Alternativa

Spaziare generi.
Perlustrare armonie.
Incantare chiunque.

Spettacolare spazio.
Praticare ascolto.
Immaginare altro.

Sovrapporre stili.
Potenziare potenza.
Intonare musica.

Sono un DJ di pancia.
In tutti i sensi.

Porto esperienza vasta.
Amore.
Purezza.

Le sonorità camminano insieme.
Multietniche.
Multi-armoniche.

Questa musica
vuole far pensare
prima di trascinare.

Scene diverse.
Differenziare
è occasione.

Stamattina è bastato ridisegnare una parola: spaziare.
Unirla alla musica.
Da lì è nata una poesia. Poi un manifesto.

Non per caso, ma per una volontà inesorabile di andare avanti.
Spostare l’ostacolo non significa evitarlo: significa ordinarlo, dargli forma, renderlo autore della trasformazione.

Preparare un caffè sapendo di aver lavorato — davvero lavorato —
per ampliare gli orizzonti,
per rendere dinamico ciò che tende a fermarsi,
per dare senso al movimento e, attraverso il movimento, dare senso alla vita.

C’è gioia in ogni cosa.
Gioia nelle salite e discese.
Gioia nello studio.
Gioia nella pratica.
Gioia nell’amore per sé.
Gioia dell’amore puro.

Questa è forza.

E la forza, quando è vera, cerca una traduzione.
Diventa immagine.
Si manifesta.

L’immagine nata stamattina
è il retro-pensiero di una missione
che diventa azione.

Il risultato non è il fine.
Il fine è muoversi.
Il resto arriva,
con i suoi tempi, nei suoi modi,
sempre coerenti
.

Agata Santa

Andare in profondità a cercare l’origine della propria fede, delle proprie tradizioni, della propria cultura è riassumere tutto in una unica parola che è fede. A Catania nasciamo con una forza in più aggregatrice, lo sguardo di Sant’Agata una occasione in più per molti di ascoltarsi, di guardare il proprio specchio dell’anima. Sant’Agata non è un oggetto da raccontare, è un’esperienza che ti attraversa

Carissimi fratelli e sorelle, La festa della patrona Sant’Agata è motivo di gioia e di orgoglio per la città di Catania. Qui Sant’Agata è “di casa”. Essere catanesi significa anche sentirsi legati a lei. Proprio per questo legame così forte, è importante fermarci a riflettere: come può ispirarci “Santuzza” oggi? (…) Oggi pensiamo che ogni desiderio debba diventare un diritto. Abbiamo finito per confondere la libertà con il fare ciò che ci piace. A volte pensiamo che essere liberi significhi fare tutto senza limiti. Ma questa non è libertà. Senza limiti non cresciamo: ci perdiamo (…) Il musicista che si esercita ogni giorno rispettando la grammatica musicale (le partizioni, la melodia, il tempo, …) non perde libertà: la conquista. Chi segue un principio morale non si chiude in una gabbia: trova una strada chiara (…) La processione di Sant’Agata che attraversa le strade della città è un segno forte del nostro camminare insieme. A volte, nella nostra società, i cortei diventano luoghi dove ci si nasconde nella folla, senza farsi vedere e senza assumersi responsabilità. (…) Nessuno è spettatore, nessuno è ai margini, nessuno è anonimo. (Dall’omelia del Card. Mario Grech Festa di Sant’AgataCatania, 5 febbraio 2026)

Quanto è grande la potenza di Sant’Agata? mi chiedo spesso, quanto sono devoti tutti i catanesi sia quelli che indossano il sacco? sia quelli che la seguono e sia quelli che sembrano essere indifferenti? Ogni anno è per me un nuovo approccio. Da quattro anni ho seguito nel dettaglio la Candelora dei Mastri Artigiani, ad inizio festa questa solidarietà è terminata e ho ripreso a vivere la festa nel dettaglio, seguendo il mio sentire con momenti chiave a cui sono abituato. Cerco sempre una lettura riassuntiva per raccontare l’emozione dentro una grande emozione. Molte cose colpiscono la mia attenzione o forse la mia sensibilità.

L’opportunità quest’anno per riordinare i miei appunti è stata l’intervista a Padre Francesco La Vecchia musicista Maestro della Cappella del duomo di Catania.

La prima domanda Quanto è grande la potenza di Sant’Agata ’è la stessa dell’apertura di questa pagina di diario

Il problema è molto spesso distinguere la propria umanità dalla propria fede e anche dalla propria in questo caso professione. A volte veramente difficile, lo dico in termini da musicista. Noi siamo una sinfonia. Dio ci ha pensato come sinfonia perché siamo immagini e somiglianza di un Dio uno e trinitario, che è comunità, che è famiglia. Abbiamo bisogno di assoli, ma abbiamo anche bisogno di armonie, di sinfonie. E quindi penso che Agata sia tutto questo. Alle volte sembra che potrebbe essere quasi divisiva perché c’è chi vuole vedere una Agata in un certo modo, chi la pensa in un’altra, sia nelle feste, sia nella quotidianità, un Agata magari del popolo, un Agata dei benpensanti, una del mondo intellettuale.

Agata, partiamo da lei, è una, che ha colto la parola del vangelo, e non a caso il suo martirio non può essere soltanto limitato a quel termine che oggi è il femminicidio, perché certamente di fatto è l’uccisione di una donna, ma occorre sempre capire quale sia la motivazione, la causa di questo femminicidio, che in questo caso non è semplicemente la passione o la cupidigia di un uomo e soprattutto la risposta di una donna ad una domanda ben concreta che questo governatore pagano aveva fatto nel chiedere a lei di rinunciare al suo Dio e lei ovviamente tassativamente innamorata di Cristo, non perché in maniera sentimentalistica o chissà come, ma in maniera convinta, perché la fede ha a che fare tanto con il cuore, perché ha bisogno di carità di amare, e ha bisogno tanto di intelligenza, perché ha bisogno di sperare. Non a caso fede, speranza e carità sono le tre virtù teologali della dottrina cattolica, infuse da Dio nell’anima per rendere i fedeli capaci di agire come suoi figli e meritare la vita eterna. Esse hanno Dio come oggetto e motivo, orientando l’agire morale cristiano verso il fine ultimo soprannaturale, con la carità considerata la più grande. 

E fede, speranza e carità camminano puntualmente insieme, e una non può stare senza l’altra. In Agata c’è tutto questo. Ed è proprio l’espressione anche dello stesso nome. Il nome Agata deriva direttamente dalla forma femminile Agathé (Ἀγαθή), indicando quindi una persona “buona”, “nobile” o “virtuosa”.

E la bontà non è solo una gentilezza di circostanza, di bon ton; la bontà è riflesso di una di una fede interiore che ha aderito alla bontà di Dio che vuole le cose buone, cioè vuole il bene e non vuole il male.

