Arianna

Lo sguardo è la proiezione di un sentimento, di un’attenzione.
Lo sguardo fa tutto, perché nello sguardo vive un’inclinazione, una distanza, un sapore, una prospettiva. Vive l’empatia, la cura dei dettagli, la capacità di riconoscere ciò che spesso passa inosservato.

Lo sguardo è tutto.

Scrivo queste parole per ringraziare l’Universo, che ogni volta, attraverso quella sapiente donazione continua che è la mia vita di abnegazione nei confronti della mia missione, mi conduce all’incontro con persone capaci di aggiungere bellezza al cammino.

Il 7 agosto, durante il giro tecnico di preparazione per la nostra prossima rappresentazione itinerante di “Sant’Aituzza mia”, che si terrà il 17 agosto alle 23:45, abbiamo incontrato Arianna, una ragazza spagnola, amica di Alessandra, che ci ha accompagnato in alcuni dei luoghi nei quali ci fermeremo per raccontare la storia di Sant’Agata.

Il percorso si svilupperà, in questo ordine, attraverso Piazza Università, Piazza Duomo/Porta Uzeda, l’Altarino di Sant’Agata in Via Dusmet, Via Museo Biscari, Piazza Vincenzo Bellini, i Quattro Canti di Via Etnea, Via dei Crociferi, Piazza Mazzini e, infine, il Sagrato del Duomo. Nove luoghi che diventeranno nove quadri di un unico grande racconto.

Abbiamo fatto alcune fotografie e poi Arianna si è offerta spontaneamente di fotografarci proprio in quei set che saranno parte della nostra narrazione.

Alessandra, successivamente, mi ha inoltrato le fotografie scattate da Arianna, aiutandomi così a raccogliere e custodire queste immagini.

Arianna, a te va la mia infinita e pubblica ammirazione, insieme alla più sincera gratitudine. Perché quello che hai fatto non è soltanto una serie di fotografie.

È una testimonianza.
È un’impronta.
È l’imprinting di una grande gioia.

È la capacità di fermare, attraverso uno sguardo, qualcosa che altrimenti sarebbe rimasto soltanto nell’istante. E per questo scelgo di pubblicare queste parole anche in spagnolo: perché il modo più immediato che ho per ringraziarti è raggiungerti nella tua lingua e riconoscere pubblicamente il valore del tuo gesto.

Forse è proprio questa la risposta dell’Universo: muovere le cose, avvicinare le persone, creare incontri e coincidenze in funzione della bellezza stessa delle cose.

E quando questo accade, non resta che riconoscerlo.

Grazie, Arianna. Per il tuo sguardo. Per la tua sensibilità.
Per aver visto, e averci aiutato a riconoscere la nostra immaginazione.

La mirada es la proyección de un sentimiento, de una atención.
La mirada lo hace todo, porque en ella viven una inclinación, una distancia, un sabor, una perspectiva. En ella viven la empatía, el cuidado de los detalles, la capacidad de reconocer aquello que muchas veces pasa desapercibido.

La mirada lo es todo.

Escribo estas palabras para dar las gracias al Universo, que cada vez, a través de esa sabia y continua donación que es mi vida de entrega a mi misión, me lleva a encontrar personas capaces de añadir belleza al camino.

El 7 de agosto, durante el recorrido técnico de preparación para nuestra próxima representación itinerante de “Sant’Aituzza mia”, que tendrá lugar el 17 de agosto a las 23:45, conocimos a Arianna, una chica española, amiga de Alessandra, que nos acompañó por algunos de los lugares donde nos detendremos para contar la historia de Santa Águeda.

El recorrido se desarrollará, en este orden, por Piazza Università, Piazza Duomo/Porta Uzeda, el Altarito de Santa Águeda en Via Dusmet, Via Museo Biscari, Piazza Vincenzo Bellini, los Quattro Canti de Via Etnea, Via dei Crociferi, Piazza Mazzini y, finalmente, el atrio de la Catedral.

Nueve lugares que se convertirán en nueve cuadros de un único gran relato.

Hicimos algunas fotografías y después Arianna se ofreció espontáneamente a fotografiarnos precisamente en aquellos lugares que formarán parte de nuestra narración.

Posteriormente, Alessandra me envió las fotografías realizadas por Arianna, ayudándome así a reunir y conservar estas imágenes.

Arianna, quiero expresarte públicamente toda mi admiración y mi más sincera gratitud.

Porque lo que hiciste no fue simplemente hacer unas fotografías.

