Come l’acqua: corpo, acqua, tempo, gratitudine, consapevolezza… Stamattina mi arriva un messaggio lungo sull’acqua. Me lo manda Sabrina, la mamma di Paola. Non è un caso.
Non è un caso. Il laboratorio teatrale nel suo primo giorno e poi anche nel secondo è stato aperto dall’acqua con l’acqua. Improvvisazione del bere.
L’acqua ritorna dopo una sessione in cui ho parlato dei rivoli: piccoli corsi d’acqua che si intrecciano, si cercano, si separano, si ricongiungono. Arriva come un’eco precisa di un cammino che non è teorico soltanto, ma pratico, vissuto, necessario. L’acqua, ovunque appare, tende alla forma sferica. Avvolge, include, unisce. Scorre seguendo la gravità, ma aspira sempre a ritrovare la propria interezza.
Io mi riconosco in questo movimento. Meglio avere fede come l’acqua che come il fuoco. Il fuoco brucia, consuma, pretende. L’acqua aspetta, trova spazi, scava, aggira, persiste.
La vita è anche questo: attesa. Quel “attendere, prego” del centralino dell’esistenza. Non è immobilità, è lavoro silenzioso.
A 66 anni posso dirlo senza vergogna: sono un clown. Un trasportatore di energia ludica. Un intrattenitore, sì, ma anche — e soprattutto — un artigiano delle relazioni.
Ho intuito per le persone. So riconoscere quando qualcuno ha un potenziale che ancora non sa di avere. So portarlo a galla, soprattutto sotto l’aspetto poetico.
Nel laboratorio non si entra per “recitare”.
Si frequenta il laboratorio teatrale per scorrere. Per trovare il proprio corso prima di interpretare quello degli altri. Il lavoro è di gruppo, perché nessun rivolo esiste da solo. E quando ciascuno trova la propria forma, allora sì, può diventare altro. Può essere personaggio, voce, maschera.
Questo processo
genera meditazione, risorse, drammaturgia.
Diventa specchio per chi agisce e per chi guarda.
L’acqua — mi ricorda il messaggio — non è solo massa. È attraversata da innumerevoli membrane sensibili. Percepisce. Registra. Risponde anche ai cambiamenti più sottili.
L’acqua
ascolta.
Quando è in movimento, l’acqua è un organo di senso della natura.
Quando ristagna, si chiude. E io lo so: quando smetto di muovermi interiormente, quando smetto di ascoltare, qualcosa in me perde la sintonia.
La vita non è
una linea retta. È una circolazione fatta di stati d’animo, azioni, obiettivi,
frustrazioni, studio, preghiera. È non avere i soldi per la spesa. È averne
troppi e non sapere cosa farsene. È cadere. È ricadere.
È rialzarsi in un’altra forma.
Tre anni fa una
casa grande. Poi una casa condivisa con studenti.
Oggi di nuovo una casa grande, ma condivisa con altri lavoratori.
Il corso
cambia. L’acqua resta.
Mi arrivano a volte parole vecchie, lamentele portate dal vento, echi non aggiornati. Io preferisco guardare il movimento reale delle cose. Preferisco osservare i rivoli.
Il messaggio
sull’acqua parla di circolazioni, evaporazioni, ritorni.
Di nutrimento. Di irrigazione. Parla di una scelta: seguire un rivolo di
saggezza. Seguire un’intuizione.
L’intuizione non si spiega. Nasce. Si alimenta con l’esperienza. Cresce da tutto ciò e con tutto ciò. Non chiede consenso. Non spiega. Non si giustifica. Come nell’arte, come nell’acqua, ci si specchia.
Questo scritto
è un trabocco gioioso di una maturazione artistica. Una restituzione. Un
dialogo visibile o invisibile. Un punto in cui partenza e arrivo coincidono. Una
restituzione viva, un atto di maturazione, un gesto necessario, un atto di
chiarezza, una verità. Punto e basta
Il testo nasce
da un messaggio sull’acqua che arriva al momento giusto e diventa specchio di
un percorso artistico e umano. L’acqua è vista come principio di forma,
movimento e ascolto: tende all’unità, scorre seguendo la gravità ma aspira
sempre a ritrovare la propria interezza. È elemento di circolazione,
nutrimento, percezione.
Questa immagine
diventa metafora della vita e del lavoro artistico: non lineare, ma fatto di
rivoli, attese, deviazioni, ritorni. Meglio la fede dell’acqua che la forza del
fuoco: l’acqua persiste, scava, trova spazio.
Nel laboratorio teatrale condotto da Turi Greco questo si traduce in un lavoro sul gruppo e sull’identità: prima trovare il proprio corso, la propria forma, poi poter essere altro. Il teatro diventa luogo di ascolto, meditazione, drammaturgia viva, specchio per chi agisce e per chi guarda.
A 66 anni,
l’autore si riconosce come clown e maestro delle relazioni, portatore di
energia ludica e poetica, capace di far emergere il potenziale degli altri. La
vita, con le sue difficoltà economiche, i cambiamenti, le fratture e le
ricomposizioni, segue lo stesso principio dell’acqua: il corso cambia,
l’essenza resta.
Il testo è una restituzione consapevole: un trabocco gioioso, una restituzione viva, un atto di maturazione, un gesto necessario, un atto di chiarezza, una verità. Punto e basta.