Attraversare

A volte le nostre parole escono distorte, irregolari, un po’ storteggianti come emozioni che cercano ancora una forma. Eppure, dietro ogni parola che pronunciamo, c’è spesso un’intenzione pura: trasformare ciò che pesa in qualcosa di più leggero, più vivo, più luminoso.

Molti di noi vivono ogni giorno un conflitto silenzioso: la paura di perdere qualcuno, qualcosa, un’idea di noi stessi.
È lì che nasce l’attaccamento.
E l’attaccamento, se lo guardiamo bene, non è amore: è trattenere. È stringere ciò che non vuole essere stretto. È una forma di privazione della nostra libertà.

La libertà di cui parliamo non è fuga dal mondo, né indifferenza.
È la libertà di vivere secondo il nostro potenziale più autentico.
È la libertà di amare senza possedere, di sentire senza immobilizzarsi, di lasciare che ogni gesto, ogni incontro, ogni emozione diventi un riflesso della bellezza che attraversa la vita
.

Le resistenze che proviamo — quelle strette improvvise allo stomaco, quelle chiusure che ci confondono — non sono nemici.
Sono porte.
Ogni ostacolo è un’opportunità ancora non vista.
E ciò che oggi ci sembra incomprensibile, domani può rivelarsi un punto di svolta, se abbiamo il coraggio di attraversarlo.

Anche gli aspetti più semplici della vita, anche una parola casuale, un’immagine leggera, possono diventare simboli di complicità, di sostegno, di apertura, di amore.
La trasformazione non arriva sempre con il fragore: spesso arriva con piccoli motori quotidiani di consapevolezza.

Nella nostra lingua siciliana esiste una parola che racconta molto: funcia.
È la nuvola che ci passa sul volto quando dentro qualcosa si rabbuia.
Ma anche quella nuvola può diventare energia nuova, occasione di cambiamento, equilibrio che ritorna.
Persino i nostri lati più pesanti, quelli che sembrano quasi demoniaci, possono trasformarsi in espansione e crescita, se li guardiamo con sincerità.

Questo messaggio è per tutti noi che, almeno una volta, ci siamo aggrappati a qualcosa per paura.
Per tutti noi che abbiamo creduto che attaccarsi fosse proteggere.
Per tutti noi che abbiamo imparato — o stiamo imparando — che l’attaccamento è inutile, mentre la libertà è fertile.

È un invito alla pace interiore.
A non rimandare ciò che vogliamo dire.
A non accumulare emozioni come oggetti in una soffitta polverosa.
A esprimere ciò che sentiamo nel momento stesso in cui si accende, perché ogni momento è sacro e irripetibile.

E con questo spirito, con la forza del coraggio quotidiano, con il senso di una missione personale e condivisa, vi offro un’espressione della nostra terra, la Sicilia, che è insieme sfida, incoraggiamento e visione:

Assuppa e potta a casa.”

Prendi ciò che la vita ti dà.
Accoglilo.
Non rimandare.
Trasformalo.
Portalo dentro di te come esperienza viva.

Perché tutto ciò che attraversiamo — se lo attraversiamo con presenza — diventa armonia.

Agnese

Agnese è andata via prima per i suoi impegni di formazione. Ha letto soltanto una battuta del copione, il suo sguardo diceva molto di più: sembrava contenere parole non dette, commenti non espressi come avrebbe voluto. Si percepiva il desiderio di rimanere, di restare nel contesto, di partecipare fino in fondo. Uno sguardo che porto adesso con me mentre scrivo; uno sguardo che racconta il richiamo alla propria natura, alla volontà di agire, di manifestare il proprio potenziale.

Ieri, 10 dicembre, è stato un nuovo giorno di laboratorio teatrale. Ho presentato il copione dal titolo “Io sono, nonostante tutto”, nato da varie esplorazioni e da volontà che si intrecciano tra conduzione e partecipazione. Un testo che porta con sé riflessioni accumulate negli anni e maturate lentamente fino ad arrivare oggi a scambiare “motivi” nell’accezione dell’intreccio esperienziale in questo spazio di macchinazione culturale

Il laboratorio è il luogo dove cinque attitudini dedicate alla parola, cinque persone diverse tra loro, si completano e realizzano un sogno comune.