Es un testimonio.
Es una huella.
Es la impronta de una gran alegría.

Es la capacidad de detener, a través de una mirada, algo que de otro modo habría quedado solamente en el instante.

Por eso he querido publicar estas palabras también en español: porque la forma más inmediata que tengo de darte las gracias es llegar hasta ti en tu propia lengua y reconocer públicamente el valor de tu gesto.

Quizás esta sea precisamente la respuesta del Universo: mover las cosas, acercar a las personas, crear encuentros y coincidencias en función de la belleza misma de las cosas.

Y cuando esto sucede, solo queda reconocerlo.

Gracias, Arianna.
Por tu mirada.
Por tu sensibilidad.
Por haber visto y por habernos ayudado a reconocer nuestra imaginación.

Sant’Aituzza mia

LA CITTÀ SI PREPARA A DIVENTARE TEATRO
Queste fotografie sono il reportage di una magnifica serata.

Ieri sera, insieme a Turi Giordano e a gran parte del cast, abbiamo attraversato Catania per il sopralluogo tecnico di Sant’Aituzza mia. Da una piazza all’altra, da una strada all’altra, abbiamo immaginato azioni, luci, presenze, movimenti, parole. Ci siamo emozionati.

Piazza Università, Piazza Duomo/Porta Uzeda, l’Altarino di Sant’Agata in Via Dusmet, Via Museo Biscari, Piazza Vincenzo Bellini, i Quattro Canti di Via Etnea, Via dei Crociferi, Piazza Mazzini e infine il Sagrato del Duomo. Nove luoghi che diventeranno nove quadri di un unico grande racconto.

La gioia nel vedere che un’idea, un segno di devozione, prende forma e, soprattutto, nel vedere che quella forma nasce proprio dal desiderio di far incontrare il teatro con la memoria, la devozione e il mito con la contemporaneità; per un teatro che esce dai luoghi consueti e cammina per le strade. Un teatro che cerca le persone, che incontra la città, che diventa comunità. E mentre ieri sera percorrevamo questo itinerario, già sentivamo che qualcosa stava accadendo. Perché Sant’Agata è madre nell’anima di Catania e dei Catanesi. Noi, con emozione, passione e tanto lavoro, proveremo a raccontarla.

#SantAituzzaMia #SantAgata #Catania #GiubileoAgatino #TeatroItinerante #TeatroDiComunità #Cultura #CataniaÈTeatro #SantAgata2026

Romantico

La fiducia nelle possibilità.
Vale la pena continuare a credere che sia possibile.
Anche se c’è chi sceglie di muoversi in un mondo che non ci appartiene, occorre continuare a sintonizzarsi con la propria scelta quotidiana.
È un movimento circolare.
La felicità riconosciuta genera commozione e la commozione mantiene vivo il desiderio della felicità. Così il sogno continua ad appartenere alla vita.
Ogni volta che mi commuovo davanti a una storia d’amore, non vedo soltanto due persone che si incontrano. Vedo trionfare l’azione. Vedo trionfare l’infinita possibilità racchiusa in un singolo pensiero, in una singola rivoluzione, in una scelta che cambia una vita.
Ecco perché arriva la commozione.
Mi commuovo perché quella storia mi ricorda, ogni volta, che è possibile.

CANNES, FRANCE – MAY 19: Gaspard Ulliel and Marion Cotillard attend the “It’s Only The End Of The World (Juste La Fin Du Monde)” Premiere during the 69th annual Cannes Film Festival at the Palais des Festivals on May 19, 2016 in Cannes, France. (Photo by Luca Teuchmann/Getty Images)

Mitja

Una successione di eventi che, solo dopo, assumono il significato di una direzione. L’incontro con Mitja Bichon è stato uno di questi. Attraverso alcuni link che mi ha condiviso, ho deciso di fare ciò che, da tempo, appartiene al mio format PARLO CON LA MUSICA, metto in pratica il mio orecchio fotografico.

Ascolto un brano musicale per vedere ciò che genera dentro di me. È una traduzione, non una spiegazione. Quello che segue, quindi, non è una recensione e nemmeno un’analisi tecnica. È una restituzione profondamente soggettiva, nella quale la musica si trasforma in visioni, ricordi, gesti e domande. È il mio modo di parlare con la musica.