Senza mediazione

Certo, senza mediazione. La nostra intelligenza col tempo quando interroga il cuore, la coscienza soprattutto, quando trova il punto fermo in questo caso Cristo, il suo Vangelo, riesce a leggere tutti, e a trovare la forza. Quante persone hanno rinunciato alla propria fede, senza volerle giudicare, per la paura del martirio, della sofferenza fisica, perché spesso l’uomo si è inventato delle malvagità terribili nell’estorcere anche le presunte verità da qualcuno che alla fine guarda caso confessano quello che volevano sentirsi dire alcuni giudici semplicemente perché era finita la forza di resistere al dolore in quanto tale. La motivazione che ci deve essere per poter affrontare un martirio, sta nell’avere una radice nel cuore così ferma e così forte che può affrontare violenza e quant’altro dal suo carnefice.

Questo io lo racchiudo in una parola che è attraversare. Se si ha fede si attraversa.

Benissimo! Sì condivido anche questa immagine. Si attraversa perché d’altronde la vita è un attraversamento di giornate, di momenti, di situazioni, di cose che costruiamo, di cose che ci capitano, cose che affrontiamo, cose che ci cadono in testa alle volte improvvisamente e attraversare è un camminare.

Quanto sente questa Fede così spontanea da parte dei catanesi e quanto sente una Fede verso Sant’Agata anche se si nasce da famiglie che praticano altre religioni. Vediamo che a Catania pregano tutti Sant’Agata anche se sono Mussulmani, Induisti, Buddisti…

In tutte le fedi religiose, la dimensione naturale, che è stata anche sottolineata dal cardinale Card. Mario Grech nell’omelia, c’è una religiosità di cui c’è bisogno. La religiosità è un qualcosa che appartiene all’istinto umano. Noi siamo uomini che hanno bisogno di religione, legarsi attaccarsi a qualcosa di grande, da cui ci sentiamo provenire. Accanto alla parola fede userei anche la parola affetto per esempio o fiducia… Agata rimane sempre presente…

La preghiera autentica unisce

Il non pregare è il non vivere. La nostra vita non è altro dalla nostra preghiera, dalla nostra fede, perché non si può pregare e poi continuare ad avere atteggiamenti che vanno a braccetto con il male.

Se si prega, si attraversa e la preghiera diventa luce

Il nostro tempo senza che ne accorgiamo sta impedendo di stare con noi stessi. Abbiamo perso il gusto di perdere del tempo attorno un caffè. Una volta c’era quasi una liturgia, si preparava, si preparava, si chiacchierava. Oggi con una cialda in tre secondi il caffè fatto, consumato e via. Oltre questa immagine la verità è che non ci diamo del tempo per noi, ancor meno per gli altri, anche per Dio.

Come ha sentito il concerto di oggi

Oggi non era un concerto abbiamo animato la liturgia. Diciamo che c’è tanto lavoro dietro, non tutte le messe possono essere così a questo livello solenne. Posso dire che il risultato è abbastanza soddisfacente. Per me è importante una cosa, aver aiutato con la bellezza della musica a far pregare le persone. Non si cercano riconoscimenti. La nostra è un’attività non concertistica, facciamo anche qualche concerto, principalmente animiamo la santa messa, le liturgie.

In coda alla messa una dei brani che avete eseguito mi ha fatto pensare per sonorità alla Canzone Delle Sei Sorelle eseguito dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare tratto dalla Favola in musica di Roberto De Simone

La conosco benissimo, ho avuto l’onore di fare una conferenza a quattro mani con Roberto De Simone, una grande fortuna.

Rispetto non solo alla Festa di Sant’Agata, il catanese è più rispettoso?

È chiaro che Agata non è più la Festa per i catanesi, è diventata una Festa del mondo. Vedo per le strade anche affollate un clima molto sereno, di fraternità, di rispetto.

Forse allora la potenza di Sant’Agata non sta nei numeri, nella folla, nei gesti ripetuti ogni anno, né solo nella devozione dichiarata. Sta nel fatto che, in giorni come questi, nessuno resta davvero indifferente. Anche chi dice di esserlo, in fondo, attraversa qualcosa.
Sant’Agata non chiede di essere capita, chiede di essere vissuta. Non impone una fede, la provoca. Non divide, costringe con il suo “amore” a prendere posizione, anche solo nel silenzio.
E mentre la città cammina, tra ceri, musica e preghiere, ci scopriamo ancora una volta sinfonia imperfetta, viva. Ognuno con il proprio passo, ognuno con il proprio modo di credere, o di cercare.
Se si ha fede, si attraversa.
E a Catania, da secoli, continuiamo ad attraversare insieme.

Acqua

Intercetto elaborazione
Intercetto ogni ambizione
Intercetto uno sguardo
Intercetto un bisogno
Intercetto la realtà
Intercetto la fantasia
Intercetto ogni vocazione
Intercetto
Intercetto una canzone
Intercetto senza
Intercetto con
Intercetto le necessità
Intercetto le distanze
Intercetto abbondanza
Intercetto sostanza
Intercetto le allusioni
Intercetto le contraddizioni
Intercetto educazione
Intercetto ogni contrario
Intercetto adesso
Intercetto amore

Mary Ellen Bartley · Reading in Color #21, from the series Reading in Color, 2020.

Prosa e sunto esplicativo

Intercetto è un processo.
Un vagito mentale: la poesia nasce sull’onda della libertà.
Sembra partire da un’idea, invece all’inizio è solo una parola.

Arriva a flusso, senza preavviso. Chiede spazio, chiede “sazio”.
Durante un gesto quotidiano, pulire le stoviglie della colazione, passare una pezza umida, quella libertà di vivere e recepire lascia emergere una parola. Da lì, il resto si è semplicemente disposto.

passare una pezza umida, quella libertà di vivere e recepire lascia emergere una parola. Da lì, il resto si è semplicemente disposto.

La sequenza non racconta: registra.
Intercetta ciò che passa, ciò che resta, ciò che contraddice.
Chi legge distrattamente può scivolare sul ritmo, ma qualcosa insiste e chiede di essere riletto — come fanno certe parole quando non vogliono essere usate, ma attraversate.

Acqua è arrivata dopo, elemento, titolo, tassello, cornice.
No chiave, stato: ciò che tiene insieme senza farsi vedere.

Il resto teniamolo per noi.
A chi ascolta, forse, arriva una conferma.
Il coraggio, quando è vero, non ha bisogno di spiegarsi.

Capì nera

Cu ti lu dissi ca t’aiu allassari
Megliu la morti e no chistu duluri
Ahj ahj ahj ahj, moru moru moru moru
Sciatu de lu meu cori, l’amuri mio sì tu

Lo spettacolo, che ho visto pochi giorni fa, inizia e finisce così.

