Carissima Preside

Carissima Preside,
vivo il teatro da una posizione molto precisa: quella di un operatore culturale indipendente che continua a considerare il progetto teatrale una forma di vita prima ancora che un lavoro.

E forse è proprio questo il punto più delicato: quando il teatro non è semplicemente un mestiere ma una pressione interna, un’ossessione, un modo di stare al mondo, allora si finisce inevitabilmente per osservare tutto ciò che accade intorno con uno sguardo molto più esposto.

Assisto a gran parte di ciò che oggi viene prodotto, rappresentato, promosso. Scorro la moltiplicazione continua delle proposte teatrali, delle rassegne, dei festival, delle compagnie, dei monologhi, delle sperimentazioni, delle autoproduzioni, delle chiamate artistiche, dei bandi, delle residenze. Questo enorme movimento mi circonda, a volte mi sorprende, e io continuo a domandarmi che cosa significhi davvero.

Perché il punto non è soltanto che esistano tanti spettacoli. Il punto è capire che cosa produce questa iperproliferazione. Che rapporto crea con il pubblico. Che tipo di attenzione genera. Che forma assume oggi il desiderio di essere visti, ascoltati, riconosciuti.

A volte ho l’impressione che il teatro stia vivendo una condizione simile a quella dell’editoria contemporanea. Come esistono libri che nascono da un’urgenza autentica di parola, così esistono spettacoli che nascono da una necessità reale di espressione. Ma accanto a questo esiste anche una macchina continua di produzione culturale che spesso sembra alimentarsi da sola, quasi indipendentemente dalla capacità reale del pubblico di accogliere, elaborare, seguire.

E allora mi chiedo: il pubblico cosa trae davvero da questa frammentazione? È più ricco culturalmente oppure più disperso? È davvero più partecipe oppure semplicemente più esposto a un flusso continuo di eventi? Ho la sensazione che oggi il pubblico rischi di diventare vorace nel consumo, ma fragile nella continuità. Vede molto, attraversa molto, reagisce molto, ma raramente sedimenta.
E questo cambia profondamente anche il senso del giudizio.

Lavorare sul giudizio oggi è difficilissimo. Perché il giudizio richiede tempo, confronto, memoria, relazione. Invece viviamo immersi in reazioni immediate, entusiasmi istantanei, promesse emotive che spesso non diventano mai responsabilità concreta.

Mi è capitato più volte di vedere persone entusiaste dopo uno spettacolo. Persone sincere. Persone che pubblicamente lodano il lavoro, promettono attenzione, vicinanza, sostegno. E poi, nel momento in cui si prova a trasformare quell’entusiasmo in dialogo reale, in possibilità concreta, in continuità, tutto si dissolve. Non per forza per cattiveria. Ma perché manca una rete vera di relazione culturale.
Anni fa un mio maestro diceva: “c’è un osso e ci sono cento cani”. Oggi quella frase mi sembra descrivere perfettamente il sistema teatrale indipendente italiano. Non perché manchino artisti o idee. Al contrario: c’è una quantità enorme di energia creativa. Ma questa energia vive dentro una struttura frammentata, competitiva, intermittente, dove tutti cercano spazio nello stesso tempo e nello stesso luogo mentale.

Il problema allora non è soltanto economico. È relazionale. È strutturale. È simbolico.

Uno spettacolo può funzionare benissimo, emozionare, ricevere applausi sinceri, ottenere riconoscimento umano e persino critico, e tuttavia non riuscire a costruire nessuna continuità attorno a sé. Può sparire immediatamente dopo essere esistito.

Ed è qui che nasce la domanda più dura: il mercato è davvero saturo? Oppure è saturo soltanto lo spazio dell’attenzione?
Perché io non credo che ci sia troppa arte. Credo piuttosto che oggi esista una sproporzione enorme tra la quantità di produzione culturale e la capacità collettiva di accompagnarla, sostenerla, seguirla nel tempo.

Eppure continuo.
Continuo perché per me il teatro non coincide con il mercato. Non coincide nemmeno con la visibilità. È una pratica di presenza, di relazione, di resistenza culturale. Ma proprio per questo sento il bisogno di interrogarmi continuamente sul sistema in cui viviamo.

Perché non basta più produrre spettacoli. Bisogna capire come ricostruire comunità attorno agli spettacoli. Come restituire profondità all’attenzione. Come creare reti vere e non soltanto eventi temporanei.

Oggi l’artista indipendente non lotta solo per essere visto. Lotta soprattutto per non essere immediatamente dimenticato.

E allora, Carissima Preside, scriverLe stasera è forse un pretesto. Uno sfogo lucido, persino cortese, nato da quella sottile distanza che spesso esiste tra l’entusiasmo di un incontro e la sua reale continuità. Ci si porta a casa una promessa, un incoraggiamento, un’attenzione che per un momento sembra autenticamente condivisa. Poi, però, molto spesso non accade più nulla.

Il nostro mestiere, prima ancora di essere arte o professione, è uno spazio fragile di relazioni, aspettative, ascolto reciproco. Ed è forse proprio lì che oggi si consuma la fatica più grande: non nel creare, ma nel riuscire a trasformare un incontro in dialogo, un consenso in presenza, una parola in continuità.

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