Tunnel, fuori

Ho guardato le Maschere del Teatro Italiano 2026. I grandi registi, i grandi attori, gli artisti che conosco e quelli che conosco meno, i volti, le storie, le premiazioni. E a un certo punto mi è tornata in mente una canzone di Caparezza: Fuori dal tunnel. Non nel senso con cui quella canzone è stata per anni consumata dal pubblico. Sono fuori, piuttosto, da alcuni dei suoi meccanismi del teatro italiano.

Perché mentre guardavo quel palco del Teatro Argentina di Roma mi sono accorto di una cosa: quelle cinquanta persone riconoscibili, identificabili, premiate, chiamate sul palco rappresentano una parte molto visibile del teatro italiano. Cinquanta persone, il teatro italiano non sono cinquanta persone.

È molto, molto più grande.C’è una parte del teatro che non arriva alle premiazioni, che non entra nelle fotografie ufficiali, che lavora lontano dalle ufficialità, spesso con mezzi molto diversi e con percorsi completamente differenti. Questa parte la conosco bene.

Da molti anni lavoro come operatore culturale mantenendo il ritmo con sacrifici enormi, continuando a costruire anche quando non era affatto evidente quale sarebbe stato il risultato.

A sessantasette anni posso finalmente guardare indietro e riconoscere che qualcosa è accaduto, e so perfettamente quanto è ancora lunga la strada. Mentre guardavo quei nomi pensavo alle mie produzioni in corso: Sant’Aituzza mia. Civitoti in Pretura alla Civita, che ha portato il teatro dentro la Civita, nei suoi spazi, nei suoi vicoli, nei suoi luoghi reali. L’altro ieri in scena da due anni. Semplice in lavorazione. E soprattutto ad Avamposto, che debutta il 22 ottobre, ed io sul palco non soltanto come drammaturgo, ma anche come attore.

Mi merito un riconoscimento? Sì, io penso di sì. Lo penso senza falsa modestia e senza bisogno di trasformare questa convinzione in una gara con qualcuno. Me lo merito per gli anni di lavoro, per la continuità, per i sacrifici, per le cose che ho costruito quando sarebbe stato molto più facile smettere.

E mentre guardavo quelle cinquanta persone sul palco, con tutto il rispetto per ciò che rappresentano, ho sentito con chiarezza che il teatro nel quale voglio stare è molto più grande di quel palco.

Sapere di essere sulla mia strada.

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