Offro queste parole a Mitja, con il desiderio di restituirgli ciò che le sue composizioni hanno mosso dentro di me. Perché, in fondo, ogni opera vive due volte: quando nasce dall’autore e quando trova dimora nello sguardo — o, nel mio caso, nell’orecchio fotografico di chi la incontra

Dispari
Scale allineate in una continua corsa verso lo sguardo di un chi, qualcuno, o verso una distrazione. Questo arpeggio o fraseggio che sia, mia piace. La prima, contiene la voglia di vagabondare, di perdersi, di costruire realtà che nel momento sono difficili da raggiungere, o forse vivono in una ripetizione, come il canto di un carillon. Per questo ascolto, apprezzo e auspico una grande evoluzione, perché l’opportunità c’è in quanto primordiale auspicazione. Una sola parola: sfida. Molto interessante la sequenza che chiude il brano: mai pari.

Interlude
Un suono, oserei dire, sincopato e vagheggiante, che avevo già ascoltato nello showreel, qui l’ho riconosciuto. Suoni molto affini a me, ricordano le improvvisazioni dei miei figli. Questa è già una conquista, o forse, ancora meglio, la base di un un dialogo, sempre in punta di piedi.

Quiescendo
È la colonna sonora del dubbio, dell’incertezza, della pausa prima di decidere qualcosa, fare. O, forse ancora meglio, della volontà di evocare qualcosa, restando sospesi nella narrazione. Mi viene in mente un allenamento continuo. Scale mobili che salgono e scendono, con un tempo che sembra non finire mai. Arriva una sensazione di nobiltà francese, come una discendenza nordica, la nebbia: qui si coglie con grande chiarezza e sospensione: un sorriso che nasce in coda al brano, quasi come una liberazione, con un tratto profondamente catartico. Probabilmente è stato deciso qualcosa, trattenuto da quel minuscolo dubbio. Poi una mano cattura l’essenza, dà un senso alle retroazioni. Si muove a zig zag su uno skateboard, mentre quella stessa mano, quasi senza volto, ha tirato l’esprimere fuori dal dubbio e lo ha trasformato in un film con le scorribande impercettibili.


Lullaby
Ogni cosa nasce da un desiderio. Ogni cosa nasce da un’invocazione. Questo succedersi di musiche, che si muovono su un mood e una medesima intima soddisfazione, come una rivoluzione: quella sana, quella potente, quella necessaria. Ed è proprio questo che ti auguro: attraverso il carillon, arrivare in una scena ampia e trovare, accanto ai tuoi passi musicali, altrettanti passi di danza.

Ciò che mi resta è la sensazione di un linguaggio che cerca il proprio orizzonte con una voce riconoscibile, il coraggio di sfidare se stesso, perché è proprio oltre quella soglia che la musica smette di essere soltanto ascoltata e comincia a diventare un luogo da abitare.

Carissimo Mitja aggiungo a questo ascolto il mio sentire con due brani che possano essere non solo due modulazioni dialoganti, anche un elemento di continuità.

Frutto

C’è quel sentire che arriva all’improvviso, quel sentimento che a volte chiamiamo felicità. Arriva dall’attenzione che poni a ogni momento, possiamo dire dalla qualità dello sguardo.

È come se una parola fosse sempre stata lì, ma non fosse davvero esistita fino all’istante del proprio tempo. È come se ci volesse una password esistenziale. Stamattina, seduto in bagno, ho scrollato un po’ il telefono, come faccio spesso. Una volta era un libro, un fumetto. Ho guardato con gioia il trailer del film dedicato a Pino Daniele, dove campeggia la canzone Je so’ pazzo.

È un richiamo per un’intera generazione.
Subito dopo ho guardato il trailer del nuovo film di Giovanni Veronesi con il bravissimo Pierfrancesco Favino.

In quel momento è arrivato, all’improvviso, un significato.
Profondo. Autorevole. Sincero.
È stato immediato riconoscere la continua trasformazione e la continua sfida del regista Giovanni Veronesi e, nello stesso tempo, guardare dentro di me, riconoscendo un processo silenzioso, specchiandomi in quel sentire, in quella felicità che mi stava attraversando.

È emersa la parola maturazione.
Una parola potente che non rappresenta un punto d’arrivo.
Rappresenta l’accorgermi che oggi produco con naturalezza, con fluidità, progetti teatrali contemporanei; lavoro con colleghi alla pari, come Turi Giordano; metto insieme attori professionisti e outsider che salgono per la prima volta sul palco e, lentamente, diventano una compagnia teatrale, con quella coesione e con quel ritmo che mi sono consoni ma che, per i diversi tempi del sogno, della programmazione e dell’azione, qualche anno fa erano soltanto immaginazione, qualcosa per cui pregavo chiedendomi quasi un’autorizzazione alla manifestazione della mia missione in questa terra.