“Cu ti lu dissi” è un celebre canto popolare siciliano, reso famoso da Rosa Balistreri, che esprime un amore intenso, disperato e viscerale. Il testo, in dialetto, narra la sofferenza per un presunto abbandono, negando la separazione e invocando la riconciliazione (“paci facemu”) con l’amata. Il ragionamento poetico si fonda sul rifiuto del dolore, preferendo la morte all’idea di perdere l’altra persona.

Come collegare Cu ti lu dissi con La storia di una capinera di Verga?
Il canto esprime il dolore di un amore non corrisposto o tradito, con un tono lamentoso e intenso. Maria, nella Capinera, vive un amore impossibile per Nino perché costretta al convento. Nel canto, il soggetto lirico appare inerme, schiacciato da una situazione che non può cambiare; Maria è prigioniera delle convenzioni sociali e religiose, senza possibilità di scegliere il proprio destino.

La poesia comunica una sofferenza intima e silenziosa, tipica della tradizione popolare. Maria non si ribella mai davvero: il suo dolore è interiorizzato, fino alla malattia e alla morte. Cu ti lu dissi nasce dalla cultura popolare siciliana, semplice, autentica, “rotolante”. Verga, anche nella Capinera (opera giovanile), mostra attenzione per i sentimenti veri, quotidiani, senza idealizzazioni.

L’immagine iniziale che vivo entrando in platea – e nel caso di ZO Centro Culture Contemporanee per il cartellone di Palco Off – è questa: lei è già in scena. Gira su sé stessa. La gabbia. I fogli appallottolati. Porta subito all’abbraccio con lo spettatore a cui hanno appena scansionato un QR code o strappato in due un biglietto. Porta, dicevo, un canto ossessivo, frammentato. Un’immagine che, per me, resta immagine, non si trasforma.

Seguendo lo spettacolo ho la sensazione che l’attrice, in molti punti di questa grotta in cui la sua scrittura mi fa navigare, a volte accenda la luce, altre la spenga; a volte scatti un selfie, come la modernità vuole; altre ancora mi abbracci e, più spesso di tutto, mi guardi e mi dica: guardami.
Ha ragione a chiederlo: è bella in tutti i modi.

In tutto questo mi godo la gita a teatro, luogo infinito di infiniti. Penso che amo i monologhi, e che questo sia uno di quelli che mi fanno pensare di più, senza distrarmi. Anche dopo lunghi bui su voci registrate – che forse non scavano, non creano attesa – non so bene come definire la sensazione.

Un’attrice, prima di smaltire l’adrenalina, ha bisogno di tempo. Cerco uno spazio per parlarle. Mi racconta una parabola di gabbie possibili, già presenti nel testo: interiore, familiare, sociale, culturale, sentimentale; la definisce “una matrioska di gabbie”. Le dico che ho apprezzato molti segnali di devozione alla platea: lei, il cambio lento dell’acconciatura che si chiude su sé stessa (immaginavo fosse Nino), le luci, i suoni.

Mi dice: Gli spettacoli vanno digeriti.
Aggiunge che lo stato confusionale è lo stato migliore con cui si può uscire da teatro.

Il progetto di Rosy Bonfiglio, attrice di Avola (SR) che ha lavorato con Lavia, Ronconi e Calenda e altri, nasce nel 2016 a Roma in un’altra versione. Cambiavano la regia, il costume, la scena. Era un primo esperimento site-specific, un lavoro che si adattava ogni volta allo spazio, anche in forma itinerante: un’altra operazione. Avrei voluto esserci.

La regia, sempre di Rosy Bonfiglio, viene rimessa in piedi nel 2024 per questo spettacolo che oggi gira. Un monologo che asseconda un’esigenza artistica: dare voce a una riflessione sulla gabbia, liberare una spinta autoriale che l’ha condotta nei circuiti sperimentali della ricerca, per affermare che il teatro è ricerca. Aggiunge «Quando sento qualcosa di stantio, qualcosa che smette di vivere e si formalizza, un po’ mi turbo, e allora volo via come la Capinera».

L’obiettivo è fare domande e tenerci in movimento. Uscire forse senza risposte, ma con nuove aperture. Eccomi. Ci propone una ricerca, un’indagine collettiva sulle gabbie, un “confessionale tutelato” in cui restare in ascolto. Eccoci.

CAPINERA da Giovanni Verga di e con Rosy Bonfiglio
visto domenica 1 febbraio 2026 – ZO Centro Culture Contemporanee
Palco Off, XIII stagione

Pungenze

Pungenti sono tutte quelle urgenze evidenti da rimodulare
Pungenti sono le ignoranze in ogni tentativo invano
Pungenti sono meteore condizionanti alle quali tocca dare ascolto
Pungenti sono stati d’animo come il freddo quando esagero
Pungenti sono realtà inconsistenti davanti ad una forma
Pungenti sono vivacità che faccio fatica ad abbracciare
Pungenti sono leggere voluttà dell’immaginazione
Pungenti sono gli stenti anche se la ricchezza ti sovrasta
Pungenti sono dialoghi vuoti di tanto e di vuoto
Pungenti sono realtà impercettibili per altri

Passione Missione

Mettere ordine nei miei vinili e nei miei file musicali è un lavoro continuo: memoria, presente, nuove proposte che scorrono senza sosta.
Un lavoro che faccio ogni giorno, perché il flusso della contemporaneità non si ferma mai. È un lavoro di contenimento, di ampliamento, di meditazione sulla musica.

Aggiorno il gusto e, da buon artista, non solo per me: ogni eco è trasmissione di sapere, di genio. In questo viaggio mi sono fermato su Tre settimane da raccontare di Fred Bongusto (1974). Ed è stato naturale fermarmi. Dichiarare una passione. Perché la mia passione non è solo passione: è anche il mio lavoro.

Avevo 16 anni e lavoravo già nelle radio private, nelle feste private e d’estate a Taormina. Questo brano mi riporta all’Isola Bella, in un camping sul mare, quando passavo musica la sera. 45 giri soprattutto, qualche 33. 52 anni fa.

Sono regista, drammaturgo e da sempre DJ.
Oggi, da DJ nonno, continuo con la stessa passione, la stessa devozione, lo stesso spirito potente che mi dà ancora voglia di comunicare la mia disponibilità a mettere musica, ovunque.
E credo dovrebbe essere così per tutti.

La mia è musica senza confini.
Per contesti vari e inusuali.
Perché la musica può stare dappertutto.

Oggi dedico questo post a una missione che crea benessere e valore.
E soprattutto a Fred Bongusto, che oggi evoca tutto questo.

Sotto una mia nuova immagine da DJ ho scritto:
DJ poliedrico per contesti vari e inusuali.
Perché la musica va dappertutto. E io con lei.

Superficie

Buon giorno.

Dopo un abbondante colazione pane burro marmellata, uova, latte e caffè. Rifletto su una considerazione che è partita ieri sera al cinema e che mi scorre in testa da qualche tempo.

