Caro Salvatore, ascolto dei brani scritti da te. Questo è già uno scarto, una deviazione rispetto a ciò che accade di solito.
Spesso mi trovo davanti a musiche scelte, selezionate, come se fossero fotografie già sviluppate, già pronte a raccontare qualcosa della vita di chi le propone. Qui invece no. Qui entro direttamente nella materia. Non c’è filtro, o se c’è è interno, è già dentro il suono. È come se il racconto non passasse dal gusto, ma dall’esposizione.
Ascolto la prima traccia:
Quello che si forma è una presenza dietro un paravento. Non è una figura che si nega, è piuttosto una figura che prepara, che trattiene. C’è una voglia di stupore, ma anche un fare da sé, una costruzione silenziosa. Potrebbe essere soltanto un frammento, un quid, e invece contiene già una direzione: trasforma subito in domanda ciò che potrebbe restare affermazione.
Cosa è davvero importante.
Il suono ha una velocità contemporanea, ma porta con sé un residuo antico. L’immagine del carillon: apri la scatola e la ballerina gira, gira, senza sapere quando finirà. Non è solo un meccanismo, è una sospensione.
Sotto, quasi nascosto, c’è un fondo olistico, un ambiente che potrebbe appartenere a un tempo lento, a una stanza dove si ascolta per stare, non per arrivare. Una musica che non chiede, accompagna.
Nel secondo brano qualcosa si espone.
Il movimento esce allo scoperto. Non è più dietro, è dentro. È vorticoso, quasi eccessivo. Avverto una forma di ripicca, non come reazione semplice: è più simile a una gioia disturbata, una tensione che si diverte a mostrarsi.
Mi vengono incontro immagini di ragazzi, non adulti, non figure compiute. Ragazzi in fila, dentro un tempo che si ripete.
La ripetizione delle immagini diventa segno. La semplificazione che porta con sé una sottile noia. E dentro questa noia una voce si alza, prende posizione, si mette quasi in verticale. Predica, espone, dichiara.
Non c’è più il carillon. Qui c’è una giostra.
Non tanto per salirci, ma per starci in mezzo. Il suono del movimento, delle attrazioni, delle luci, delle bancarelle. Anche restando fermi, tutto continua a girare. E quel girare non è neutro.
Le parole che raccolgo sono poche ma insistenti: pigrizia, schiavo.
E restano aperte. Schiavo di cosa. Di chi. Di quale movimento che continua anche quando sembra fermo.
Nel terzo brano cambia ancora la superficie:
Si entra in una dimensione che richiama un cinema lontano. Bianco e nero, non come estetica ma come condizione. C’è un contascatti, un tornello, qualcosa che misura gli accessi, che registra il passaggio.
Qui lo sguardo si fa più consapevole. Più diretto.
C’è una frase che si impone: non mi capiscono, sono valido. Non resta isolata, si trascina dietro un ritmo, una specie di tiritera che insiste, che ritorna. È come una scena privata resa pubblica, qualcosa che potrebbe accadere sotto la doccia, con il volume alto, come se il suono servisse a coprire o a sostenere.
Dentro scorrono immagini che non appartengono solo alla musica, ma a un immaginario più ampio, quasi cinematografico.
E poi la chiusura. Una chiusura che non accompagna verso l’uscita, che si posa come segno. Non te l’aspetti, e proprio per questo resta.
E infine “Fulmine”:
fQui il suono prende corpo in modo diverso. Le chitarre portano fuori ciò che prima era trattenuto o disperso. Non è solo energia, è esposizione. È una dichiarazione che passa dal corpo, dal ritmo, da una dinamica che si apre.
Se nel primo brano eri dietro un paravento,
nel secondo immerso in una giostra,
nel terzo davanti a un meccanismo che conta,
qui sei in movimento.
Non più fermo, non più nascosto, non più misurato.
In movimento.
Come su un mezzo leggero, non definitivo, qualcosa che non protegge del tutto ma permette di attraversare. Il paesaggio non è più sfondo, entra dentro il suono. E dentro questo movimento si percepiscono dettagli, elementi che non cercano il primo piano ma costruiscono un sottofondo vivo.
C’è ritmo, c’è gesto, c’è una forma di presenza che si lascia vedere.
E poi arriva il rombo. Il tuono.
Non è un effetto. Non è una chiusura scenica.
È una traccia. Una firma.
E dentro questa traiettoria, come una linea che eccede, che esce dai bordi, si inserisce un altro passaggio il mio pensiero per te.
Un brano che raccoglie e allo stesso tempo disperde, che tiene insieme questa linea creativa strabordante. Può apparire indecifrabile, ma forse non chiede di essere decifrata. Chiede di essere attraversata, come un flusso che non si lascia contenere del tutto, e proprio per questo apre.
Se guardo l’insieme, non vedo singoli brani.
Vedo un movimento che cambia forma.
Sto leggendo persone attraverso il suono, questo ci porta a fermarsi e riflettere.
E questa è una cosa rara.