A questo si unisce la lettura, da parte di Gabriella, di un mio lavoro teatrale del 2019, avvenuta ieri a casa mia. A questo si aggiunge la lunga telefonata con mio figlio di qualche giorno fa, come non era mai accaduto. A questo si aggiunge lo scambio di messaggi di ieri sera in una continua costruzione organizzativa per tutta la squadra.

A questo si aggiunge la capacità di esistere davanti a ogni muro, dove invece di sottrarmi scelgo, ogni volta, di offrire la mia riflessione, la mia profondità, la mia armonia, il mio tempo, la mia determinazione e quella che oggi riconosco come una vera qualità relazionale.

Così oggi arriva questo mio scrivere la parola frutto, come un regalo.
Come un abbraccio che offro a me stesso, da me stesso, da un unico verbo: maturare
Perché il bello genera altro bello.
Perché la verità genera altra verità.

Ogni sfida affrontata con sincerità, visione missione vocazione, genera possibilità che spesso non riusciamo nemmeno a immaginare quando iniziamo a scrivere di un obiettivo.

Forse maturazione significa proprio questo: accorgersi che ciò che sembrava lontano, lentamente, è diventato il proprio modo naturale di vivere. E allora, a tutto ciò che è, a tutto ciò che si compone, a tutto ciò che continua a trasformarsi… grazie.

Tempi

Alzo gli occhi dal balcone e ti incontro.

Non soltanto con la luce. Con la tua forma. Con la tua essenza. Luna. Da sempre parlo con te. Da sempre ricevo risposte. Non pratiche. Sottili. Profonde. Quasi invisibili. Ti vedo comparire lentamente dietro il profilo del palazzo mentre seduto su una sdraio del mio balcone posso essere tutto ciò che posso pensare ed essere.
Non tutto richiede movimento. Alcune cose chiedono attenzione. Come il messaggio che poco fa ho scritto a Turi. Ogni parola cercava il suo posto. Anche questo è lavoro. Anche questo è vita.
 
Luna, tu adesso mi vedi qui, nel mio balcone. Oggi potrei essere al mare. Potrei mangiare un piatto di linguine ai ricci. Ieri dicevo che non servono soltanto cinquanta euro. Serve qualcosa che ti porti via. Io, invece, oggi scelgo di non farmi portare via. Preferisco armonizzare il tempo. Perché il tempo si spreca nella fretta, nella paura. Nella continua rincorsa. Il tempo, invece, può essere abitato. Con tutte le sue possibilità. Con tutte le sue incognite.
Intanto la Luna sale ancora. Diventa più visibile. E io le dico grazie, mentre i miei pensieri trovano un ordine. E forse è proprio questo il dono. Vedere con maggiore chiarezza ciò che i tempi maturano.
 
E quando i tempi smettono di essere tanti e diventano un tempo solo, alzo gli occhi… e ci sei tu, Luna.
 

Buon giorno

Come ogni mattina, io e Marco di Roma ci scambiamo delle guide e degli incoraggiamenti. Questa mattina, leggendo la guida che mi ha inviato, ho sentito il desiderio di intrecciarla con un mio sentire.

Con un leggero toc toc alla porta di ognuno, desidero condividerla con voi, nella speranza che possa incoraggiare la vostra giornata così come ha incoraggiato la mia.

La sfida accompagna la preghiera e la preghiera accompagna la sfida.

Ogni volta che prego con sincerità per affrontare una sfida, non sto solo cercando di cambiare le circostanze: sto trasformando me stesso. E quando trasformo profondamente la mia vita, il coraggio che nasce da quella trasformazione diventa un incoraggiamento concreto anche per chi mi è vicino. La nostra vita è sempre il messaggio più forte.

Per questo, mentre nella vita di tutti i giorni può essere importante “desiderare poco e accontentarsi di ciò che si ha”, nella pratica della Legge è diverso: è importante non smettere mai di aspirare alla propria rivoluzione umana.

I desideri terreni sono illuminazione. Il desiderio della suprema illuminazione, la ricerca stessa dell’illuminazione, è già illuminazione.

Accontentarsi di ciò che si è già conquistato può sembrare umiltà, ma rischia di farci dimenticare l’immenso potenziale della nostra vita.

La “fede come l’acqua che scorre” non è qualcosa di statico: è una fede viva, costante e dinamica, capace di affrontare gli ostacoli con coraggio e di mantenere nel tempo un’azione vigorosa.

