Attore

Attore.
E forse anche regista del gioco.

Mi sveglio attraversato da una tristezza sottile, da un senso di peso, da una precarietà che ogni tanto prova ancora a bussare alla mia porta.
Ma nel frattempo comprendo una cosa importante: non sto consegnandomi completamente alla paura.

Ed è lì che l’arte si manifesta.

L’arte come attraversamento.
L’arte come recupero delle occasioni interiori.
L’arte come trasformazione del dolore in direzione.

Se stamattina non mi fossi seduto sulla mia poltrona ad ascoltare il mio sentire, probabilmente avrei perso questo passaggio.
E invece l’attore entra in scena.
Osserva. Attraversa.
E il regista del gioco rimette tutto in movimento.

Perché la creatività non è perfezione.
È relazione continua tra fragilità e visione.
Tra paura e desiderio.
Tra corpo stanco e tensione verso la realizzazione.

Ieri sera mentre lavoravo sentivo dolore al braccio. Sarebbe stato facile precipitare dentro pensieri oscuri. Invece ho cercato lucidità.
E tornando a casa ho pensato una cosa semplice: pregare, fare daimoku, continuare a vincere sui limiti.

Forse sto imparando davvero, anche adesso, anche a 66 anni, che realizzare significa attraversare.

E rispettare la propria vita.
Anche quando assomiglia a un ottovolante.
Anche quando porta in altezze imprevedibili.

Perché ogni volta che scelgo di restare dentro ciò che accade senza arrendermi completamente alla paura, qualcosa crea.
E quel qualcosa sono io.

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