
Quando ieri al cinema ho visto la scena del nuovo film di Pedro Almodovar, il momento in cui Bárbara Lennie e Victoria Luengo sono sedute una accanto all’altra davanti a una musica, bene, quell’attimo avrei voluto fotografarlo, portarmelo a casa, cioè fare la fotografia mentre ero lì in sala, mentre stavo dentro tutto l’iter di questo film.
In quella scena loro stanno ascoltando La Llorona di Chavela Vargas, e c’era qualcosa nella sospensione di quel momento che mi è sembrato immediatamente irripetibile, come se l’immagine stesse accadendo per essere ricordata e non per essere posseduta.
Quando oggi ho ritrovato la stessa immagine sul web ho deciso di scrivere una pagina di diario dedicata a questa esperienza, che per me ha qualcosa di intraducibile e che mi ha portato a uscire dal cinema con una grande gioia.
È stato un film potente, lineare nel suo fluire, e allo stesso tempo attraversato da una dinamicità continua di sguardi, di corpi, di luci, di colori e di dettagli che sembravano chiedere solo di essere guardati senza interruzione, come se la regia stessa fosse una forma di ascolto.Sono andato al cinema senza sapere cosa avrei incontrato, perché la mia amica.
Antonella mi ci ha portato così, telefonandomi all’ultimo momento. E forse anche questo ha contribuito a rendere l’esperienza più aperta, più esposta, senza aspettative a proteggermi.
La sala, la scelta, i particolari: ce ne sono tantissimi, delle interpreti, delle ambientazioni, delle superfici, delle sensazioni. Tutto sembrava costruito per generare un continuo movimento interno, una specie di attenzione viva che non si esaurisce nello sguardo ma lo attraversa.Io stesso non so scandire esattamente ciò che la mia anima percepisce nel momento in cui gode di un’opera d’arte.
Non lo so. So solo che ho provato gioia, e che questa gioia aveva qualcosa di fisico, quasi luminoso, come se il film avesse aperto una possibilità di presenza più intensa nel reale.
E poi quella scena: le due attrici, la musica di Chavela Vargas, La Llorona, e tutto che sembra fermarsi senza mai davvero fermarsi. C’è una forma di bellezza che non si lascia afferrare, che non diventa racconto ma resta vibrazione.
Forse è proprio lì che il cinema trova il suo punto più alto: quando smette di essere storia e diventa esperienza condivisa del tempo. Forse non serve nemmeno chiudere davvero questo pensiero. Resta la sensazione di essere stato dentro qualcosa che continua anche dopo, come un’immagine che non smette di lavorare dentro, che non si chiude ma si riapre ogni volta che la si ricorda.
