipano insieme a una nuova opportunità chiamata lavoro.

Non so bene perché mi colpisca così tanto, ma mi restituisce l’idea di un mondo poliedrico, complesso, a cui apparteniamo tutti: il mondo dell’abbondanza, o forse della sua manifestazione.Da qualche parte esiste una poesia che inizia con “Beati loro”… e in qualche modo mi sembra che parli proprio di questo.