L’origine: la possibilità
Prima di ogni smontaggio c’è un istante sospeso in cui qualcosa potrebbe ancora restare intero. È lì che nasce la possibilità: non nel gesto di disfare, ma nella soglia che lo precede, quando il corpo — o la relazione, o il pensiero — è ancora chiuso su di sé, compatto, apparentemente senza giunture. Eppure ogni cosa costruita porta già in sé i propri punti di cedimento. Ogni struttura, per esistere, ha dovuto scegliere una forma, e ogni forma è un’esclusione: ciò che tiene insieme le parti è anche ciò che ne nasconde la separabilità.
Smontarsi, allora, non comincia come azione ma come intuizione: la percezione, spesso таciuta, che ciò che sembrava un blocco è in realtà un’architettura provvisoria di parti che si sono semplicemente abituate a stare vicine. È un sospetto gentile. Non un attacco alla propria interezza, ma il riconoscimento che l’interezza era già una convenzione — utile, necessaria persino, ma non definitiva.

E qui si apre la dimensione relazionale: nessuno si accorge da solo di essere smontabile. Ci vuole un altro sguardo, un altro corpo, un’altra voce che tocchi un punto e faccia sentire — per la prima volta — che quel punto può cedere. La possibilità dello smontarsi non è mai puramente interiore: è sempre indotta, evocata, resa pensabile dalla presenza di qualcun altro che non ha paura di guardare le giunture. In questo senso, prima ancora di essere un atto, smontarsi è una concessione che si fa all’altro: ti permetto di vedere dove sono attaccato a me stesso.
L’origine, dunque, non è la rottura, ma l’apertura di un credito. Un credito di fiducia che rende pensabile — molto prima che praticabile — l’idea che ci si possa scomporre senza sparire. È il momento in cui l’integrità smette di essere sinonimo di sicurezza e comincia a essere percepita come una delle tante configurazioni possibili di sé. Non l’unica. Non la più vera. Solo la più abituale.
Da questa possibilità, ancora silenziosa, non ancora agita, si apre tutto il resto: il gesto, la fatica, la perdita di controllo che segue quando le parti — finalmente separate — smettono di rispondere all’ordine che le teneva insieme, e cominciano a rispondere, invece, alla presenza di chi le sta guardando.

L’origine: la possibilità — work in progress, a più voci
Prima di ogni parola, prima della coniugazione dei verbi, prima dell’immagine con il fiore e la tempesta, c’è un’origine precisa: il concetto di possibilità. Non un’idea astratta, ma una possibilità molto concreta quella di cambiarsi per cambiare. È una distinzione che vale la pena tenere ferma: non si tratta di cambiare qualcosa fuori di sé, una circostanza, un contesto, si tratta di accettare di trasformare sé stessi come condizione per poter trasformare qualunque cosa altra. Tutto il resto la lotta, l’attraversamento, lo smontaggio, il rimontaggio nasce da questo primo gesto, che è già una scelta radicale: mettersi in discussione prima di pretendere che il mondo si metta in discussione.

Questa possibilità ha trovato un’immagine fondativa in un film: Mi chiamo Sam, con Sean Penn. Sam Dawson è un uomo con una disabilità intellettiva, con capacità intellettive appena superiori a quelle di un bambino di sette anni, che si trova nella condizione di essere padre e di doverlo restare, contro un sistema “legale, sociale, burocratico” che gli chiede continuamente di dimostrare di esserne capace.

È un film che, come è stato notato, affronta un tema raramente raccontato dal cinema: il diritto alla genitorialità delle persone con disabilità intellettiva, trasformando quella che potrebbe essere solo una battaglia legale in una riflessione sull’amore e sui limiti che i pregiudizi sociali impongono a chi è già, di fatto, genitore. Sam non diventa padre dimostrando una capacità che gli viene richiesta dall’esterno. Sam è già padre, e lo è restando fedele a un legame, non a uno standard. È esattamente lo scarto tra “sentirsi capace” e “essere possibile” che attraversa tutto il lavoro nato dall’incoraggiamento a Paola, all’invito di Maddalena: Sam non supera un esame di idoneità, abita una condizione, quella di essere padre, che il mondo intorno a lui fatica a riconoscere come possibile, ma che è, semplicemente, reale. Il suo smontamento non è una debolezza da nascondere: è la sua stessa natura, il punto da cui parte ogni cosa che riesce comunque a costruire.
L’invito e la risposta
È da qui, da questa immagine di paternità fragile e reale insieme, che nasce il desiderio di Maddalena, psicologa danzatrice e psicoterapeuta, di costruire un workshop.
Chiamarlo, senza esitazioni, “Smontare” nasce dalla prima attenzione di Salvatore che coglie una sottolineatura e la trasforma in un titolo, una direzione che è già un programma: non nasconde la fatica dietro un eufemismo, non promette scorciatoie verso il benessere. Dice la cosa com’è: prima si smonta, poi si vede cosa succede, come succede a chi come Sam trasforma il giorno in ogni giorno.