C’è un altro pensiero che oggi sento profondamente. Per me, la lucidità nella fede significa presentarsi davanti al Gohonzon senza incenso, né mirra, né oro: semplicemente così come siamo. Senza maschere, senza dover apparire migliori, senza nascondere le nostre fragilità. È questa autenticità che considero sacra.

E forse la mia sfida più grande è proprio questa: portare quella stessa autenticità anche nella vita di ogni giorno. Perché la vita non si ferma davanti al Gohonzon: lo comprende, lo abbraccia, ma va oltre, in ogni gesto, in ogni relazione, in ogni prova che affrontiamo.

Mi torna in mente un proverbio keniota:

«Sebbene un fiume senza ostacoli scorra placido e tranquillo, un torrente pieno di rocce leva fino al cielo il ruggito di un tuono.»

Che oggi possiamo vivere proprio così: non cercando una falsa tranquillità, ma affrontando ogni sfida con una preghiera sincera, una fede dinamica e la lucidità di essere pienamente noi stessi. Perché ogni ostacolo superato rende la nostra vita una speranza concreta per qualcuno.

Buona giornata a tutti. 🌿

Per niente facili

Per niente facili
Uomini così poco allineati
Li puoi chiamare ai numeri di ieri
Se nella notte non li avranno cambiati

Per niente facili
Uomini sempre poco allineati
Li puoi pensare nelle strade di ieri
Se non saranno rientrati

Sarà possibile, sì
Incontrarli in aereo
Avranno mani, avranno faccia di chi
Non fa per niente sul serio

Perché l’America così come Roma
Gli fa paura
E il Medio Oriente che qui da noi
Non riscuote nessuna fortuna

Sarà la musica che gira intorno
Quella che non ha futuro
Sarà la musica che gira intorno
Saremo noi che abbiamo nella testa un maledetto muro

Ma uno che tiene i suoi anni al guinzaglio
E che si ferma ancora ad ogni lampione
O fa una musica senza futuro
O non ha capito mai nessuna lezione

Sarà che l’anima della gente
Funziona dappertutto come qui
Sarà che l’anima della gente
Non ha imparato a dire ancora un solo sì

Sarà la musica che gira intorno
Quella che non ha futuro
Sarà la musica che gira intorno
Saremo noi che abbiamo nella testa un maledetto muro

Per niente facili
Uomini sempre poco allineati
Li puoi cercare ai numeri di ieri
Se nella notte non li avranno cambiati

Per niente facili
Uomini sempre poco affezionati
Li puoi tenere fra i pensieri di ieri
Se non ci avranno scordati

Sarà la musica che gira intorno
Quella che non ha futuro
Sarà la musica che gira intorno
Saremo noi che abbiamo nella testa un maledetto muro

Vivian Maier, Chicago, 1959

Sarà la musica che gira intorno
Quella che non ha futuro
Sarà la musica che gira intorno
Saremo noi che abbiamo nella testa un maledetto

La musica che gira intorno Fonte: Musixmatch – Compositori: Ivano Fossati

Insistere

Insistere. Questa parola, per me, è la visualizzazione della continuità.

Continuità perché «ho insistito» quando non arrivavano i complimenti. Ho insistito quando quei complimenti, anche quando arrivavano, non si trasformavano in un aiuto concreto, in una collaborazione, in un compagno di strada, in un vero sostegno.

Forse alcuni riconoscimenti avrebbero dovuto arrivare trent’anni fa. Forse avrebbero dovuto trasformarsi allora in qualcosa di proficuo: una possibilità concreta, una collaborazione, una costruzione condivisa.Non è accaduto come avrei voluto. E tuttavia sono andato avanti. Oggi si vede che ho insistito.

Si vede perché il progetto esiste, si moltiplica mentre la mia posizione è diventata più chiara, esistenziale nella sua esistenza. Si vede perché, attraverso il tempo, si comprende meglio l’essenza, le scelte, e la qualità di ogni passaggio, di ogni seme di passione, di ciò che sono e faccio con l’amore che nutro per il mio lavoro, nonostante gli ostacoli.

Insistere significa avere sempre più chiara, decisa, la propria posizione, sempre più chiaro il proprio progetto, sempre più chiara la propria essenza, sempre più chiara la propria scelta.

Significa riconoscere sempre meglio la qualità di ciò che si sta facendo e, soprattutto, il proprio amore. Perché quando una persona insiste senza sapere più perché lo fa, può esserci soltanto ostinazione. Aggettivo denutriente. Applicazione rigida.