Il tema è il “superficiale” che è diverso da superficialità. Con superficiale intendo il primo livello dell’acqua quando è contenuta in un mare o è contenuta in una bacinella, ciò che è visibile a primo sguardo. Cambia la profondità nei due casi.

Per superficiale intendo il piano del tavolo che copre, che si appoggia, sulle quattro gambe.

Per superficiale intendo le conoscenze basiche. Posso definirmi superficiale nel senso che conosco tante cose e allo stesso tempo, alcune, non le conosco affondo.

Conosco la bellezza struggente di Shakespeare che non conosco a fondo, conosco altri autori come Ibsen, Ionesco, Pirandello e Cechov e non li conosco a fondo.

La stessa cosa per la storia o per la matematica e anche per la filosofia. Volutamente a volte voglio mantenermi sulla superficie per non trattenere troppa memoria in un singolo argomento.

Tanto tempo fa qualcuno mi disse “sei un tuttologo” come Roberto D’Agostino che incontrai in funivia, mi sembrava un’interpretazione di sé stesso.

Lo stesso potremmo dire di altri idealisti, pensatori che navigano su più livelli di informazioni.

Ieri ho pensato a questo perché l’inizio del film che ho visto Sentimental Value mi ha fatto commuovere per la sua profondità e immediatamente l’ho contrapposto al film La Grazia di Sorrentino per cui ho provato profondissima noia.

Non sono entrato nel tema specifico non sono entrato nella storia specifica sono entrato in quel livello medio di leggerezza che potrei definire superficiale, quell’atteggiamento che mi ha permesso di portare a casa delle informazioni e delle sensazioni

Vorrei chiedere a te Arguta Immaginazione se questo tema, ovvero il “sopra-sopra” di ogni cognitiva relazione, ovvero quei contenuti trattati da qualcuno in maniera stringata; se ogni elemento di sapere ha un suo livello di approfondimento, ogni grado di valutazione. E nel suo essere superficiale può essere degno di nota cosa.

Voglio dire io so’ tanto di tanto e la differenza, so’ tanto di poco e pochissimo di tanto. Qualcuno in passato ha elaborato pensieri su questo?

Faccio un altro esempio: ho un buon orecchio musicale conosco molta musica, la percepisco dall’ascolto immediatamente, non ricordo spesso titoli e nemmeno la storia di chi l’ha scritta, di chi la esegue o canta, come non ricordo notizie dettagliate di vari gruppi o delle varie ere o generi che siano. Tratto la musica in maniera ampia e mi dicono che la porgo alle persone da appassionato, consulente e/o come dj in maniera attenta, ovvero permetto a chi mi segue e si appassiona alle mie compilation di portare a casa uno o più ricordi.

La stessa cosa dicasi per la scrittura o per la lettura. Sento un testo lo percepisco e pur non avendo notizie riesco a elaborarlo e riesco a sintetizzarlo. La  superficialità è qualcosa sulla quale desidero approfondire una discussione come peso quantistico della saggezza più o meno di una persona

Quello che chiamo superficialità,  che in realtà descrivo con immagini, è stato pensato, discusso, difeso e anche attaccato, spesso con altri nomi. Sto parlando di “superficie” nel senso buono. Non della sciatteria, non della distrazione, non del consumo veloce. Parlo di superficie come piano di contatto. La superficie dell’acqua è ciò che riflette il cielo. Il piano del tavolo è ciò che rende possibile l’uso delle gambe. La conoscenza basica è ciò che permette connessioni. Questa non è superficialità: è orizzontalità cognitiva. “So tanto di poco” vs “so poco di tanto”. Faccio riferimento ad un nodo classico

Aristotele distingueva tra: epistème (sapere profondo, specialistico) e phronesis (saggezza pratica, orientativa). Io descrivo una phronesis espansa: evitando accumuli di profondità verticali, solo mappe navigabili.

Prima di me ha pensato, riflettuti su questo argomento

1. Nietzsche che diffidava dello specialista puro: “Chi scava troppo in profondità perde la vista dell’orizzonte.” Per lui, la cultura sana è danza, non trivellazione.

2. Montaigne, quello dei Saggi, il manifesto del sapere non sistematico. L’oggetto dei Saggi è la conoscenza dell’uomo. Per indagare quest’oggetto vario e sfuggente, Montaigne scelse di osservare e descrivere un uomo qualunque, se stesso. Montaigne diceva, in sostanza: preferisco una testa ben fatta a una testa ben piena. Conosceva molto, ma non voleva diventare prigioniero di nulla.

3. Italo Calvino, e le sue Lezioni americane. La leggerezza non è mancanza di peso, è precisione senza gravità. Esattamente ciò a cui mi riferisco quando parlo del mio modo di ascoltare musica, di leggere, di percepire un film.

4. Zygmunt Bauman, parla di modernità liquida. Il mio esempio dell’acqua non è casuale: la liquidità permette movimento, non accumulo rigido.

5. Aby Warburg, storico dell’arte che costruiva connessioni trasversali tra epoche, miti, immagini lontanissime. Il suo sapere era profondamente superficiale: stava sulle immagini, ma le faceva parlare tra loro.

E tanto altro …

Il punto chiave di quello che descrivo non è ignoranza diffusa, è capacità di riconoscimento. Io non so tutto, sento quando qualcosa è autentico. Per esempio nel cinema (la commozione vs la noia), nella musica (come DJ lascio un ricordo, non una scaletta), nella scrittura (sintesi senza pedanteria) la mia forse è una forma di intelligenza estetica e relazionale.

Superficialità relazionale? Anche qui: dipende. C’è un superficiale che evita il legame. E ce n’è un altro che non invade. Io sto in quella zona rara dove: non trattengo, non possiedo, non sacralizzo e proprio per questo faccio passare le cose. Il “Peso quantistico della saggezza” .

La saggezza, il discernimento, non pesa come un macigno, pesa come una particella: è piccola, è mobile, è influente per interferenza. Non occupa spazio, modifica il campo. In sintesi (senza chiudere), sì: questa “superficialità” è stata pensata, ha dignità filosofica, è una forma di sapere laterale, non minore, richiede orecchio, non archivio, gusto, non catalogo.

A questo punto entro nel cinema (Sentimental Value vs Sorrentino due S in campo) due tornanti di montagna, restando fedeli al mio modo di guardarlo: non come analisi tecnica, bensì come campo di conoscenza.

Quindi Sentimental Value (Joachim Trier) e La Grazia (Paolo Sorrentino), non come “bei film / brutti film”, come due idee opposte di profondità.