Ieri si è aggiunta Gabriella, invitata da Agnese, presenza subito percepita come un folletto nel bosco per il suo sguardo sensibile.

Preziosissima la presenza di Sabrina, la mamma di Paola: ci dona i video di backstage, i suoi feedback, la sua attenzione generosa che lascia sempre un segno vivo nel gruppo, un retrogusto importante. Grazie!

Stiamo imparando a interagire, a muoverci nello spazio teatrale, a diventare attori e spettatori allo stesso tempo.”

Ieri il gruppo è rimasto seduto attorno ad un grande tavolo per una prova di lettura che ha tolto movimento fisico, ha dato scambio di ruoli, immaginazione, come muovere la drammaturgia in scena tra platea e palco. Abbiamo letto e riletto la partitura, alcune parti individuali, il frutto di incontri precedenti. Qualcosa si è mosso, lo spettacolo si sta costruendo.
Il mio intento è uscire dalla formalità, evocare, attraverso la rappresentazione, mondi che appartengono a ciascuno, trasformandoli in cultura viva, locale e universale insieme con una sperimentazione da partecipare al pubblico.

In questo cammino, si inseriscono le motivazioni iniziali del progetto, che rinnovo e custodisco:
Un Laboratorio Teatrale dedicato alla Parola, al Dialogo e alla Poesia, nato da una volontà profonda, da un atto di fede verso Sant’Agata e la Candelora dei Mastri Artigiani, un invito alla vita: portare in scena il potenziale che vive in ognuno di noi. Il potenziale è un campo di possibilità, un’energia invisibile che diventa presenza quando ci apriamo, doniamo, agiamo.

Questo laboratorio teatrale esplora la surrealità della realtà, dove la fantasia diventa cultura e la cultura, cura. La restituzione pubblica avverrà il 16 gennaio 2026: un punto di arrivo e, allo stesso tempo, un nuovo inizio.
L’obiettivo è semplice e immenso: trasformare la parola in gesto, la poesia in respiro, il dialogo in azione. Farli diventare linfa culturale viva.
E mentre tutto questo prende forma, lo scrivo come diario di bordo, ritorna alla mente lo sguardo di Agnese, che appartiene già al percorso, per allenare l’azione fuori da sé, per produrre altro. Uno sguardo che custodisce il potenziale mentre si prepara al rientro dopo un’ora non partecipata lontana dal gruppo di lavoro. Uno sguardo che esiste anche nell’attesa.


Manifesto

Manifesto di “Parlo con la Musica”
🎵 La musica è poesia che attraversa l’anima.
💿 Il vinile è presenza, memoria, profondità.
🌀 L’ascolto vero libera un movimento viscerale.
👶 Può riportarci ai primi suoni che ci hanno nutriti.
✨ Una scelta: di tempo, di cura, di bellezza.

Mi occupo di musica da sempre, e non mi limito a “mettere dischi” o a fare il DJ. Offro un servizio di ascolto musicale curato, fondato sull’esperienza, sulla conoscenza e su un archivio personale di oltre 5.000 formati tra 33 giri, 45 giri, CD, cassette e file digitali.

La mia è una scelta di ascolto e di fruizione. Considera il tempo, lo spazio e le persone. Un ascolto che nasce per suggerire il pensiero, stimolare l’immaginazione e attivare qualcosa di più profondo oltre al semplice movimento.

Pop italiano e internazionale, colonne sonore di cinema e teatro, soul e new jazz: musiche che generano emozioni. Una miscellanea costruita con attenzione, dove ogni brano dialoga con ogni elemento del contesto.

Il mio lavoro, la mia passione, affonda le radici in ciò che definisco ascolto primordiale. Quando un ascolto profondo scatena emozioni reali, ci riporta inevitabilmente a uno stato originario: i primi suoni che ci hanno abbracciato, le musiche che hanno formato il nostro sentire e il nostro gusto, prima ancora del pensiero.

Accade qualcosa di raro: la bellezza torna a essere necessaria, nutriente, un vero intrattenimento educativo.

Negli ultimi anni molti hanno scelto una strada diversa: più veloce, più economica, più immediata. Una scelta comprensibile, che tiene conto dei costi, dei ritmi e del fatto che oggi alle persone viene richiesto sempre meno tempo e meno attenzione.