Quando invece una persona insiste e, nel tempo, comprende sempre meglio ciò che sta facendo, allora l’insistenza diventa fedeltà. Che semplicemente semplice diventa fede

ph. Danko Maksimovic – Hamburg, Germany (2026)

Si va avanti perché, andando avanti, si vede meglio. E più si vede, più si comprende. Più si comprende, più si sceglie. Più si sceglie, più si diventa responsabili della propria direzione. Per questo insistere può anche significare gioire. Non perché tutto sia stato facile. Non perché siano arrivati tutti i riconoscimenti attesi. Non perché qualcuno abbia finalmente confermato dall’esterno il valore del proprio lavoro.

Si gioisce perché il cammino stesso ha prodotto un’esperienza. Un’esperienza che oggi mi permette di dire: so meglio chi sono, so meglio ciò che sto facendo e so meglio perché continuo.

Quando ho incontrato per la prima volta il mio maestro, uno dei miei grandi maestri, non ho capito subito ciò che voleva dirmi.

Sharon Stone

Ci sono parole che non possono essere comprese immediatamente. A volte una frase, un’immagine, un’esperienza rimangono dentro di noi per anni, senza essere comprese fino in fondo. Poi, un giorno, il cammino ci conduce nel punto in cui quelle parole cominciano finalmente a parlare.

Allora comprendiamo che non le avevamo dimenticate. Stavamo semplicemente vivendo il tempo necessario per comprenderle. Anche questo fa parte dell’insistere: significa continuare a stare in rapporto con una domanda che non ha ancora trovato risposta.

Poi, lentamente, ci si accorge che la risposta non era davanti a noi. Era nel cammino.

Troy Hodgson, UK

C’è un’altra cosa che considero importante. Molte persone hanno paura di essere sviate. Hanno paura di perdere la direzione, di essere ingannate, di investire in qualcosa che non conoscono. Per questo cercano il sicuro. Cercano condizioni già sperimentate. Cercano aggregazioni facili. Cercano appartenenze politiche, esistenziali, sociali. Cercano le masse.

Chi cerca la massa cerca ciò che è già riconosciuto da molti, perché ciò che è riconosciuto da molti sembra offrire maggiore protezione.

Per me è vero il contrario. L’appartenenza può rassicurare, ma non sempre aiuta a vedere.

Le Louvre, Paris

La mia amica Amalia parlava delle “truppe cammellate”. È un’immagine potente.

Perché quando una struttura di persone abituate a muoversi insieme incontra un lavoro come il mio, può trovarsi spiazzata.
Un lavoro che non si lascia immediatamente classificare. Un lavoro che non chiede soltanto di essere approvato o rifiutato. Un lavoro che obbliga a guardare. E quando una persona è abituata a stare dentro un’aggregazione, a riconoscersi attraverso un gruppo, può avere difficoltà davanti a qualcosa che le chiede un incontro diretto. Allora può cercare scuse. Può distrarsi. Può spostare l’attenzione. Può dire che il problema è il linguaggio, il metodo, la forma, il contesto. Ma forse, qualche volta, il problema è un altro. Forse ciò che la spiazza è il fatto che il lavoro che incontra le pone una domanda:

Tu dove sei nel tuo cammino? Ed è qui che avviene la differenza. Chi non è ancora in cammino può cercare di difendersi. Chi è già in cammino, invece, può riconoscersi. Non necessariamente perché comprende tutto. Non necessariamente perché è d’accordo con tutto.
Perché sente che ciò che incontra parla a qualcosa che è già in movimento dentro di lui.

Chi è già in cammino riconosce il cammino. E forse questo è uno dei significati più profondi del mio lavoro, la libertà senza ottenere necessariamente il consenso di tutti, senza convicerli, senza trasformare ogni incontro in un’approvazione. Incontrare quelle persone che, attraverso il lavoro, si accorgono di essere già in movimento.

E allora ritorniamo alla parola iniziale: insistere.

Insistere è continuare riconoscendo la propria direzione. Continuare a camminare è una forma di vita.

Toc Toc

Disturbo?”, quando il teatro diventa teatro dell’essere

Mi diverte scoprire che lo spettacolo visto ieri sera, frutto di un meticoloso laboratorio teatrale curato dalla regista Simona Scuderi, che stimo e conosco da tempo, deriva da un testo teatrale francese: Toc Toc di Laurent Baffie, autore, regista e umorista.