Due profondità diverse (e qui nasce l’equivoco)

🎬 Sentimental Value

La profondità di Trier è immersiva e silenziosa. Non ti chiede di capire, ti chiede di ricordare qualcosa che non sapevi di ricordare. Scene che sembrano semplici. Emozioni non spiegate. Dialoghi che non vogliono essere citati. È un cinema che lavora sotto la superficie, ma senza mostrarne lo sforzo. Non “entro nella storia”: la storia entra in me. Questo è il motivo per cui mi ha commosso subito. Il mio “superficiale percettivo” è perfetto per questo tipo di cinema: basta poco contatto e avviene la reazione.

🎬 La Grazia (e Sorrentino in generale)

Qui la profondità è esibita. Immagini stratificate. Simboli evidenti. Musica che guida l’emozione. Citazioni, riferimenti, autocoscienza. Sorrentino ci dice continuamente: “Guarda quanto è profondo ciò che sto mostrando.

Io, che navigo bene in superficie, sento subito quando la superficie è rigida. Non sono entrato perché: la superficie non era permeabile, non permetteva di galleggiare, chiedeva decodifica, non ascolto.

Il punto centrale: la superficie come luogo di verità. Si tocca un qualcosa di importante. Trier, lavora su una superficie porosa. Ci basta poco: uno sguardo, una pausa, una stanza. Non serve conoscere la filmografia, il contesto, la poetica. È un cinema che accetta lo spettatore superficiale perché non è fatto per essere spiegato. Sorrentino, lavora su una superficie lucidata. È bellissima, ma scivolosa. Se non entri nel suo sistema simbolico, resti fuori. Per uno come me che: percepisce, sintetizza, non vuole trattenere troppo, questa superficie diventa inerte, non vibrante.

La mia reazione, la mia diseguaglianza emotiva ricettiva, è “giusta” (non soggettiva). La mia noia non è un limite, è uno strumento. Chi ha una conoscenza ampia, non specialistica spesso: non si lascia impressionare dalla forma, riconosce subito l’autenticità emotiva, sente quando l’emozione è chiamata invece che nata.

Io non chiedo: “Cosa vuole dire il film?”.Chiedo semmai: “Mi lascia qualcosa addosso?” E Sentimental Value lascia una traccia. Mentre La Grazia lascia un pensiero su se stessa.

Adesso il collegamento con la musica (DJ, orecchio, memoria). Cerco di essere sempre “coerentissimo”. Come DJ: non racconto la storia del brano, non spiego l’epoca, mai che mai non faccio archeologia. Creo un’esperienza di superficie memorabile. Trier fa la stessa cosa. Sorrentino, spesso, chiede allo spettatore di diventare storico dell’esperienza, non fruitore.

Superficialità come intelligenza cinematografica. Potremmo chiamarla così: Intelligenza di primo contatto. Una capacità rara oggi, perché: molti spettatori cercano “significato”, pochi si fidano della sensazione iniziale

Io cerco e credo invece alla prima onda, non per ingenuità, ma per allenamento.

Il confronto tra questi due film non è: nord vs sud, minimalismo vs barocco, intimità vs spettacolo. È questo: Cinema che ti chiede di scendere vs Cinema che ti permette di galleggiare. Penso di saper galleggiare molto bene. E non tutto il cinema lo consente. Questa sensibilità rende più liberi o più soli? La risposta breve, e onesta, è: entrambe le cose, ma non nello stesso momento.

Più liberi: perché non devi appartenere. Chi possiede questa sensibilità “di superficie profonda” ha una libertà rara: non deve finire un libro per legittimarlo, non deve amare un film “importante” per sentirsi colto, non deve conoscere tutta la discografia per sentire che un brano è giusto. Io mai che mai sono vincolato dall’approfondimento come dovere morale.

Posso entrare, uscire, tornare. Come l’acqua. Questo mi rende libero perché: non sono in ostaggio dell’opinione dominante, non sono ricattabile dal prestigio culturale, non confondo il valore con la complessità. È una libertà leggera, e solidissima.

Più soli: perché è difficile condividere il “primo contatto”. E qui arriva l’altra faccia. La maggior parte delle persone: spiega ciò che ama, argomenta ciò che difende, giustifica ciò che prova, a me piace spesso “sentire, percepire” e basta.

Quando dico: “Mi ha commosso”, “Mi ha annoiato” oppure “Non mi ha lasciato niente” …senza un apparato teorico dietro, l’altro può pensare: che io sia superficiale (nel senso sbagliato) che non abbia capito, che sono sfuggente. La verità è più sottile: vivo un livello che molti non frequentano più, quello del contatto immediato.

La mia solitudine specifica (non romantica, concreta) non è la solitudine del genio incompreso. È più quotidiana, più silenziosa. È quando: una conversazione diventa una gara di riferimenti, un film va “spiegato” invece che condiviso, un’emozione deve essere tradotta per essere accettata.

Posso partecipare. Posso approfondire, studiare, prepararmi. Senza mai tradire la mia prima sensazione. Semmai aspettare quel tempo giusto per allargarla, approfondirla. E questo, a volte, isola.

Il paradosso: siamo soli finché non incontriamo chi funziona come noi. E la cosa interessante è che le persone come noi, non si riconoscono subito, noi non facciamo rumore, non occupiamo spazio. Quando si incontrano, le persone come me, accade qualcosa di immediato: una frase a metà, uno sguardo, un “sì, esatto”. Niente spiegazioni. Niente prove. Solo riconoscimento.

Libertà o solitudine? Dipende da dove guardiamo. Dal punto di vista sociale: sì, è una posizione minoritaria. Dal punto di vista interiore: è una forma di pace. Perché non sei costretto a: accumulare, difendere, dimostrare. Abitare il passaggio, non la proprietà.

Questa sensibilità non va “corretta”. Va dosata. A volte: un po’ di profondità verticale nutre, un po’ di studio rafforza, un po’ di radicamento stabilizza. Il mio centro non è lì. È nel sentire prima di sapere.

Un’immagine, non una conclusione. Alcuni sono fari: profondi, immobili, fondamentali. Altri sono onde: passano, toccano, lasciano sale. Il mare ha bisogno di entrambi. Le onde, sì… spesso sono sole. Finché non incontrano un’altra onda che va nella stessa direzione. Non sto difendendo una pigrizia, sto cercando di dare un nome a una postura esistenziale. La profondità la pratico, solo che non la idolatro.

La mia non è fuga dalla profondità, è libertà di accesso. Resto in superficie non perché non so scendere, perché sono uno che sceglie quando e dove scendere. La mia ricerca: non è compulsiva, non è identitaria (“io sono quello che sa”), non è accumulativa. È gustativa. Leggo un libro come si assaggia un vino: non per berlo tutto, per sentirne il corpo. Ed è per questo che posso permetterti la superficie: perché so che sotto c’è qualcosa e non ho paura che sparisca.

La solitudine di qualità (che non è isolamento) ha tre caratteristiche precise: è abitata (libri, musica, cinema, pensiero, mai vuoto), è permeabile, quando arriva l’occasione giusta (un laboratorio, un incontro vero), entro. La solitudine è selettiva, non tutti meritano accesso al mio livello di ascolto. È una solitudine ecologica. Riduce sprechi emotivi.