La mia è una scelta differente, consapevole anche dal punto di vista professionale.

Il mio DJ set contiene sia poesia che fruizione contemporanea. Attraverso il suono porto una svolta, una connessione a una musica ampia, esperienza, e la capacità di leggere il contesto in tempo reale. Un servizio che ha un valore preciso, perché non si limita a funzionare: intrattiene nel migliore dei modi.

Lavoro in bistrot e spazi con tavoli, dove la musica non è rumore di fondo, ma parte integrante dell’esperienza: accompagna conversazioni, pause, permanenze. Un ascolto scelto, riconosciuto e apprezzato.

Mi rivolgo a chi oggi vuole fare una scelta precisa:

  • bistrot e locali attenti a un servizio di qualità
  • spazi culturali e artistici
  • eventi privati
  • rassegne e momenti di ascolto guidato

Credo che, anche in un mondo veloce, esista il bisogno profondo di tornare ad ascoltare.
Questo è il repertorio che propongo.

Felicità

Questa mattina mi sono svegliato con un pensiero semplice e allo stesso tempo immenso: la felicità.
La felicità a cui penso, quella in cui credo, è libera: senza rumore, senza scorciatoie. Una presenza silenziosa che si manifesta tra le pieghe delle cose, nei respiri ancora lenti del mattino, nel suolo lieve di un buon giorno — non tutto in una parola, ma come un frutto: buon… e poi giorno, il connubio, un legame assaporato.

Mi sono svegliato presto, alle 5:15. Ho bevuto un po’ d’acqua, ho guardato il telefono, poi sono tornato a dormire.

Assaporare la felicità è come assaporare la mia maturazione, lenta e paziente. Oggi più chiara. Ho capito che ciò che conta è la mia capacità di far vibrare significato, profondità, vita.

La mia storia si è riversata nella musica, nei piccoli progetti, nel lavoro di team, nella comunicazione, nel teatro, nei laboratori, negli sguardi: tutto sempre a servizio delle emozioni, anche quando la vita materiale non ha riconosciuto questo talento con la stessa generosità con cui lo offro.

Qualsiasi difficoltà, per quanto grande, è nulla in confronto alla mia capacità di sentire, creare e amare. Un grande contributo mi arriva dalla pratica del Nam-myoho-renge-kyō, recitato dal 1995, che stanotte ho offerto ancora una volta come atto di forza e tenerezza verso me stesso.

Sono grato: ad ogni ricordo e ad ogni pensiero, che anche nei giorni stretti diventano ponti; a ogni sogno nel cassetto e a quelli che devono ancora nascere; alla mia inquietudine, che non si spegne e mi tiene vivo; alla vita piena di libri, appunti, cassette, dischi, idee, progetti, azioni; a tutti i miei figli, ai nipoti, agli amori, agli errori, alle intuizioni, alle maturazioni lente; a quelle cose che non trovano posto negli scaffali eppure trovano un posto preciso nel mio sentire.

La felicità esiste perché ogni cosa è presente. Perché c’è tutto ciò che serve per continuare con gratitudine e maturazione: raccontare, ascoltare musica, recitare Gongyo, abbracciare, amare e scrivere un “buon giorno” in due parole — perché così mi piace di più: la felicità esiste.

Resistenza

La resistenza, anche quando ha alti e bassi, è fondamentale. Non ricordo chi lo diceva, ma qualcuno scriveva che quando ti svegli alle tre di notte, l’unico modo per attraversare quella condizione è resistere: non fermarti sul fatto che sei sveglio, non cercare scorciatoie. L’unico escamotage è proprio la resistenza.

Questa mattina sono partito da questo pensiero, osservando le espressioni delle persone e ripensando alla finale di ieri sera. Mi sono addormentato prima della premiazione e l’ho recuperata stamattina sui social: la sfida tra le nostre conterranee, Delia e Rob. Ha vinto Rob, secondo me meritatamente. Delia aveva tutte le condizioni per vincere, anzi: avrebbe potuto dare un’impronta più personale usando il dialetto, mettendoci davvero se stessa. Ma forse non è riuscita ad avere quella “resistenza” necessaria per arrivare fino in fondo.

