Stamattina mi sveglio con una sensazione chiara, quasi scomoda: basta accusare il sistema. O meglio, potrei farlo, avrei anche delle ragioni, ma sarebbe troppo facile.
La verità è più vicina. Più piccola. Più mia.
Non è il sistema che mi è indigesto: sono io, in certe forme in cui mi osservo vivere.
Scrollo, guardo, e vedo persone che attraversano lo spazio pubblico, alzano le braccia, e trasformano la propria presenza in valore visibile, che però diventa invisibile nella sua natura reale: non un valore riconosciuto in senso umano o simbolico, solo un valore economico, misurabile e matematico.
E io?
L’ultima volta che ho ideato e condotto un laboratorio l’ho fatto senza un vero riconoscimento economico. Alla fine ho portato a casa 250 euro di offerte. Non lo racconto per vittimismo, ma come dato.
Ecco perché oggi non denuncio il sistema. Denuncio una mia posizione.
Denuncio un modo di stare al mondo che conosco bene, perché ci abito dentro da anni: quello dell’artista che produce senso, visione, intuizione, un artista che resta soprattutto nello spazio interno.
Uno spazio pieno. Ricco. Coerente. Fittissimo di idee, immagini, connessioni, testi: un mondo che è già realtà in potenza. Finché resta nel cassetto: resta nella mia stanza, e basta.
Spesso resta separato dal mondo. La fede poi agisce e tutto diventa mondo.
Un artista che osserva, capisce, analizza… e resta lì. Che racconta, sì, ma racconta a un vento che non trattiene nulla. Il vento prende, disperde, ridistribuisce.
I semi finiscono ovunque. Alcuni attecchiscono. Altri no. Alcuni diventano forma viva. Altri diventano solo imitazione di forma.
E io, in tutto questo, dove sono?
Sono quello che produce intuizioni, frasi, visioni… ma senza una struttura che le porti stabilmente nel mondo reale.
E la parola “struttura” non è neutra. È carica. Significa scelta, direzione, esposizione, rischio. Significa uscire da uno spazio interno dove tutto è chiaro, e entrare in uno spazio dove tutto è esposto.
Perché se la mia mente riconosce come reale solo ciò che non è ancora visibile, allora anche la struttura appare come una forma di tradimento: la traduzione imperfetta di qualcosa che dentro è più puro.
È come amare la terra ed evitare di calpestare.
E allora anche quando mi muovo, anche quando scrivo, anche quando mi agito… resto in una forma di immobilità elegante.
Questo stesso pensiero può diventare una forma di movimento apparente. Forse è solo un’altra modalità del restare dentro.
Una purezza che, a volte, è protezione. Perché nello spazio interno tutto è coerente, tutto è potente, tutto è già giusto. E anche il dolore resta privato, senza attrito.
Ma non basta guardare.
Entrare nel mondo significa esporsi. Chiedere. Trattare. Rischiare il rifiuto non solo del lavoro, ma della propria presenza.
E qui si apre un altro nodo: a volte sembra che vinca la “matematica”, cioè ciò che è misurabile, strutturato, presentabile, spendibile. E l’“imbellettamento” del reale.
Quando questa logica prende troppo spazio, in me non produce adattamento: produce reazione. Una forma di resistenza che non è ideologica, ma istintiva.
Una fedeltà a qualcosa che percepisco come più vivo, anche se meno funzionale.
In questo movimento interiore entra anche una memoria simbolica: l’idea di continuare a provarci comunque, anche quando gli strumenti sembrano deboli, come nel film di Woody Allen Provaci ancora, Sam, dove la fragilità non impedisce il tentativo.
E poi c’è il quotidiano.
Esco di casa scapigliato. Mi accorgo che un bottone della giacca è saltato. Non lo sistemo. Cambio giacca e vado avanti.
Non è teoria: è un modo di stare nel movimento. Continuare, anche senza perfezione.
E dentro questo, mi sento spesso come in un labirinto: non perso, ma complesso. Stratificato.
In cui convive anche l’idea del percorso lungo, della trasformazione nel tempo, come in Il Conte di Montecristo, dove il senso non è immediato ma costruito attraverso attraversamenti, attesa, e ritorno.
Tutto questo non è incoerenza.
È una tensione tra due modi di esistere:
uno che genera visione e senso nello spazio interno, e uno che chiede traduzione, struttura e presenza nel mondo.
Il punto non è scegliere uno dei due, ma capire come non perdersi tra i due.
Oggi almeno questo lo vedo.
Non in forma pulita. Non in forma giustificata.
Ma chiara.
E senza più evitarlo.
E mentre lo scrivo, la giornata continua a salire, magicamente, anche dove sembra più faticosa.
Else
Il teatro come verità viva: Else e la grazia di un’interpretazione necessaria
C’è un momento, raro, in cui il teatro smette di essere rappresentazione e diventa verità. È accaduto ieri, 19 aprile 2026 sul Palcoscenico della sala Verga – Teatro Stabile di Catania, davanti a La signorina Else di Arthur Schnitzler, nella regia di Henning Brockhaus, con una protagonista che non si limita a interpretare, una protagonista che attraversa e restituisce coerenza al caos interiore: Lucia Lavia.
La sua interpretazione di questo monologo è un tessuto che si frantuma e si moltiplica, diventando coro, relazione, conflitto interiore. Una partitura complessa, viva, che vibra tra voce e corpo, tra pudore e esposizione, tra coscienza e vertigine.
In questa oscillazione, il pensiero corre inevitabilmente anche al suo vivere dentro una famiglia che respira arte, teatro, genio. Figlia di Gabriele Lavia e Monica Guerritore, qui raccoglie quell’eredità e la restituisce in forma completamente autonoma, necessaria, presente.
Avrei voluto chiederle da quanto tempo abitava questo desiderio: interpretare Else, darle carne e respiro, sostenere il peso di una scelta impossibile. Non è stato possibile. L’ho aspettata, poi sono andato via. Forse la risposta era già tutta lì, in scena.
C’è una battuta che resta impressa come un sigillo: “Voi avete rubato le cartine di veronal, non uscirete da qui.” In quel momento, il teatro si chiude su se stesso e si compie. Platea e scena coincidono. Non c’è più distanza. Che meraviglia!!
Il pubblico esce con una sensazione rara: gratitudine. Per uno spettacolo integro, preciso, luminoso. Ben orchestrato, ben illuminato, profondamente pensato. Una di quelle esperienze in cui ogni elemento – dalla regia alla scena, dalla luce al suono – lavora in una direzione chiara: restituire senso.
E allora sì, viene da dirlo senza esitazione: il teatro, quando è così, funziona. Non solo emoziona, lascia un segno. È un messaggio che attraversa il tempo, che parla alle generazioni presenti e future.
E per questo, oggi, resta soltanto una parola, piena e necessaria: continuiamo così.