Semmai lottare
Meglio attraversare
Semmai sentirsi capace
Meglio essere possibile
Semmai dopo
Meglio prima
Semmai mai
Meglio a proprio agio
All’invito io rispondo non con un protocollo, non con una tecnica, con un testo poetico e con un’immagine. È un dettaglio che vale la pena sottolineare: io Salvatore non sono psicologo né psicoterapeuta, sono un operatore culturale, drammaturgo e regista. Il mio modo di rispondere a uno stimolo clinico è costruire una drammaturgia: dare corpo, ritmo e immagine a un processo che altrimenti resterebbe solo concettuale. Restituire.
Questo scambio tra me e Maddalena è già allo stato nascente e contiene già in sé le premesse per svilupparsi in workshop: uno sguardo psicologico che pone la domanda, uno sguardo drammaturgico che la mette in scena. Due discipline che si attraversano a vicenda “esattamente il gesto che il testo descrive anche se adesso è solo orizzonte”. Per questo le poche righe nate da quel dialogo “Semmai lottare, meglio attraversare” e il resto della sequenza possono diventare qualcosa di più di un componimento occasionale. Possono diventare il manifesto del workshop stesso: la sintesi in versi di ciò che l’intero percorso si propone di far attraversare ai partecipanti.

Il corpo del saggio
C’è un momento, in ogni relazione con l’altro, con se stessi, con il tempo, in cui ci si accorge di essere montati in un certo modo. Una configurazione che ha funzionato, che ha retto per un tratto di strada, ma che ora scricchiola. È qui che nasce la domanda vera: che cosa succede nell’intervallo tra lo smontarsi e il rimontarsi? È un vuoto, una perdita, oppure è l’unico luogo dove la relazione con l’altro o con sé stessi può davvero rinnovarsi?

La coniugazione scelta come immagine centrale non è decorativa. “Io smonto, tu smonti, egli smonta” non descrive un evento isolato che capita a qualcuno: descrive una grammatica condivisa.
Ognuno, in prima o in terza persona, attraversa lo stesso smontamento: proprio come Sam, che non è l’eccezione di una storia straordinaria, ma il caso più chiaro di una condizione comune: nessuno è pienamente “montato” secondo lo standard che gli si chiede. E questo è già un atto relazionale, ed è già materiale di workshop: sapere che il proprio smontarsi non è un’anomalia solitaria, ma un verbo che si coniuga insieme agli altri, rende la fragilità meno vergognosa e più abitabile, più condivisibile in un gruppo.
E qui entra la sperimentazione, che è anche il metodo di lavoro che un drammaturgo porta dentro esigenza di una psicologa e dentro uno spazio, una possibilità creata da un regista.
Sperimentare non è avere un metodo che funziona sempre: è accettare di smontarsi ogni volta che una forma vecchia non basta più, senza sapere in anticipo come si rimonterà. Il testo lo dice con un ritmo quasi respiratorio: semmai… meglio…
Non è un aut-aut tra bene e male, è un aut-aut tra tensione e apertura. “Semmai lottare, meglio attraversare” non nega la lotta. Sam lotta, eccome, contro un tribunale e contro un sistema, ma le preferisce un movimento che non ha bisogno di nemici da annientare, solo di un varco da attraversare insieme a chi gli sta vicino.
“Riconoscersi parte e artefice” la frase che apriva il primo scambio con Maddalena è forse la chiave di tutto il percorso, e la promessa implicita del titolo “Smontare”.
Essere parte significa accettare di essere dentro una relazione, o un gruppo, che non si controlla del tutto. Essere artefice significa non subire quelle stagioni passivamente, ma parteciparvi: smontarsi non per caso, ma come atto, come scelta che apre la possibilità del rimontarsi in una forma più vera.
Sam è insieme parte di un legame che non ha scelto di dimostrare, sceglie solo di vivere e artefice, perché ogni giorno sceglie di restare fedele a quel legame nonostante tutto.
Ed è per questo che “essere possibile” vale più di “sentirsi capace”. La capacità è una misura che si dà da soli, spesso in solitudine, spesso in competizione con un ideale è la misura che il tribunale chiede a Sam, e che lui non potrà mai soddisfare secondo quei criteri.
La possibilità, invece, si apre sempre in rapporto a qualcosa — a un contesto, a un incontro, a uno spazio protetto come quello che un workshop può offrire. Lo scrigno e il proprio valore non si trovano scavando da soli: si trovano nell’attraversamento, che è sempre un attraversare-con, mai un attraversare-contro.

In chiusura
Resta il verso più semplice, e forse il più radicale: “a proprio agio”. Non è un traguardo, è un modo di stare — nella relazione, nello smontamento, nel montaggio che segue. Ed è forse la promessa più onesta che un workshop chiamato “Smontare” possa fare ai suoi partecipanti: non l’arrivo a una forma definitiva e perfetta, secondo standard esterni, ma la possibilità di attraversare la propria trasformazione essendo, in ogni fase di essa, a proprio agio come Sam, che non diventa mai il padre “ideale” secondo i criteri di qualcun altro, ma resta, sempre, il padre possibile che è.

In questo senso, il piccolo testo nato dall’invito di Maddalena non è solo un commento a posteriori: è già la drammaturgia del workshop, il manifesto che ne annuncia il gesto cambiarsi per cambiare prima ancora che il gesto venga compiuto in aula.