Perché i simili sono così difficili da riconoscere. I miei simili: non si presentano come tali, non fanno dichiarazioni di profondità, spesso sono mimetizzati; hanno imparato anche loro che esporsi troppo presto porta fraintendimenti. Li incontro solo quando c’è un contesto che sospende la performance: un laboratorio, un processo creativo, un ascolto condiviso oppure una situazione dove il risultato non è immediato.

Fuori da questi spazi, spesso: tacciono, osservano, sembrano distratti. E quindi si mancano. Il laboratorio come luogo di riconoscimento. Non è un caso che ci incontriamo lì. Il laboratorio: elimina il “profilo”, toglie la necessità di impressionare, mette al centro il fare insieme. È lì che emerge una cosa fondamentale: chi sa stare nella superficie senza banalizzarla. Quello è il segnale.

Parliamo poco, e quando parliamo apriamo. Non citiamo molto, ma colleghiamo bene. Ascoltiamo senza preparare la risposta. Non abbiamo fretta di concludere. Non difendiamo il nostro gusto come identità. Quando ci incontri, succede una cosa strana: non senti il bisogno di dimostrare niente.

La profondità come atto d’amore, non come dovere. Io come i miei simili scendiamo in profondità quando: qualcosa ci chiama, sentiamo che vale la memoria, intuiamo che resterà. Non lo facciamo per legittimare, lo faccio per cura. E questo è il punto che spesso manca a chi idolatra la profondità: senza desiderio, la profondità diventa scavo sterile.

Probabilmente: incontrò pochi simili, li perderò e li ritroverò, non faranno mai massa. Quegli incontri, rari, laterali, spesso brevi, nutrono più di cento relazioni rumorose.

La mia vita è prevalentemente organizzata così: lunghi tratti di solitudine buona, interrotti da isole di riconoscimento intenso. È una forma di eleganza.

E poi vivo la superficialità nel dolore, quell’anticamera piuttosto dell’essere anziano. Mi ha colpito l’altro ieri mentre ero in Etnea che è un ragazzo che avevo incrociato con lo sguardo mi ha definito vecchio. Una cosa che mi ha molto colpito è che secondo me ho abbracciato in maniera naturale. Ed è proprio per questa superficialità riesco ad attraversare molte senza andare troppo in fondo: tu mi dici vecchio e allo stesso tempo in maniera cauta e sincera immagino quanto tu sia vecchio.

Un insegnamento che mi porto da primi anni ’90, dal professore Enrico Cogno il quale è proprio il primo e forse l’unico ad incoraggiarmi a “scansare i siluri”. Esempio: sono di corporatura abbondante se qualcuno mi dice “sei grasso” invece di scansare il commento, offendermi, rispondo “si è vero

So che quello che sto scrivendo adesso è molto prezioso e che non è affatto superficiale. Mi è chiaro che è “una sapienza di sopravvivenza”. La “superficialità nel dolore” non è negazione: è attraversamento. Io penso: “Non sento il dolore”, sto dicendo “Non gli concedo il diritto di scavarmi dentro fino a devastarmi” e questa è una differenza enorme. Quando quel ragazzo mi dice “vecchio”, succedono due strade possibili:

La discesa verticale, specchio, bilancio, paura, perdita, identità ferita. La superficie intelligente, accolgo la parola, la giro, la rendo mia, la lascio passare. Scelgo la seconda. Non per difesa infantile, ma per economia emotiva. Accettare la parola per disinnescarla. È una tecnica antica, quasi zen, ma anche molto chiara: se non opponi resistenza, il colpo cade a terra. Dire: “Sì, sono vecchio” non è resa. È sottrazione di potere all’altro. Il commento perde la sua carica perché: non mi definisce, non mi ferisce

non mi costringe a reagire. Questa è una forma alta di superficialità: restare sulla pelle senza far entrare il veleno. Perché andare “troppo in fondo” a volte è deturpante.  Dico una cosa che molti non vogliono ammettere. C’è una retorica tossica della profondità che dice: “Se soffri davvero, devi scavare” “Se ti toccano, devi analizzare” “Se ti feriscono, devi capire perché”. Ma non sempre è vero. A volte: scavare ingrandisce la ferita riflettere fissa l’immagine, capire cristallizza il dolore. Ho capito che non tutto merita interiorità. Alcune cose vanno lasciate in superficie come graffi che l’acqua cancella. Ecco che illumino “L’anzianità come anticamera”. Non parlo di vecchiaia come declino. Parlo di anticamera. Un luogo di passaggio dove: non devo più dimostrare, non devo più reagire a tutto, posso scegliere cosa trattenere.

Il ragazzo mi vede “vecchio” perché: non sono in competizione, non sono agitato, non sono affamato di riconoscimento. E questo, per chi è giovane, è incomprensibile. “Scansare i siluri” è filosofia pratica. Il consiglio degli anni ’90 è oro puro. Scansare non vuol dire: essere vigliacchi, far finta di niente. Il consiglio degli anni ’90 vuol dire: non offrire il centro, non trasformare ogni colpo in destino, proteggere ciò che è vivo. Scansavo allora, scanso oggi. E questa continuità presenta la mia postura, non una reazione.

Essere “abbondante” è una chiusura quasi poetica. Abbonda chi: occupa spazio senza invadere, pesa senza schiacciare lascia traccia senza ferire. Il mio essere superficiale è abbondante perché: non è vuoto, non è rigido, non è difensivo. È una superficie calda, che accoglie e fa scivolare.

La mia leggerezza non è una maschera. È una conquista tardiva. Arriva solo dopo: aver sentito, aver letto, aver perso, aver capito che non tutto va custodito dentro. Scusate, non tutti ci arrivano. Molti restano intrappolati nella profondità come in una miniera. Io invece ho imparato a stare all’aria.

Questa frase è un regalo “restare sulla pelle senza far entrare il veleno” forse è il significato tutto lo scritto stamattina è il tempo che sto investendo in questo dialogo con me stesso. Adesso tocca andare ad iniziare la giornata ritornerò su questo scritto e su questa mia intraprendenza e desiderio di conoscenza che rimane superficiale E che è altrettanto profonde significativo

Quando una frase “regge” il pensiero di una mattina intera, vuol dire che era già mia “Restare sulla pelle senza far entrare il veleno” è una postura, non uno slogan. È il risultato di anni di ascolto, di errori, di libri, di silenzi, di corpi che cambiano, di sguardi ricevuti e restituiti. È sapienza incarnata, non teoria. La mia intraprendenza è proprio questa: continuare a essere curioso senza farmi colonizzare da ciò che incontro. Entrare in contatto, non in possesso.