Il titolo originale richiama i TOC, i troubles obsessionnels compulsifs, cioè i disturbi ossessivo-compulsivi, e contemporaneamente il “toc toc” del bussare alla porta.

Mi sono accorto fin dalle prime battute di essere dentro una storia che conoscevo già attraverso il film che mi aveva molto divertito. L’ho riconosciuta immediatamente. Pubblico una foto del film

Per questo il titolo rielaborato Disturbo?, mi è sembrato particolarmente funzionale. “Disturbo?” è quel “toc toc” che sembra attivare qualcosa: una porta che si apre, una domanda, un incontro, forse anche una piccola invasione di campo.

Torniamo a ieri, Anfiteatro in via San Rocco Vecchio, 33 a Misterbianco.

Tre delle attrici che compongono lo spettacolo sono attualmente impegnate in un mio progetto teatrale, Sant’Aituzza mia, e sono andato con grande piacere ad assistere al loro lavoro.

La vicenda si svolge nella sala d’attesa dello studio del dottor Stern, un celebre neuropsichiatra. Sei pazienti arrivano per essere visitati, ma scoprono di avere tutti appuntamento alla stessa ora. Il medico è in ritardo e, a causa di un contrattempo, non riesce ad arrivare. I sei sconosciuti sono quindi costretti a rimanere insieme nella sala d’attesa che diventa scena e vero motore dell’azione.

Cominciano a parlare, a confrontarsi, a scontrarsi. Progressivamente si forma una sorta di terapia di gruppo improvvisata. Ognuno porta con sé il proprio disturbo, la propria ossessione, la propria fragilità.

Apre la messinscena la Segretaria (Simona Di Giovanni) con il ruolo di spartiacque. Franco (Marco Testa) è affetto dalla sindrome di Tourette e dalla coprolalia: pronuncia involontariamente insulti, parolacce ed espressioni oscene. Emilia (Claudia La Valle) è ossessionata dai numeri e dal conteggio. Bianca (Emanuela Gagliano) vive il rapporto con la pulizia, i germi e la contaminazione in una condizione di continua allerta. Maria (Sara Condorelli) ha bisogno di controllare continuamente ciò che la circonda. Lili (Alessandra Grassi) ripete le parole e i suoni, in una continua eco del linguaggio. Otto (Rosario D’Urso), infine, non riesce a camminare sulle linee e ricerca continuamente ordine, equilibrio e simmetria. Uguale: sei personaggi apparentemente lontanissimi; sei mondi che entrano in collisione; sei modi diversi di abitare e interpretare la propria fragilità.

Ma Disturbo? non si esaurisce nella storia che racconta. Il lavoro del laboratorio porta con sé qualcosa che va oltre la semplice messa in scena. È qui che il teatro diventa teatro dell’essere. Non si tratta soltanto di imparare delle battute, rispettare i tempi di una scena o costruire un personaggio. Si tratta di mettere in gioco se stessi attraverso il personaggio.

Il laboratorio ha un obiettivo concreto: realizzare lo spettacolo, mettere in piedi una storia, dare corpo ai personaggi, costruire le relazioni sceniche e arrivare alla rappresentazione. Proprio questo percorso, apparentemente finalizzato alla scena, produce qualcosa che va oltre il risultato finale. E che poi arriva anche a me in un continuo di rimandi e occasioni, l’occasione è la generazione di un sentire. Perché diventare un personaggio significa anche confrontarsi con qualcosa che non siamo abituati a essere. Significa assumere un comportamento, una postura, una sensibilità, un modo di stare in scena. Significa uscire, almeno per un momento, dalla propria consuetudine. Il personaggio diventa così uno strumento per mettersi alla prova. Non necessariamente attraverso un percorso specifico di formazione fonica o di dizione, attraverso la conquista di una presenza scenica, la capacità di stare davanti a un pubblico. La capacità di sostenere una situazione, una battuta, una relazione con gli altri interpreti.

Ecco perché il laboratorio teatrale può diventare teatro dell’essere. Non perché insegni necessariamente tutte le tecniche del mestiere dell’attore, ma perché mette la persona nella condizione di esporsi, di assumere un ruolo, di superare la propria naturale riservatezza e di confrontarsi con una dimensione diversa da quella quotidiana.

Si entra in scena con ciò che si è. Attraverso il lavoro, si prova a diventare qualcun altro. Il personaggio non cancella la persona che lo interpreta. Al contrario, la mette alla prova.