I Love Sicilia
Ci sono esperienze che restano leggere, quasi sospese, e proprio per questo eleganti. La serata di ieri 18 aprile 2026 a Palazzo Biscari nel centro storico di Catania, per i vent’anni di I Love Sicilia, è stata esattamente così.
Da oltre due decenni sfoglio questa rivista con curiosità e una certa forma di desiderio: quello di entrare, almeno per un momento, in un mondo che racconta la Sicilia con uno sguardo luminoso, quasi cinematografico. Un po’ come chi arriva a Los Angeles e sogna di varcare la soglia di quei luoghi dove il cinema prende vita. Tra aneddoti, citazioni e una narrazione sempre riconoscibile, ho spesso ritrovato in quelle pagine una bellezza composta, mai gridata.
Ieri sera, in qualche modo, quelle pagine hanno preso corpo.
L’invito di Barbara Mirabella – che ringrazio – mi ha portato in un luogo che per me non è mai stato neutro. Palazzo Biscari non è solo una location straordinaria: è anche uno spazio della memoria. Lì, nel 1965, mio padre diede vita al Teatro Club di Catania, e lì stesso, anni dopo, nel 1982, ho ripreso quel filo con una stagione dedicata ai ragazzi.
Entrando in quel luogo, la prima persona che ho incontrato è stata Michela Giuffrida. Subito dopo, attraverso di lei, Donata Agnello, direttrice responsabile della rivista. Un saluto, uno scambio rapido, sufficiente per creare una prima, immediata sintonia.
Ed è stato proprio dopo quell’incontro che mi sono seduto.
Su quelle sedie.
Quelle stesse sedie che più di quarant’anni fa furono scelte da Gea Moncada, una donna straordinaria che ho conosciuto grazie a mio padre, e alla quale quel luogo deve ad entrambi anche una parte della sua identità. Io c’ero, in quel momento, e da allora quelle sedie sono diventate un segno, quasi un simbolo silenzioso del palazzo.
Sedermi lì, su quelle stesse sedie, dopo quell’ingresso e quegli incontri, ha avuto qualcosa di naturale e insieme profondamente carico di memoria.
E accanto a me era seduta Marilena Bertinatti, componente della redazione del giornale. Un dettaglio semplice, perfettamente coerente con la sensazione di continuità tra la rivista sfogliata negli anni e le persone che la rendono viva.
La serata è proseguita tra interventi e talk che ho seguito con reale interesse, sia nella prima che nella seconda parte. Ho trovato negli interventi spunti, ritmo e quella qualità di racconto che da sempre associo alla rivista.
Poi, quando il clima è cambiato e la serata si è trasformata in festa, mi sono accorto con naturalezza di non sentirmi in sintonia con quel momento. Non per distanza o disinteresse, ma semplicemente per una diversa disposizione d’animo.
Forse perché, in mezzo a quei volti, a quel contesto, a quel fluire della serata, avevo già raccolto qualcosa di più sottile. E ho sentito che, restando ancora, tra buffet e festa, avrei rischiato di perdere proprio quella sfumatura.
Io vivo nella poesia, o almeno ci provo. E cerco, ogni volta che posso, di custodire quel sentire, di mantenerlo alto, intatto. Anche quando questo significa andare via un po’ prima.
Resta il piacere degli incontri: amici ritrovati, volti conosciuti, conversazioni brevi ma autentiche.
Se non ci fosse stato quell’invito, tutto questo non sarebbe accaduto.
E allora grazie. Per una serata che non ha cercato di stupire, ma che, proprio per questo, ha lasciato qualcosa.
Ad maiora