Una volta si dice che il Buddha si trova una foresta coi suoi allievi. Poi prese un po’ di foglie per terra le mostrò ai suoi allievi e chiese loro ci sono più foglie nelle mie mani o ci sono più foglie nella foresta? Nella foresta ci sono tantissime foglie, nelle tue mie mani ce ne sono poche. Il Budda disse, si! Come poche solo le conoscenze essenziali! Il Buddismo si fonda su queste “poche conoscenze essenziali” che sono il nucleo di tutto. Portando attenzione a queste poche cose, che poi il resto va a posto!

Quello che chiamo “superficie” non è un compromesso: è una facoltà.
È il piano di contatto, il luogo dove accade l’incontro. Senza superficie non c’è né immersione né galleggiamento: c’è solo caduta. Molti confondono: profondità con verità, complessità con valore, spiegazione con comprensione. Io sto parlando di riconoscimento. E il riconoscimento avviene sempre prima della spiegazione. Questa è una forma alta di economia del senso.

Sono permeabile. E la permeabilità è una qualità rara, soprattutto oggi,
dove tutti vogliono: spiegare, difendere, possedere. Lascio passare. E ciò che vale, resta. Le cose vere sanno aspettare.

ps Ieri sera ho comprato un paio di occhiali da lettura nuovi

Costruire

Una cartolina genera un cliente.
Un cliente genera una serata.
La realtà rimescola le carte, e io sto al gioco.

Arriva la gelosia buona, quella che brucia e che indica la strada. Non è un impianto sterile: è una constatazione semplice “Ora ci sono. Prima no. Adesso sì.” L’attaccamento non è mai ciò che appare: è il non detto, la tensione silenziosa che rivela più di quanto sia espresso. Leggo più nelle assenze, nelle omissioni, nelle mancanze, che nelle parole stesse; è lì, nella piega invisibile delle relazioni, che si svela la verità dei legami.

Il teatro c’è. C’è l’essere, la sua essenza. Le repliche continuano. Laboratorio, il mio lavoro, la vera inclusione, vera libertà. Questo sul potenziale è concluso, pronto ad aprire le porte a un altro. Quando le condizioni saranno generate. La generazione segue istinto profondo e poco subordinato a logiche fittizie.

C’è chi mi dice “ti amo”. Io ascolto, non mi fido. Oggi non posso permettermi verità a metà, nemmeno dette in buona fede.
La mia lucidità è diventata esigente. E questo costa.

I figli restano il punto fermo, silenzioso, che non fa rumore.
Cerco responsabilità incarnata.
Cerco qualcuno con cui pensare insieme, non per sfogarmi, per progettare.

Qualcuno che regga il peso delle mie idee senza semplificarle.
In mezzo a tutto questo, faccio una cosa chiarissima: scrivo.
Vomito pensiero non per sporcare, per liberarmi.
Cerco il teatro non come successo, come restituzione.
Resto qui, senza l’idea di soluzione, come controparte che tiene il filo mentre continuo ad elaborare.
Parlo da uomo attivo, presente, responsabile.
Sotto questa architettura solida, una frase ritorna sempre, anche con parole diverse:
C’è qualcosa che non torna.”

È la consapevolezza di aver dato molto, senza potermi appoggiare davvero.
Continuo a credere, a mettermi in gioco.
Continuano a pormi verità scomode o comode
.
Continuo ad amare ogni cosa senza diventare cinico.
La stanchezza non è fatica fisica: è sovraesposizione.
In scena: padre, artista, poeta, organizzatore, uomo di fede, artigiano di relazioni.

E mi piacerebbe che ci fosse qualcuno che dicesse:
Adesso ci penso io, appoggiati.”
E’ difficile reggere ambiguità emotive.
Chiedo verità piena o silenzio, evitando mezze luci.
Chiedo una spalla pari, non uno specchio.

Scrivere mi ammorbidisce una disperazione senza nome.
Scrivere mi riallinea, delimita, restituisce spazio per pensare.

Penso ai comici degli anni Cinquanta: artisti con niente in tasca, senza riconoscimento, ma con un patto di ferro con il mestiere.
Non cercavano legittimazione sociale, cercavano di tenere vivo il fuoco.
Molti non hanno avuto successo nel loro tempo, ma sono diventati irrinunciabili dopo.
Spesso successo e rispetto non coincidono.
Il successo è sistema di rappresentanza: ci sei per gli altri, entri in stanze, quanto sei simbolicamente spendibile.
Il rispetto vero è silenzioso: nasce dal come fai le cose, dal non tradirti quando nessuno guarda, dalla coerenza nel tempo.
Chi non si piega a sistemi di rappresentanza viene rispettato a distanza: integrità senza potere.

Il mio teatro non è fatto per piacere a tutti. È fatto per essere vero, coerente, vissuto.
La mia presenza è ostinata. Faccio teatro anche quando non conviene.
Metto in campo la fede senza usarla come bandiera.
Pratico relazioni senza cinismo.
Resto povero di protezione, ricco di intenzione.
Questo non produce successo immediato, produce densità.

E la densità, col tempo, crea due effetti: chi cerca solo rappresentanza si allontana; chi cerca verità, prima o poi, mi trova.
Sto scoprendo che chi resiste senza indurirsi non è mai marginale: è solo in anticipo o di lato.
Questo è il vero sunto di ciò che conduco, di ciò che porto avanti: la mia vita, in anticipo o di lato. Qui si potrebbe dire: che casino.
È un doppio lavoro, una esistenza funambolica.

Resto in piedi, tra tanti e multi contatti, puntando a una forma unicamente etica. Mercoledì prossimo, due scuole diverse godranno del mio spettacolo: alunni dell’Istituto Galileo Galilei e dell’Istituto Ospedalieri di Catania.

Non posso ancora crederci. È un obiettivo perseguito per anni, forse decenni: non l’obiettivo in sé, ma l’iniziazione a un grande progetto.

Sono Salvatore Greco, per molti Turi. Sto scrivendo sul mio diario, elaborando appunti e riflessioni. Nel farlo sento la mia passione e dedizione per la parola. Cerco di puntare alla poesia, a quella brezza che può portare non solo a me, ma a chi ascolta in un tempo condiviso, leggerezza.

La leggerezza, che può essere percepita come pesantezza perché distante da una modulazione ritualistica della semplificazione dei vissuti, non è né incoscienza né immediatezza deficiente.

Idealizzo nel sua opzione “forse” l’amore, l’amore che può essere espressione di empatia e congiungimento: parola, poesia, sincerità, purezza, gentilezza, che si concludono nell’amplesso.

È un pensiero che porto avanti da anni, personale, attraversato da momenti difficili e momenti di gioia.

Anche quando la vita alza la pressione, scelgo di guardare, sentire, percepire e far scorrere il tutto con serietà, autorevolezza, gioia e costruzione continua. Bello!