La resistenza è fondamentale. Io la sto mettendo in campo in questi giorni, ma in realtà la coltivo da molti anni. E la dedico ai miei figli: a Chiaralea, a Maria Paola, a Ferdinando e a Gaia. Dedico loro la resistenza per l’amore che provo, per le incomprensioni nate, per tutto ciò che abbiamo attraversato e che attraversiamo. Ascoltando Rob, tra i ringraziamenti, non citare il padre ma il padre acquisito che accompagna la madre, mi è venuto da pensare: la resistenza passa anche da lì, dai vuoti, dagli equilibri fragili, dai rapporti che si trasformano.

La resistenza ama i confronti: trovare nel confronto una linea comune, un punto di incontro.
La resistenza è—nel mio caso—aspettare una risposta, e finché non arriva… resistere.
La resistenza è affrontare una sfida o un giudizio con garbo, accoglierlo, sapendo che lì dentro può esserci una trasformazione.
La resistenza è voler creare valore e attendere che le condizioni giuste si manifestino.

La resistenza è anche nelle piccole cose: tagliare il pane e aspettare che si abbrustolisca, mettere l’acqua sul fuoco e attendere che bolla, scongelare la carne e lasciare che arrivi a essere pronta. La resistenza è godersi ogni cosa rispettando il tempo che quella cosa richiede.

E poi c’è la resistenza del lettore: quella scelta di arrivare fino in fondo a un testo, di seguirne il ritmo, di restare con l’autore nelle sue riflessioni. Non sempre succede, e va bene così.
Ieri, ad esempio, io stesso non ho “resistito” fino alla fine di un film al cinema. Non perché fosse brutto, ma perché avevo un altro obiettivo: vedere mia cugina Roberta e il suo compagno Oreste. È stata una scelta. E la resistenza, a volte, è anche questo: scegliere ciò che conta davvero in quel momento.

La resistenza è sentirsi meritevoli anche quando, nel profondo, non lo si sente.
Per me, ora, la resistenza è aspettare che lo spazio teatrale giusto — quello che rispecchia i miei sogni — si manifesti. Resistere perché quel sogno merita di esistere.

In fondo, la resistenza è pazienza. Una grande, immensa pazienza che mettiamo in campo quando vogliamo creare bene.

La resistenza è una scelta.
E grazie per avermi letto.

Nonostante tutto

A parte il fatto che stanotte ho dormito male, e a parte che ci sono cose da sistemare nella mia vita d’artista – con i suoi meravigliosi alti e bassi, compresi i riscontri economici che a volte sono davvero duri da affrontare – continuo a pensare a quanto questo mestiere sia fragile e potente allo stesso tempo. Mi viene in mente Francis Ford Coppola, che in questo momento sta affrontando una crisi economica perché il suo ultimo film non è andato come sperava. Anche i giganti ogni tanto devono leccarsi le ferite.

Detto questo, ieri abbiamo fatto un’altra sessione molto interessante di laboratorio. Angelo e Agnese erano assenti giustificati, quindi Giuseppe, Paola e Ivan si sono impegnati in brevi monologhi personalizzati.

Ciò che sto conducendo è un lavoro sulla persona, su quel rapporto forte e delicato tra maestro e… ecco, vorrei trovare un sinonimo di allievo. È pur sempre un laboratorio teatrale: è vero che io ricopro il ruolo di maestro, e lo sono davvero, ma il termine “allievo” mi va un po’ stretto. Forse meglio dire interprete, attore, partecipante, praticante, oppure – in una accezione più teatrale – giocatore di scena, navigante, co-creatore. Oppure, più semplicemente, il rapporto tra regista e interprete: forse è davvero la definizione che più si avvicina a ciò che accade.

Il mio lavoro consiste nel ritagliare per ciascuno una partitura, una drammaturgia che aderisca perfettamente alla persona e al personaggio. Non uso tecniche standard. La mia tecnica è l’ascolto. È l’amore, la passione, l’abnegazione. È il desiderio comune di esprimersi su un palcoscenico davanti a una platea nella maniera più incredibile possibile. “Incredibile” per me significa diretta, viva, coinvolgente, qualcosa che il pubblico possa portarsi a casa e continuare a sentire.

