Profeta è il titolo che mi viene in mente, che scelgo, ripensando a una battuta dello spettacolo U sapiti com’è andato in scena domenica 31 maggio al Teatro Metropolitan di Catania, prodotto dalla Nuova Compagnia Sipario.
Prima di entrare in teatro io e Turi Giordano abbiamo parcheggiato vicino piazza San Domenico, contemporaneamente a due signore arrivate da Bronte. Abbiamo parlato un po’ di queste coincidenze, di quelle strane geometrie quotidiane che sembrano piccole anticipazioni della serata.
Lo spettacolo appartiene a quella tradizione del teatro popolare siciliano che vive ancora di riconoscimento immediato, di memoria collettiva, di personaggi che il pubblico sente propri. Il testo, scritto nel 1910 da Francesca Sabato Agnetta per Angelo Musco, è un classico del repertorio siciliano: una commedia che intreccia comicità e dramma attorno alla figura di Cola, ragazzo fragile, marginale, e al suo rapporto con la madre Donna Gati, donna saggia e paralitica. Un’opera che dentro il sorriso custodisce riflessioni profonde sull’inclusione, sulla diversità, sulla famiglia.

Gli attori sono bravi. Molti di loro li scritturerei volentieri per uno spettacolo di sperimentazione contemporanea. Federica Amore ha “potente” carattere. Turi Amore è il capocomico: è il “profeta”. Martina Laudani “decisa” Lisidda, Mirella Petralia e Gabriella Rodia sono straordinarie e nella scena del malocchio, uno dei momenti centrali della commedia, trattano lo spettacolo dentro allo spettacolo. Una scena comica costruita su quel misto di devozione religiosa e scaramanzia che appartiene profondamente all’immaginario siciliano.
Lì il pubblico partecipa davvero. L’applauso continuo a scena aperta non è soltanto consenso: è sottofondo, è dialogo. Le azioni sembrano quasi anticipate dagli spettatori. Il pubblico conosce già il respiro della scena, ne aspetta i movimenti, le battute, i tempi.
Ed è qui che nasce una riflessione.
Il teatro di tradizione racconta storie scritte cento anni fa o più. Questo pubblico cerca anche quel conforto: la storia conosciuta, il riconoscimento. La messinscena invece è un’altra cosa. Il modo in cui si sceglie di raccontare cambia tutto.
Costantino Carrozza questa ricerca la faceva, ma aveva poco pubblico. Perché esistono pubblici diversi. Non c’è una legge unica del gusto. C’è chi gode davanti a un concerto rock, chi davanti a un monologo di Dario Fo, chi cerca il classico imbellettato, chi l’opera lirica, il musical, il recital poetico o il teatro contemporaneo di avanguardia.
Per questo penso che Turi Amore possa anche azzardare. L’azzardo è uscire dalla comfort zone, ed è ciò che auguro a questa compagnia, alla loro “disciplina” pur conoscendo le difficoltà che questo tipo di percorso comporta.

Ieri ho percepito anche un vantaggio importante: una struttura, delle relazioni, delle ramificazioni di contatti che possono sostenere nuove sfide. Ed è proprio per questo che mi auguro davvero che si possa regalare al pubblico fedelissimo del Teatro Metropolitan qualcosa che quello stesso pubblico ancora non si aspetta.
Curiosamente, proprio ieri immaginavo che questo Compagnia Teatrale potesse affrontare uno spettacolo come Rumori fuori scena. Stamattina, sfogliando il programma di sala, scopro che sarà il primo titolo della prossima stagione.
Mi faccio anche una domanda: una scena soltanto con la muta nera avrebbe funzionato? Una scena vuota e piena allo stesso tempo? Quanto si potrebbe togliere senza perdere il cuore popolare dello spettacolo. In sottofondo, spesso, Mahler. E intanto gli applausi.
Io e Turi Giordano usciamo dal teatro con la sensazione di avere nutrito, con il nostro sguardo, un’esperienza e un lavoro costruiti dalla passione. Una passione che ci appartiene.
