Compagnia Fang-ta

Torno a casa profondamente felice. Ho assistito a uno spettacolo, Trilogia della colpa, interpretato magnificamente da tre giovanissimi e talentuosi attori, uno dei quali è anche autore del testo.
Ho voluto incoraggiare Francesca Vitale e Renato Lombardo, organizzatori di questa rassegna, a proseguire con determinazione: il pubblico ha bisogno di spettacoli come questo, realizzati da professionisti capaci di portare in scena qualità, autenticità e verità. Allo stesso tempo, è fondamentale sostenere questi ragazzi che, pur formati in accademia e pienamente competenti nel loro mestiere, una volta tornati nelle loro città, in questo caso Roma, si ritrovano spesso a svolgere altri lavori: chi come cameriere, chi come commessa, chi nell’animazione scolastica o nell’organizzazione.
Il mio auspicio è che possano esercitare con continuità la loro professione, quella che hanno dimostrato di saper padroneggiare così bene: essere artefici di spettacoli piacevoli, divertenti, armoniosi e profondamente vivi.
Perché questo accada, è necessario rivedere le logiche di programmazione teatrale troppo orientata alla mera commercializzazione, spesso priva di profondità. Logica che rischia di distrarre il pubblico più che nutrirlo, allontanandolo da esperienze artistiche autentiche come quella vissuta questa sera.
Gli interpreti sono Pietro Formentini, Simone Guaragni e Martina Spampinato. La regia è di Simone Guaragno, con l’aiuto regia di Chiara Bartolucci e Ilaria Pietrangeli. La compagnia è Fang-ta, un nome che racchiude per loro molteplici significati.
Lo spettacolo si compone di tre brevi storie autoconclusive, apparentemente slegate, unite dal tema della colpa. Nei tre atti si indaga sia la dimensione pubblica della colpa, intesa come attribuzione di responsabilità, violazione morale o legale, sia quella privata, più intima e psicologica, legata al senso di colpa.
L’intento è mettere in relazione tre momenti invisibili ma fondamentali dell’esistenza umana: il prima della vita, la vita nel suo incontro con la morte, e il dopo la morte. In queste dimensioni sospese vengono esplorate diverse sfumature del concetto di colpa: quella involontaria, il rimorso e il meccanismo dell’attribuzione del colpevole.
Altro tema centrale è la morte, non vista come fine, ma come elemento costitutivo e inseparabile della vita stessa, suo riflesso continuo. I tre quadri scenici diventano così contenitori aperti, capaci di accogliere molteplici interpretazioni e sviluppi, ciascuno con un proprio universo di regole e personaggi.
La forza e la bellezza di questo spettacolo portano a una riflessione chiara: il teatro autentico, fatto da professionisti che spesso faticano a trovare un adeguato riconoscimento economico e sociale, ha un valore immenso. Ed è proprio per questo che il lavoro degli organizzatori, come nel caso della rassegna Palco Off a Catania, diventa essenziale.
Questo spettacolo dovrebbe essere un monito per le istituzioni: realtà come questa meritano di essere sostenute, messe in rete, fatte circolare. Non solo per valorizzare chi le crea, ma anche per offrire al pubblico esperienze significative e per dare spazio a nuove generazioni di talenti che hanno molto da dire e da dare alla società civile.

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