Per chiudere: è stata bellissima anche la conversazione con Giuseppe, che mi ha accompagnato a casa. Abbiamo parlato di tutto, e sono felice che questo giovane muratore, che vive sul mare in un luogo che potremmo definire “di confine”, sia così determinato e affascinato da questo lavoro. Mi riempie di nuovi orizzonti e profonda consapevolezza.

Quanto al mal di testa di stamattina, e al mio sonno agitato, non so se dipenda dal trambusto emotivo e dalle preoccupazioni economiche che mi attraversano. Probabilmente sì. Ma, come dicevo nel copione di ieri – ed è secondo me attualissimo – noi andiamo avanti. Portiamo avanti il nostro mestiere, il nostro ruolo, con un unico obiettivo: continuare, nonostante tutto.

Figli

Sabrina racconta: «Quando le ho viste avvicinarsi, ho capito che stava succedendo qualcosa di nuovo, inaspettato».
Il riferimento è all’incontro tra Paola, sua figlia, e Gaia, figlia di Turi, avvenuto durante la sessione del laboratorio teatrale su Parola, Dialogo e Poesia in corso nel Teatro di Padre Pignataro organizzato da Associazione Capolavori.

Sabrina, accompagna Paola a gran parte degli incontri, e spontaneamente documenta attraverso fotografie le dinamiche di lavoro in teatro. Il suo ruolo si è integrato: osserva, registra, seleziona e restituisce. Le immagini diventano materiale utile sia per i partecipanti sia per Turi, che le utilizza per analisi, dialogo con terzi, restituzione di passione!!

Chi conosce questo laboratorio sa che non procede per imitazione ma per rivelazione graduale. Lo scorrere del lavoro è artigianale: richiede tempo, ascolto e continuità.

Turi Greco guida il lavoro senza schemi rigidi. Integra ciò che è, ciò che sa, ciò che scopre mentre il gruppo lo scopre. Il laboratorio è contemporaneità, niente è definito una volta per tutte; si modifica in relazione a chi partecipa e a ciò che emerge.

Il contributo di Sabrina parte da una verità: le sue foto aggiungono un livello di lettura che unisce realtà e percezione. Ogni scatto contiene l’adesso e la sua proiezione, il modo in cui viene guardato, la relazione immediata con l’esterno, cosa rara con questo agire.

Ogni partecipante sta costruendo le condizioni per una restituzione prevista il 16 gennaio 2026. Un momento in divenire di verifica e condivisione del lavoro svolto finora, con la possibilità che il percorso continui oltre quella data.

Durante la sessione sul tema dell’incontro, la presenza di Gaia ha generato l’esempio, un momento significativo: l’avvicinamento e l’abbraccio tra le due ragazze, tra due figlie. Anche questo registrato da Sabrina.

La mattina successiva, Sabrina ha inviato a Turi una selezione di fotografie tramite WhatsApp. Le immagini documentano: la disposizione dei partecipanti in sala, le fasi di ascolto e lettura, la concentrazione del gruppo, gli esercizi sul palcoscenico, le relazioni, i figli

Questa documentazione costituisce materiale utile per analizzare il lavoro svolto e per orientare le fasi successive. Grazie Sabrina!!

Il percorso che il gruppo sta attraversando può essere letto anche alla luce di alcune idee di Platone sull’educazione. In particolare: educare significa trasformare lo sguardo; il maestro guida, ma non impone; l’allievo deve voler imparare; la formazione richiede tappe, tempo e difficoltà; l’obiettivo è la libertà interiore, la conoscenza vera; chi sa ha il dovere di aiutare gli altri.

Una finestra particolarmente rilevante. La parola esercizio per Turi contiene: abnegazione, sfida, coraggio.

Il laboratorio proseguirà lavorando su questi aspetti, portando attenzione alla crescita individuale e collettiva, in vista della restituzione pubblica, e soprattutto di ciò che verrà dopo.

Differenza

Oggi mi fermo a pensare all’improvvisazione: quello “svolgimento o esecuzione che si realizza con facilità e immediatezza inventiva”.

