Bando e banda

“Bando” e “banda”: due parole simili, due mondi diversi.
Da una parte il bando, atto pubblico, regola, selezione, struttura.
Dall’altra la banda, suono, movimento, comunità, a volte armonia, a volte disordine.

Forse è proprio qui che mi trovo: sospeso tra queste due dimensioni.
Tra la forma e la vita.

Questo è il mio diario. Anche se pubblico, resta uno spazio mio: uno score della mia vita, una traccia delle sensazioni che porto a casa.
E ieri, ancora una volta, mi sono sentito fuori dai meccanismi della società.

Sono un artista, nel senso più vero e più scomodo del termine: con una povertà concreta e una ricchezza interiore. Un contrasto antico, quasi inevitabile.

Ieri ho partecipato alla lettura di un bando per attività ludico–intrattenitive del Comune di Catania. Più di 500 mila euro destinati a inclusione sociale, decentramento culturale, comunità.
Sulla carta: un’idea bellissima.

Eppure, da anni, percepisco qualcosa che chiamo “arraffamento”.
Prendere, raccogliere, accumulare — senza un vero senso, se non quello di soddisfare un bisogno immediato.

Durante l’incontro si premiava la tecnica, la forma perfetta della presentazione, il ragionamento da ragioniere.
Ma la creatività?
Il trasporto umano?
La bellezza che resta impressa?

Assenti.

E allora mi perdo, mi annoio perfino a dirlo. Ma scrivo lo stesso, a ruota libera. Perché questo diario è esercizio: mi affido alla vita, mi offro alla vita. Voglio fare le cose al meglio, andare oltre le frustrazioni, oltre gli inciuci, oltre chi si limita a usare senza dare.

Doriana, diceva ieri: si sente l’assenza di spirito creativo.
“Potrei rifare qualcosa già fatto tre anni fa.”
No. Non è possibile. Devi metterti in gioco. Altrimenti non sei un artista.

E invece vincono lo stesso.

Sono secchi, come grissini e patatine.
Funzionano, sì. Ma non sorprendono.

La creatività, invece, ha bisogno di morbidezza.
Di cura.
Di quelle tartine preparate con attenzione, di quei dettagli che parlano di desiderio di conquistare.

Io resisto.
Resisto alle convenzioni, alla superficialità, a chi non si impegna davvero.

Ieri guardavo anche la partita di calcio: la Bosnia giocava con una grinta feroce, autentica.
L’Italia — più forte, forse — sembrava sazia. Tecnica, ma senza fame. Operai, non ingegneri di sé stessi.

E allora torno lì: resisto.
Come me, ce ne sono altri. Persone estranee a un sistema che non è nemmeno più politico: è proprio strutturale.

Eppure qualcosa di buono c’è stato.
La riunione mi è piaciuta. Ho visto un percorso crescere nel tempo, affinarsi.
È un buon punto di partenza.

Io sono qui.
A guardare, a mettermi in gioco ancora una volta.
A lavorare sodo.

A credere che passione, verità, abnegazione e lungimiranza siano strumenti preziosi, inossidabili.

Non possiamo cambiare facilmente il mondo.
Possiamo cambiare noi stessi.

E forse, proprio da lì, qualcosa cambia davvero.

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