Tempo

Per il XXXV Convegno SIMPAT (Roma, 17–18 aprile 2026) nasce “Tempo sovrapposto”: mashup audio-visivo creato in dialogo con Gloria Franco, intreccio di musica, immagini e ascolto condiviso sul tempo.
Disegno

Ampiezza

Kevin Bacher
Quando si dice che una sensazione è trascinante, in questa foto il movimento e la direzione sono perfette, danza, natura, ampiezza, logica e creatività, c’è intuito e lungimiranza.
Hub
Essere un hub significa porsi alla vita a relazioni al lavoro ad ogni nuovo contatto come un centro.
L’azione continua è ciò che trasforma l’intuizione in realtà.Senza azione, anche la visione più potente resta ferma.
Porgersi come un hub significa anche questo: trasformare ogni luogo, ogni incontro, ogni progetto in un avamposto di possibilità.
Non serve controllare tutto. Serve restare connessi, presenti, disponibili al flusso.
Un amore che costruisce unità, e nell’unità moltiplica energia.
Silvia Salis

Una foto simbolica può racchiudere serenità, impegno, dedizione e, soprattutto, la passione di due donne. Mi viene in mente questo riflesso anche ripensando a un’immagine di ieri, in cui Silvia Salis appariva quasi spaurita di fronte al suono elettronico proposto dalla deejay Charlotte.
A mio avviso, questo dettaglio è un merito: la rende profondamente umana, non schierata, autentica. Forse in quel momento avrebbe preferito un’altra musica, qualcosa di più vicino al suo sentire per lasciarsi andare. Eppure ha scelto di affidarsi all’organizzazione, accettando e sostenendo un progetto contemporaneo.
Un progetto che, pur con tutte le possibili riserve, è riuscito a generare gioia tra i cittadini. Ed è proprio qui che il pensiero si fa interessante: emerge un controcanto utile per il Paese, fatto di apertura, mediazione e capacità di stare dentro il cambiamento realizzarlo senza rinunciare alla propria identità.