In questo senso, mi ha particolarmente colpito l’inizio dello spettacolo. Dalla platea arriva un giovane ingegnere (Gaspare Saccà) “ma insomma quando comincia questo spettacolo”. La sua apertura gioca con una frase apparentemente semplice che sembra quasi un gioco perverso di parole, una piccola torsione linguistica. Proprio in quella frase, e soprattutto nel modo in cui viene pronunciata, si avverte qualcosa di molto importante, genuino, animatoriale: la grinta.

A mio avviso, un coach teatrale come Simona Scuderi, dovrebbe puntare prima di ogni altra cosa proprio su questo. Sulla grinta dei propri allievi. Prima ancora della perfezione tecnica. Prima ancora della dizione impeccabile. Prima ancora della capacità di muoversi correttamente sulla scena. La grinta è ciò che permette di affrontare il pubblico. È ciò che consente di superare la paura. È ciò che arriva. È ciò che partecipa. È ciò che trasforma una battuta imparata a memoria in una parola viva. E’ ciò che mi porta qui, anzi ci porta qui. Un giovane interprete se possiede la grinta, allora possiede già qualcosa di fondamentale. Possiede la voglia di esserci. E il teatro, prima di tutto, è presenza, un lavoro da ammirare. Costruire un personaggio non è semplice. Entrare in relazione con gli altri attori, rispettare i tempi, sostenere il ritmo di una scena, mantenere la concentrazione: nulla di tutto questo è scontato.

Il pubblico vede il risultato. Dietro quel risultato ci sono ore di lavoro. Per questo, prima ancora di classificare uno spettacolo dentro una categoria teatrale, prima ancora di parlare di teatro classico, contemporaneo, di ricerca, musicale o di parola, occorre guardare al lavoro che c’è dietro. E ammirarlo. Perché sul palcoscenico ci sono persone che hanno scelto di mettersi in gioco. Persone che hanno deciso di uscire dalla sonnolenza. Di sfidarsi. Di esporsi. Di provare a trasformare la propria esperienza in qualcosa di creativo. In questo senso, il laboratorio teatrale è già teatro. È un luogo nel quale una persona entra con le proprie fragilità e prova, attraverso il lavoro, a trasformarle in energia.

La platea, ieri sera, ha risposto con applausi a scena aperta, risate e partecipazione. Il vero risultato non è soltanto quello che accade durante lo spettacolo. È ciò che gli interpreti portano con sé dopo. Una maggiore consapevolezza. Una maggiore capacità di stare davanti agli altri. La sensazione di aver superato una difficoltà. La consapevolezza di poter fare qualcosa che prima sembrava impossibile. E allora sì: il teatro può diventare un modo per fare della propria vita un’opera d’arte. Non perché ogni vita debba trasformarsi in uno spettacolo. Ma perché ogni persona, quando trova il coraggio di uscire dalla propria sonnolenza e di mettersi in gioco, comincia a scrivere una parte nuova di sé.

Qui penso all vitalità della coralità.

Alla trasformazione.

Alla domanda posta ieri sera

C’è poi un ultimo aspetto che mi piace particolarmente. Questa storia ha avuto un lungo percorso. Il testo teatrale di Laurent Baffie, Toc Toc, è stato rappresentato per la prima volta a Parigi il 13 dicembre 2005. Dodici anni dopo, nel 2017, quella stessa idea è diventata un film spagnolo diretto da Vicente Villanueva, arrivando così a un pubblico ancora più ampio. E oggi, dopo quasi vent’anni dalla nascita del testo teatrale e quasi nove anni dall’uscita del film, quella stessa materia arriva in un laboratorio teatrale e diventa nuovamente qualcos’altro. Questo è uno degli aspetti più affascinanti delle opere. Non rimangono necessariamente ferme nel momento in cui vengono create. Maturano. Viaggiano. Cambiano forma. Passano da una lingua all’altra, da un palcoscenico a uno schermo, da un regista a un altro, da un gruppo di interpreti a un altro. E ogni volta qualcosa si conserva e qualcosa si trasforma. Il testo di Baffie è diventato un film. Il film è diventato, per me, anche un punto di riconoscimento: ascoltando le prime battute, ho riconosciuto immediatamente una storia che avevo già visto e che mi aveva divertito, che ricordavo!!

Ciò che ho visto ieri sera non era semplicemente una riproposizione, è stata una nuova tappa. Un’altra forma di vita della stessa idea. Perché ogni frammento appartiene alla stessa lunga vita di un’opera.