La facilità è solo apparente. Per improvvisare occorre sapere, conoscere, avere interiorizzato tecnica, esperienza, sensibilità.
Come in cucina: se non ho gli ingredienti, posso anche giocare d’immaginazione, ma il nulla non diventa qualcosa per magia. Per creare serve materia, e serve quella capacità artigianale che si forma nel tempo. L’improvvisazione, quella vera, non è un trucco: è un atto d’amore verso ciò che si fa.

L’improvvisazione teatrale ne è l’esempio più evidente: una forma di teatro in cui gli attori non seguono un copione, ma inventano il testo momento per momento. È un incontro continuo tra tecnica e immaginazione, tra ciò che l’attore porta dentro e ciò che il mondo gli offre fuori: il pubblico, l’ambiente, il caso, perfino il malfunzionamento di una luce o il grido in sala. Eppure, paradossalmente, è proprio questa apertura totale che richiede una preparazione profondissima. I cinici non possono improvvisare, perché non si concedono all’imprevisto.
L’improvvisazione chiede amore, disponibilità, attenzione.

La poesia è virtù costruita: non si compra, non si imita, non si improvvisa dal nulla. È una disciplina, un’arte del sentire che cresce nel tempo.

E tutto questo diventa ancora più evidente quando lo metto a confronto con ciò che oggi spesso viene spacciato per “formazione teatrale”: un sistema contraffatto, costruito su illusioni, improvvisazioni fasulle, giochi di corpo senza senso, finte danze e contorcimenti che non portano da nessuna parte. Una macchina illegale dell’educazione artistica che non forma, ma confonde; che non libera, ma intrappola. È l’arbitrio di chi insegna senza conoscere, vendendo come “teatro” ciò che teatro non è affatto.
È l’opposto dell’improvvisazione: non creazione, ma imitazione povera; non ascolto, ma messinscena vuota; non arte, ma “arrunzare”, come diciamo a Catania—un mpapocchiare che copre il vuoto con gesti inutili.

La differenza è radicale:

  • improvvisare è costruire con ciò che si ha, trasmutare la realtà in arte;
  • contraffare è fingere di avere ciò che non si possiede, e trascinare altri nell’inganno.

Chi sa, può improvvisare in mezzo a un bosco o in mezzo al mare, perché ha strumenti, ingredienti e un pizzico di fantasia che è l’elemento segreto.
Chi non sa, ripete, copia, confonde; e finisce per trasmettere finzione anziché forma.

L’improvvisazione è un’arte alta, che nasce da conoscenza e amore.
La sua caricatura, invece, è solo un inganno.

Siamo

Io Sono: il presente che crea comunità

Io Sono: il presente che ci tiene vivi

Stamattina, aprendo il telefono, ho trovato le foto e i video che Sabrina ha scattato durante il laboratorio teatrale. Le ho guardate una per una; quelle immagini mi parlano di tutto ciò che sento – la bellezza, la fatica, la fragilità, la determinazione.

Il laboratorio è rinato dopo anni di silenzio. Cinque partecipanti: Paola, Angelo, Giuseppe, Ivan e Agnese. Ognuno arriva con il proprio passo, con il proprio tempo. Ieri era il terzo giorno per alcuni, il secondo per altri. Eppure l’armonia che si è creata non conosce gerarchie: siamo semplicemente cinque esseri umani più uno, riuniti nel piccolo infinito presente.

Il tema dell’incontro di ieri: un monologo dal titolo “Io sono”, nato dall’unione tra una frase di Tolstoj — «Il tempo non esiste. Esiste unicamente un piccolo infinito presente…» — e un ricordo lontano, un testo letto dopo la settimana Hoffmann nel 2017. È incredibile come a volte le memorie dormano per anni e poi ritornino, giuste e necessarie.

Mentre porto avanti questo lavoro artistico, mi accorgo però di quanto il corpo e la vita quotidiana seguano logiche diverse: da giorni torno a casa con un leggero mal di testa forse legsto allo stress, forse a quella sensazione di precarietà economica che ogni tanto si ripresenta bussando forte. So che risolverò tutto, ma oggi non so ancora come.

Stanotte un sogno: il mio telefono preso e tagliato a metà da figure autoritarie. Io che lo riattacco con dello scotch, nell’attesa di sostituirlo. Un’immagine fragile, imperfetta, ma vera. Come me. Come questo momento della mia vita.