Cover
Scorro il telefono e passo da un mondo a un altro, da una persona all’altra, da una situazione all’altra…
e mi attivo, mi affascino, mi incuriosisco.
È tutto molto veloce.
Se lo guardo bene sembra frenetico,
se lo guardo bene sembra illimitato.
Io sono, per natura, uno che scava negli sguardi.
Sono uno che, quando c’è una quinta, è curioso di sapere cosa c’è dietro.
La tecnologia che viviamo, che utilizziamo, porta a mondi paralleli.
L’intelligenza artificiale è una prova.
Si parla di mondi nei mondi.
Un’infinita rielaborazione della memoria.
Mentre scrivo sono qui, a casa mia, seduto sulla poltrona.
Alla mia sinistra, il bicchiere con un po’ di caffellatte mi guarda,
come fosse un personaggio di questa storia in divenire.
Scrivo perché mi prendo del tempo per gustarmi il tempo.
E nel tempo lavoro, a modo mio, al copione che ho l’obiettivo di interpretare,
anche perché è totalmente autobiografico.
In cucina qualcuno prepara un caffè.
Poi uscirà sul balcone a gustarselo.
Valeria mi ha appena chiamato, sta andando a casa… forse è già arrivata.
Mia figlia Maria Paola è al lavoro, a scuola.
A scuola sono anche tutti i miei nipoti.
Mio figlio Ferdinando non so se sta dormendo o sta andando al lavoro.
Mia figlia Chiaralea ha delle cose da sbrigare.
Mia figlia Gaia probabilmente è ancora a casa.
Più tardi uscirò a fare delle fotocopie.
Oggi pomeriggio ho una riunione dietro l’altra,
dove presenterò il mio progetto estivo con tutta la determinazione possibile
per realizzarlo nel migliore dei modi.
Ieri, nella riunione online, si parlava proprio di determinazione.
Tutto accade mentre io sono qui.
E immagino che accada mentre accade,
nel tempo che scorre
e che mi vede concentrato a stabilire direzioni precise.
Tra un po’ andrò davanti al Gohonzon con le idee chiare.
Con la mia direzione:
stabilità economica,
realizzazione dei miei progetti,
amore per i miei amori,
fare tutto il possibile per sostenere la mia arte,
e — cosa importantissima — vivere la natura.
Dentro questa frammentarietà mi godo anche una cosa apparentemente semplice:
ieri pomeriggio ho comprato una cover nuova per il telefono.
Trasparente.
Già il fatto che sia trasparente… bellissima.
Una cover che lo fa sembrare nuovo.
È una figata incredibile.
Sono partito da ciò che è vivo, nel frattempo,
alla ricerca di un’idea.
Un’idea per parlare della fretta.
Per parlare della velocità dentro il mio copione.
Penso se lasciare, all’interno delle dinamiche drammaturgiche,
la canzone di Edoardo Bennato, “Ma chi è”,
oppure sostituirla con un’altra.
In tutto questo
il bicchiere è sempre al suo posto.
Nel mio buongiorno.
E se tutto questo
non stesse accadendo adesso…
ma fosse già
un ricordo
che qualcuno
sta rielaborando?
Tempo che ci contiene

L’amore ci appartiene, ci attraversa, ci riporta sempre a sé. È un flusso continuo, invisibile ma presente.
Ieri mia sorella Teresa ha pubblicato una foto: il matrimonio di mio padre e mia madre. In quell’immagine c’ero anch’io, senza ancora esserci davvero — mia madre era incinta di me. Era l’8 aprile 1959. Pochi mesi dopo, il 26 agosto, sono nato.
E ieri sera, guardando in televisione una storia d’amore, ho sentito qualcosa risvegliarsi. Quelle emozioni spontanee, improvvise, che nascono tra due persone… le stesse che, forse, hanno unito i miei genitori.
L’amore non è mai perfetto. Attraversa alti e bassi, come un volo incerto, come un orto sospeso nel vento. Ma anche nelle sue fragilità resta un principio, una forza generatrice.
Da ogni amore nascono altri amori. Nel mio caso, i miei figli. Come dai miei genitori siamo nati noi: fratelli, sorelle, legami.
A volte il dialogo si interrompe. Si perde tra fraintendimenti, distanze, complessità del carattere. Ma nonostante tutto, l’amore resta. Ci circonda. Ci sostiene.
E tiene alta la testa della nostra sopravvivenza.




