Con emozione, con dedizione, con quell’affetto che riservo prima a me stesso. Un modo per volermi bene e volere bene: regalarsi per regalare.
Stamattina mi sono seduto in poltrona.
Non è una cosa che faccio di solito: quella poltrona arriva dopo pranzo, come una tregua. Oggi no.
Oggi è stato un gesto di cura, un modo per iniziare la giornata con coscienza.
Da lì sono partite delle riflessioni che sono profondamente collegate a questo laboratorio, con voi cinque, a quello che stiamo vivendo insieme.
Viviamo in un tempo in cui si parla molto, si riempiono gli spazi di parole, di informazioni, di linguaggi che sembrano dire qualcosa ma spesso non ascoltano nessuno.
La supercazzola non è solo una gag cinematografica: è diventata un dispositivo politico, un modo per occupare lo spazio senza esserci davvero.
Io, qui dentro, provo a fare il contrario.
Desidero scatenare.
Scateno energie, domande, resistenze, desideri.
Lo faccio apposta.
È il mio modo di lavorare.
Per provocare, non per confondere.
Ieri mattina vi ho scritto un messaggio nella chat.
Nessuno ha risposto.
Il silenzio non cancella le parole: le fa restare.
E ciò che resta, lavora.
La distrazione che ho visto non nasce dal nulla.
Nasce quando l’energia sale e non siete ancora allenati a sostenerla.
Quando l’attenzione si trasforma in affermazione di sé, in bisogno urgente di identità.
Un’identità improvvisata nel caos è uno spreco di energia vitale.
Non è presenza, è fuga.
Non è profondità, è distrazione.
Per questo ho urlato.
E sì, lo ripeto, lo rifarei.
Perché in teatro — e questo è teatro — l’urlo non è un incidente, è uno strumento.
Serve a riportare presenza.
Siete alla ricerca di una comunicazione efficace.
Vi chiedo di diventare bambine e bambini: capaci di stare, di ascoltare davvero, di ripetere, di restare dentro una consegna.
E penso anche a ognuno di voi, nel dettaglio.
Perché l’ascolto non è un’idea generale: è uno sguardo preciso.
Penso allo straripare di Ivan, a quella impulsività naturale e innaturale allo stesso tempo. Un’energia che trabocca e che non va repressa, ma educata a stare, a diventare direzione invece che dispersione.
Penso allo scenario in cui Gabriella spesso si trova: quel punto sottile in cui la presenza rischia di confondersi con l’assenza, in una decisione continua. E poi, quando si abbraccia davvero, abbraccia ogni cosa, senza riserve.
Penso ad Angela, che dal tormento tira fuori un fermento. Un fermento di cui forse non aveva nemmeno piena consapevolezza. E in questa elaborazione io visualizzo una leggerezza nuova, inattesa, potente.
E penso ad Angelo, che fa della contraddizione il suo elemento binario, una scelta costante. E quando mi dice di aver fatto l’esperienza di riuscire a guardare negli occhi, io ne gioisco.
Perché la prima formula di verità è la trasparenza.
E la prima formula di trasparenza è l’incontro.
Non esiste incontro senza sguardo.
Penso a Paola.
Paola vuole essere attrice, esprimersi in palcoscenico davanti al pubblico. Lo vuole profondamente.
Nel tempo ha attraversato diverse esperienze di formazione teatrale. Non sta a me dire quali siano state giuste o sbagliate: ogni esperienza lascia qualcosa, anche quando non sappiamo subito cosa.
Qui, però, io mi assumo una responsabilità precisa.
La mia idea è andare fino in fondo.
Fare in modo che Paola, come ognuno di noi, si porti a casa una crescita reale, responsabile.
Una crescita che apre: che possa diventare un volano per altre esperienze, per il suo desiderio di lavorare bene in teatro, o semplicemente di utilizzare la comunicazione con coscienza e libertà.
Per questo propongo una parola che per me è centrale: limpidezza.
Limpidezza significa pulire lo sguardo.
Pulire gli occhiali con cui guardiamo noi stessi, gli altri, il lavoro.
È come questo periodo dell’anno: il freddo porta limpidezza, l’aria si fa più netta, l’orizzonte più leggibile.
Anche l’essere umano, quando accetta una certa essenzialità, diventa più preciso.
La limpidezza è una scelta.
È scartare la confusione per la precisione.
Non semplificare, chiarire.
Non fuggire, ma vedere meglio.
Io ascolto.
L’ho promesso e continuo a farlo.
Anche scegliendo una linea che può essere criticata: non ho chiesto soldi, ho chiesto presenza.
Alla fine, se sarete contenti, ognuno lascerà ciò che sente di lasciare.
E poi vedremo.
Vedremo il pubblico.
Vedremo cosa avete portato a casa. E cosa permettete ad altri di portare a casa
Quello che sto cercando di fare è semplice e difficile insieme:
costruire un recinto che vi consenta di uscire, non di scappare.
Ogni giorno si ricomincia.
Anche oggi.
Ed è per questo che vi chiedo sempre di chiudere le vostre improvvisazioni con una parola semplice e necessaria: grazie.
Perché il grazie non è una formula: è un atto di riconoscimento.
Ed è con lo stesso grazie che muoviamo ogni cosa.