Non ho un supporto amministrativo stabile, e quindi cerco partnership, appoggi, collaborazioni. Anche questo è un modo di dire “Io sono”: esserci nonostante le mancanze, nonostante la fatica.

Penso spesso anche a chi mi aiuta o vuole aiutarmi. Accettare un aiuto che non crede nel tuo cammino è come ricevere un appoggio che allo stesso tempo ti piega. Forse è per questo che nel sogno il telefono era spezzato: un simbolo di vulnerabilità ma anche di riparazione.

Due sere fa, uno dei rappresentanti delle Candelore ha riconosciuto davanti a tutti il lavoro silenzioso e efficace che porto avanti con il loro gruppo. È stato un momento semplice e prezioso: una conferma che, al di là delle preoccupazioni o dei dubbi, esiste qualcosa di reale e concreto che sto offrendo.

Forse il senso di tutto questo — il teatro, la comunità, la fede, le domande mattutine — è proprio nella possibilità di guardare la difficoltà non come una lamentela ma come un varco.

E allora torno al Daimoku con questa determinazione nuova: abitare il presente. Il piccolo infinito presente di cui parlava Tolstoj. E dire, una volta ancora: Io sono.

E così, nonostante le difficoltà quotidiane — quelle che ciascuno di noi conosce, economiche, fisiche o emotive — continuo a scegliere questo presente, questo “Io sono”.
Perché il tempo vero è quello che viviamo insieme, in uno spazio come questo, davanti a un palco, seduti in cerchio, o mentre osserviamo qualcuno trovare il proprio monologo interiore.

È lì che nasce la comunità. È lì che nasce il teatro. È lì che, per un attimo, il presente diventa infinito.


Ornella

È uno di quei giorni che ti prende la malinconia Che fino a sera non ti lascia più la mia fede è troppo scossa ormai, ma prego e penso tra di me Proviamo anche con Dio, non si sa mai E non c′è niente di più triste, in giornate come queste Che ricordare la Felicità sapendo già che è inutile ripetere “chissà”Domani è un altro giorno, si vedrà È uno di quei giorni in cui rivedo tutta la mia vita Bilancio che non ho quadrato mai Posso dire d’ogni cosa che ho fatto a modo mio Ma con che risultati, non saprei E non mi son servite a niente esperienze e delusioni E se ho promesso, non lo faccio più Ho sempre detto “in ultimo ho perso ancora” ma Domani è un altro giorno, si vedrà È uno di quei giorni che tu non hai conosciuto mai Beato te, sì beato te Io di tutta un′esistenza spesa a dare, dare, dare Non ho salvato niente, neanche te

Ma nonostante tutto io non rinuncio a credere Che tu potresti ritornare qui E come tanto tempo fa ripeto “chi lo sa”Domani è un altro giorno, si vedrà

E oggi non m’importa della stagione morta Per cui io rimpianti adesso non ho più E come tanto tempo fa ripeto “chi lo sa” Domani è un altro giorno, si vedrà

Domani è un altro giorno, si vedrà

Nel 1973 i miei 14 anni, il suono della leggerezza, oggi leggenda di Ornella Vanoni 39 anni in questa registrazione del 1973, le scelte di mia madre, al tempo 34 anni, tutto un bagaglio di emozioni che sono ancora di oggi.

Domani è un altro giorno è un singolo di Ornella Vanoni pubblicato nel 1971 dalla Ariston. Scritto da Giorgio Calabrese e Jerry Chesnut, è una cover del brano inglese della cantante statunitense Tammy Wynette dal titolo The Wonders You Perform

Nell’ottobre del 1971 approda in classifica alla posizione 9° per poi rimanere 10 settimane in classifica. Il brano viene reinciso nel 2019 da Noemi come colonna sonora del film omonimo per la regia di Simone Spada.

Il brano nel 1972 venne inserito nell’album di Ornella Vanoni dal titolo Un gioco senza età

Ieri un disco a caso dal reparto degli italiani della mia discoteca, ed ecco la copertina di “quante storie” un’immagine, un mondo

Poggio il disco sul piatto e tutto riappare, questo brano con un andante fantastico in un duetto magistrale con Mario Lavezzi, è il mio modo per sintonizzarmi con questa artista infinita, e che ieri ha aperto la mia giornata, oggi ne scrivo