C’è un paradosso nella resistenza culturale che Poli ed Eco incarnano in modo unico: è fatta di parole che sfidano il tempo, gesti teatrali che sembrano sospesi, di idee che attendono pazienti di essere ascoltate; esclude barricate, slogan gridati. L’intervista del 1970, bloccata sei anni dalla censura, non sparisce: resta visibile, viva, come un frammento di eternità, in attesa che chi sa guardare possa comprenderla.
Dal mio sguardo, che ha conosciuto Paolo Poli come artista, amico dell’avanguardia e custode della sperimentazione, questa vicenda assume un sapore familiare: la resistenza culturale è potente perché si manifesta dove il mondo tradizionale fatica a dialogare, dove il pensiero estremo non trova voce nella quotidianità. È visibile agli occhi del potere, laddove il potere stesso non sa ancora come riconoscerla, contenerla o trasformarla.
Forse sarebbe necessario un potere che sappia diventare super partes, che arrivi con l’intento preciso di ascoltare, comprendere e dialogare con quelle pulsioni di cultura e avanguardia che sfidano i confini della società tradizionale. Poli ed Eco, con la loro ironia e lucidità, ci mostrano che la resistenza non aspetta, non si nasconde: resta, insiste e illumina, pronta a incontrare chi ha la volontà di accoglierla.