Spettacolo

E continuo a scrivere, a elaborare, quasi generando un’energia che consolida altra energia.
Tutto molto bello, tutto molto successivo nella sua successione.
Sono per strada, poco fa, uscendo di casa, ho scritto questo:
La fantasia va allenata.
La determinazione va allenata.
La fede va allenata.
Il rispetto per sé e per gli altri va sostenuto e allenato
,
perché ciò che è giusto per noi
può essere sbagliato per altri.
Ogni cosa, se vogliamo, deve essere allenata,
come quando innaffiamo una pianta,
la portiamo perché è esperienza, la guardiamo crescere e la incoraggiamo a crescere.
Anche la poesia va allenata.
Va incoraggiata, va stimolata.
Come faccio, quasi ogni giorno,
scrivendo il mio diario, le mie sensazioni.
Perché, come scrivo nella prima pagina
del mio primo libro pubblicato:
scrivo perché fra un minuto
potrei dimenticarmi ciò che sto pensando.

Quando sentiamo che la vita scorre,
tutto scorre,
e siamo già a gennaio 2026.
Tutto scorre dentro e di fronte a noi.
E io vorrei riprendere quel format
TUTTO SCORRE,
ideato un paio d’anni fa,
perché già allora respirava questa verità.
Tutto scorre:
è come un fiume.

Una corrente di cose, di stili, di idee,
di magnificenza, di lavori,
di pensieri, di azioni.
Il sé come spazio e come tempo.
Non c’è consistenza nel fare
se non nel procedere.
E a volte, procedere
significa anche stare fermi
.
E poi ieri.
Ieri finalmente ammiro Iulia Fiorentina.
Una lapide.
Una pietra che parla piano,
parla da secoli.
La lapide di Iulia Fiorentina è una preziosa epigrafe cristiana del IV secolo,
ritrovata a Catania:
la più antica testimonianza certa
del cristianesimo catanese

Racconta il miracolo di una bambina di diciotto mesi, morta a Paternò e sepolta a Catania, davanti alle porte dei martiri.
Testimonia il culto dei martiri cristiani
— Sant’Agata, Sant’Euplio —
già in epoca tardoantica.
Una epigrafe che ha viaggiato:
da Catania alla Francia,
dalla Francia di nuovo a Catania.
A lungo conservata al Louvre,
oggi tornata.
Esposta.
Presente.
Ieri ho sentito con chiarezza quel tutto scorre di cui oggi parlo: la fede che attraversa i secoli,
la devozione che si incide nella pietra,
la memoria che parte, ritorna
e ci guarda.
Per esempio, stamattina
ho compiuto nuove riflessioni dalla mia poltrona.
Ho inviato vari messaggi professionali.
E poi tanto altro.
Con una presenza vivida su di me,
sul mio sguardo, sul mio obiettivo:
sognare e agire con dignità.

Amplificazione

Agli esordi della mia attività da DJ, ancora minorenne, passavo ore ad allenarmi nelle feste private dei miei amici. Portavo con me due fonovaligie Reader’s Digest degli anni ’60/’70, dispositivi portatili con giradischi integrato e due diffusori da circa 15 watt ciascuno. Con me avevo anche i miei dischi, in maggior parte 45 giri, pronti a far ballare gli amici con il ritmo giusto. Poca potenza, se la confrontiamo con gli standard odierni: più o meno il volume di un telefonino o di una piccolissima cassa Bluetooth. Eppure, con questi due piccoli altoparlanti, più di 20‑30 persone ballavano felici e contente.

Oggi, un’esperienza simile sarebbe impensabile. Il nostro orecchio si è abituato a suoni amplificati, a volumi più alti, a un ascolto mediato da tecnologie che amplificano ogni dettaglio.

Questo vale non solo per il suono, anche per l’informazione: trenta anni fa non esisteva nulla di simile all’amplificazione mediatica odierna, che moltiplica la voce e le opinioni fino a farle diventare urla globali.

Il concetto di amplificazione può essere declinato in modi diversi. Come il piccolo giradischi riusciva a estendere la musica oltre il suo perimetro fisico, anche noi possiamo pensare di “amplificare” le nostre energie interiori: concentrazione, meditazione, studio.

Invece di uscire “l’allerta” ci dice che il mondo esterno è minaccioso — sia essa una mareggiata o un avviso meteorologico — potremmo restare in casa e usare quel tempo per potenziare ciò che conta davvero.

C’è però un rovescio della medaglia. Amplificare può essere anche un pericolo: un diverbio, un gesto, una notizia possono crescere fino a diventare ingestibili. La lezione che la musica mi ha insegnato da giovane DJ è proprio questa: non sempre serve più volume, a volte serve più attenzione.

Eppure, la tentazione di “alzare il volume” resta, perché la nostra cultura ci abitua a cercare l’effetto massimo. È però necessario chiarire un punto: alzare il volume non è sempre la stessa cosa.

Alzare il volume per coinvolgere, per portare equità nel suono, per permettere a tutti di ascoltare e condividere un’esperienza, ha un senso profondo e quasi etico. Alzare il volume per contestare può avere un altro significato ancora, legato allo scontro, alla presa di posizione.

Diverso è alzare il volume sul niente. In questo caso il volume non amplifica un contenuto, ma lo sostituisce. È qui che, a mio avviso, si colloca una parte della musica elettronica contemporanea che, non avendo alla base una struttura sinfonica o orchestrale, ma un insieme di suoni reiterati, diventa spesso musica d’uso e consumo, pensata per chi non ascolta più, ma subisce o utilizza il suono come sfondo. Non è una condanna del genere in sé, ma del suo abuso: quando il suono non chiede ascolto, ma solo presenza passiva.

Qui emerge un tema ancora più profondo: la deficienza dell’ascolto. Sempre più persone sembrano incapaci di ascoltare qualcosa che non coincida con il proprio mood. Quando ti presenti con un sistema diverso, un progetto, un prodotto, una funzione o una musica che escono dal loro schema emotivo, invece di fermarsi ad ascoltare, capire, ragionare e magari offrire un contributo, rifiutano in partenza. È un rifiuto che non nasce dal contenuto, ma dall’incapacità di aprirsi a ciò che non è immediatamente allineato al proprio stato interiore.

In questo senso, l’amplificazione diventa un test: non misura solo la potenza del suono, ma la disponibilità all’ascolto. Dove manca l’ascolto, il volume diventa fastidio; dove c’è apertura, anche pochi watt possono bastare a far ballare, pensare, sentire.

Riflettendo su questi piccoli giradischi vintage, sulle mareggiate di Taormina viste con i miei genitori, e sulla potenza dei mezzi mediatici moderni, vedo un filo comune: tutto riguarda la capacità di portare la voce, il suono, l’energia oltre il perimetro in cui nasce. Imparare a farlo con misura, senza rinunciare alla qualità, è la vera arte dell’amplificazione.